I SACRIFICI UMANI NELL'ANTICO EGITTO E IL MISTERO DELLA SFINGE

di Ignazio Burgio

 

(tratto dal sito dell’Autore CATANIACULTURA)


Questo articolo è un estratto del mio recente libro "Le civiltà stellari". Esso fa parte di un lungo capitolo dedicato all'antico Egitto specialmente nel periodo antecedente l'età faraonica (ovvero prima del 3000 a. C.), un lungo periodo di tremila anni ricco di città, monumenti, arte e sofisticate conoscenze astronomiche, che con un termine molto triste e infelice gli egittologi di oggi definiscono "preistorico".
L'intero volume rappresenta un viaggio attraverso i misteri, soprattutto astronomici, delle civiltà antiche, alla ricerca di nuove risposte: il significato dei templi solari neolitici dalla Bulgaria al Nord-Europa, delle lunghe file di menhir sulle rive dell'Atlantico, dei simboli della Spirale e del Labirinto, oltre che delle Zigurrath mesopotamiche e degli enigmatici monumenti egizi, la Sfinge e le Piramidi. Anche i più insignificanti elementi paleoclimatici, archeologici e testuali, come ad es. il racconto di Diodoro Siculo sui Samotraci scampati al Diluvio, possono così costituire importanti tessere per ricostruire il paesaggio e la geografia del passato più remoto: i drammatici mutamenti del clima e le tremende catastrofi naturali responsabili della fine (o della nascita) di fiorenti civiltà, la stretta correlazione con l'osservazione degli astri e la nascita di miti e culti astronomici e stellari. Quello che ne risulta è soprattutto una visione completamente differente del livello culturale delle popolazioni antiche, anche di quelle senza scrittura, le cui conoscenze astronomiche erano molto più avanzate di quanto si pensasse fino a non molti anni fa, come ha dimostrato (e continua a dimostrare) l'archeoastronomia.


A differenza che in altre civiltà del mondo antico, come ad esempio tra i Fenici ed i Cartaginesi, è opinione comune che nell'antico Egitto non siano mai stati praticati sacrifici umani. Anche la vecchia leggenda relativa all'uccisione degli operai costruttori di piramidi e tombe reali per impedire che ne rivelassero i segreti ai profanatori e predatori di tesori, è stata già ampiamente sfatata da parecchio tempo. Tuttavia gli egittologi hanno trovato parecchi indizi, ed anche qualche prova evidente, che perlomeno nelle prime dinastie faraoniche e anche in età predinastica, si siano svolti omicidi rituali e suicidi di massa nel corso dei funerali dei sovrani.
In un gruppo di tombe dell'Egitto meridionale appartenenti al 4000 a. C. o anche più recenti, gli archeologi hanno scoperto fra gli altri i resti di un uomo prima sgozzato e poi decapitato. In base al contesto, i ricercatori si sono convinti che si sia trattato di un vero e proprio sacrificio umano in occasione di una cerimonia funebre, e non ad esempio della vittima di un brutale omicidio, o di un condannato a morte per motivi penali.
Alcune raffigurazioni del primo periodo dinastico inoltre mostrano un uomo che in una mano tiene un recipiente e con l'altra sembra trafiggere un altro individuo che gli sta di fronte come per raccoglierne il sangue nel vassoio. La scena in realtà è molto stilizzata e l'immagine non ha la medesima qualità nei dettagli come negli affreschi della successiva arte egizia. Dunque anche se per alcuni egittologi potrebbe rappresentare un vero e proprio sacrificio umano, altri invece hanno proposto che si tratti invece di una pratica medica, come un salasso o qualcosa del genere. Il medesimo discorso vale per due altre raffigurazioni, anche queste molto antiche, trovate su due lastre funerarie, la prima ad Abydos appartenente al faraone Aha, l'altra a Saqqara in merito al faraone Djer, entrambi della I dinastia. Ambedue le scene rappresentano un uomo seduto che punta un coltello (o in ogni caso quello che sembra un oggetto appuntito) alla gola di un altro individuo inginocchiato e con le mani legate dietro la schiena. Molti egittologi tra cui Flienders Petrie, si sono dimostrati convinti che si tratti di testimonianze figurative di sacrifici umani, ma altri (come Vikentiesf e Hussain) hanno invece ipotizzato che le scene riproducano un'operazione chirurgica di "tracheotomia" su pazienti che provavano difficoltà a respirare. Questi egittologi infatti sottolineano come nelle medesime raffigurazioni siano presenti i geroglifici con il significato di "vita" e "respirare".
Ciò che induce molti studiosi a ritenere certa l'esistenza di sacrifici umani in epoca pre-dinastica e al tempo delle prime due dinastie sono anche episodi cruenti della posteriore storia egizia. Intorno al 1400 a. C. un faraone della XVIII dinastia, Amenofi II, si vantò di aver giustiziato nel tempio di Amon a Karnak sette principi siriani, prigionieri di guerra, esponendone i corpi nelle mura del tempio. Il fatto che i prigionieri siriani vennero uccisi in un edificio religioso secondo gli egittologi avrebbe il significato di una vera e propria offerta di vite umane agli dei.
Le tombe dei faraoni delle prime due dinastie ritrovate ad Abydos sono circondate da un gran numero di altre tombe – nel caso di alcuni sovrani come Djer, Djet e Den, anche centinaia – contenenti i resti di individui giovani apparentemente in ottima salute al momento della loro morte. Alcune iscrizioni in steli funerarie, ad esempio nei sepolcri intorno alla tomba del faraone Aha, si riferiscono a domestici, concubine, persino nani oltre che a particolari animali come cani e leoni, questi ultimi probabilmente con funzioni protettive. La tomba del faraone Djer è attorniata addirittura da ben 318 altre tombe minori in un'area di circa due chilometri. Come evidenziato anche dalla tomba della regina Merytnit, i corpi dei giovani servitori non avevano subito alcuna violenza, dunque erano morti prima di essere stati sepolti, forse in seguito a una dose di veleno.
Queste scoperte riportano alla mente la tomba reale di Ur in Mesopotamia, scoperta da Leonard Wolley, dove accanto al sovrano vennero rinvenuti un gran numero di corpi con la palese intenzione di accompagnarlo e servirlo anche nell'aldilà: vennero ritrovati infatti anche gli scheletri di alcuni buoi e asini ancora attaccati ai carri da trasporto. Anche lì i corpi dimostravano di non aver subito alcuna violenza. Addirittura alcuni musicisti sembravano essersi "addormentati" ancora con i loro strumenti in mano. Accanto ai resti vennero anche trovate delle coppe forse contenenti del veleno e gli archeologi sin dal momento della scoperta della tomba sospettarono che più che di sacrifici umani si fosse trattato di un volontario suicidio di massa per guadagnare insieme al sovrano defunto un aldilà migliore rispetto al triste Ade della religione sumerica. La tomba reale di Ur risale tuttavia ad un periodo posteriore – intorno al 2500 a. C. - rispetto all'epoca delle tombe delle prime dinastie egizie, all'incirca 500 anni prima. Ma anche in quest'ultimo caso il significato potrebbe essere analogo, ovvero non sacrifici umani imposti, ma volontaria scelta di seguire il proprio faraone anche dopo la morte. Un dettaglio potrebbe forse avvalorare quest'ipotesi: i servitori defunti presentavano il corpo rivolto verso sud, il punto cardinale più importante degli Egizi, quello delle sorgenti del dio Nilo e del sole allo zenith, mentre il loro volto era invece rivolto vero ovest, ovvero la direzione del tramonto. Curiosamente, questi medesimi orientamenti sono presenti anche in alcune sepolture scoperte in Anatolia ed appartenenti ad un periodo tra il V ed il IV millennio a. C.
Comunque sia, queste pratiche estreme caddero in disuso già con la seconda dinastia, allorché vennero sostituite con statuette dalla valenza magica a corredo del faraone defunto, tramite le quali si intendeva "indirizzare" (o forse sarebbe meglio usare il termine "prenotare") le anime dei servitori in vita, al servizio del loro sovrano nell'aldilà, una volta che si fosse compiuta la loro esistenza terrena.
Una parte degli egittologi ritiene che anche la figura del "tekenu" documentata in epoca faraonica, fosse una lontana eredità degli antichi sacrifici umani. Secondo alcune raffigurazioni sembra che si trattasse di una sorta di fantoccio dall'aspetto umano che secondo alcuni studiosi poteva contenere le viscere del faraone defunto espiantate durante l'operazione di mummificazione. A giudicare da altri affreschi tuttavia poteva anche trattarsi di un attore in carne ed ossa (naturalmente risparmiato alla fine della cerimonia) che avvolto fino al collo in un telo o altro tipo d'involucro di colore nero, in posizione fetale o anche accovacciato veniva trascinato su di una slitta. A volte viene raffigurato mentre indossa una maschera, secondo alcuni del faraone defunto. Alla fine il tekenu veniva ritualmente calato nel sepolcro.
Un'altra parte degli egittologi tuttavia ritiene che in realtà il tekenu fosse un sacerdote-sciamano, e che svolgesse tutta questa pantomima allo scopo di cadere in uno stato di "trance" per ricevere dagli dei tutte le indicazioni migliori per eseguire il resto delle cerimonie funebri in onore del faraone defunto.
Ciò che qui interessa ai fini dell'enigma della Sfinge è un rilievo scolpito su parete riguardate il "Libro dell'Amduat", uno dei testi funerari dell'epoca faraonica, ma certamente risalente a tradizioni molto remote, di età predinastica. In esso si vedono quattro strutture di forma rettangolare che poggiano sopra un leggero rilievo del terreno, forse raffigurazioni di tombe. Sopra ognuno dei quattro rettangoli, alle due estremità, vi sono due teste umane che si guardano a vicenda. L'egittologo Wallis Budge le chiamò le "Quattro tombe di Osiride", affermando che le teste, frutto di sacrifici umani, avevano una funzione di protezione e "si attivavano" all'udire la voce del dio sole Ra allorchè attraversava il mondo sotterraneo nel suo viaggio notturno. Tuttavia altri egittologi come Hornung non si sono ritrovati d'accordo con tale interpretazione, sottolineando come tali indizi siano insufficienti per provare l'esistenza di sacrifici umani.
In ogni caso è interessante quanto afferma Budge circa il ruolo del dio sole Ra nell'"attivare" le teste umane in funzione di guardie a protezione dei defunti (che fossero Osiride o il faraone, o in tempi predinastici, i sovrani locali). Ammettendo che la Sfinge di Giza sia stata scolpita prima del 4000 a. C. all'ingresso di quella che doveva essere l'antica necropoli dei sovrani del Basso Egitto (o della sola città di Maadi) – e già in origine con una testa umana – la sua funzione sarebbe stata con tutta probabilità proprio quella di "attivarsi" al momento del sorgere del sole per proteggere l'intera area sacra.

Nota. Per una dettagliata descrizione dell'Egitto pre-faraonico – dal 6000 al 3000 a. C. - e una discussione su tutta la questione della Sfinge e delle piramidi di Giza, si veda il capitolo "Il cielo sopra l'Egitto" nel libro "Le civiltà stellari", da p. 77 in poi.

 

 

 

Home Page Storia e Società