Le tendenze economiche, politiche e sociali d’Europa nel XIX° secolo

di Enrico Pantalone

 

Partiamo dall’idea di dare un’occhiata generale all’Europa durante il XIX° secolo senza considerare tutta le serie di guerre che hanno infiammato il suo territorio, dispute ben conosciute da tutti i lettori e oramai affrontate dal punto di vista di molti storici in maniera senz’altro molto esauriente a cui rimando se qualcuno volesse approfondire l’argomento.

Affrontiamo invece il tema Europa dal punto di vista che potremmo definire “delle tendenze generali”, cioè rispetto a quei temi che affrontano la vita quotidiana, gli sviluppi connessi alle invenzioni, alle scoperte e ai rapporti sociali nati dal nuovo modelli economico-politici che prima lentamente poi in maniera più accelerata nella seconda parte del secolo si facevano strada tra le popolazioni continentali.

Indubbiamente la moderna Europa è figlia dell’illuminismo francese e della rivoluzione industriale inglese, su questo non v’è alcun dubbio, soprattutto perché per la prima volta nella storia entrano in gioco pesantemente le masse popolari che abitano il territorio, fatto che non aveva precedenti nel passato tranne forse che in Grecia e a Roma anche se sono convinto si trattasse di una forma partecipativa decisamente differente rispetto a quella del diciannovesimo secolo.

L’interprete principale di questo spirito innovativo è senza ombra di dubbio la borghesia che in Francia e nel Regno Unito trova le patrie ideali per portare avanti le richieste, anzi oserei dire le esigenze del nuovo spirito economico, politico e sociale che si respira oramai a pieni polmoni ovunque.

La borghesia vincente tanto in Francia quanto nel Regno Unito, poi successivamente allargandosi agli altri stati, porta con sé i concetti del liberalismo quindi in sostanza della partecipazione collettiva al progresso in forma dialettica e di confronto attraverso le istituzioni preposte: è quindi sotto questi auspici che nasce il nuovo modo di concepire la democrazia aperta a tutti e di conseguenza la nascita di diverse posizioni ideologiche e la creazione di numerose formazioni politiche che si presentano alle elezioni generali per la prima volta spesso in contrapposizione tra loro (conservatori contro liberali e progressisti).

Lo sviluppo della borghesia mette definitivamente una pietra sui retaggi del passato ancorati al drammatico mondo dei ceti chiusi, certo, questo non avviene in pochi anni ma ci vogliono decenni e anche atti piuttosto violenti (come la Rivoluzione Francese) ma già a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo abbiamo una situazione generale piuttosto interessante in quanto a partecipazione e dibattito parlamentare ovunque in Europa.

Grazie ai miglioramenti della vita quotidiana la popolazione europea cresce di più del doppio nel corso del XIX° secolo: si passa da circa 200 milioni di abitanti a quasi 500 milioni circa (a seconda dei territori considerati), questo ovviamente non può non modificare pesantemente i rapporti economici, sociali e tecnologici tra le varie categorie della popolazione.

Oramai si stanno superando tutti i vetusti sistemi di organizzazione degli stati e soprattutto si supera l’arcaica e distruttiva medievale parcellizzazione degli stessi sul territorio europeo, si formano definitivamente le grandi nazioni o grandi stati nazionali, le ultime ad assettarsi sono la Germania/Prussia e l’Italia che s’allineano a Francia, Regno Unito, Impero Austro-Ungarico e Russia nel predominio sul continente: nasce così l’idea d’imperialismo come simbolo di potenza economica, militare e politica, un imperialismo che produrrà nei decenni seguenti diverse gravi problematiche nella società.

Cresce a dismisura l’urbanizzazione, le città iniziano ad assumere l’aspetto contemporaneo, s’inizia ad edificare pesantemente le zone al di fuori dai centri storici e medievali, si creano le periferie perché la richiesta d’abitazioni è costantemente in aumento dato che le fabbriche richiamano sempre più l’attenzione della popolazione rurale assicurando una paga e possibilità di nutrimento per tutto l’anno anziché solo in determinati periodi anche in caso di calamità naturali.

Lo sviluppo della tecnologia, dirompente a partire dai primi decenni del diciannovesimo secolo porta alla creazione di nuovi macchinari che fanno risparmiare tempo e denaro all’industria ma allo stesso tempo costringe la popolazione a un nuovo e più combattuto sviluppo sociale: questo ordinamento reca con sé le fondamenta del problema legato alla forza lavoro.

La forza lavoro inizia ad organizzarsi in proprie forme per cercare di mettere un freno al liberismo spesso sfrontato della nascente grande imprenditoria, se in precedenza il rapporto con il piccolo industriale era improntato al superamento delle problematiche incorse spesso a titolo personale ora questo non è più possibile perché esse si sono moltiplicate e toccano ogni settore dell’azienda.

I partiti progressisti del tempo spesso non sono in grado di far fronte alle richieste dei lavoratori per questo iniziano timidamente negli anni quaranta a crearsi i primi partiti socialdemocratici che una volta rappresentati in parlamento uniscono la loro voce a quella dei liberali in contrapposizione alle istanze conservatrici.

Si tratta certamente ancora di una socialdemocrazia senza grandi basi ideologiche che saranno approntate efficacemente solo nella seconda metà del secolo, si tratta di un socialismo soprattutto umanitario, tesa a dare una voce a coloro che spesso non sono in grado di essere ascoltati, è sostanzialmente un’interpretazione “paternalista” delle giuste rivendicazioni economiche e sociali.

Riprenderemo più avanti il discorso legato alle problematiche legate alla politica parlamentare di questo periodo e alle sue interiezioni nel campo sociale ora concentriamoci su ciò che ha permesso lo sviluppo economico su larga scala: l’utilizzo del vapore d’acqua prodotto dalle caldaie come forza motrice al posto di quella animale nei trasporti e nelle industrie manifatturiere, invenzione messa a punto tra la fine del diciassettesimo secolo e la seconda metà del diciottesimo secolo da “ingegneri” inizialmente francesi e successivamente soprattutto inglesi: nasce il motore a vapore che sarà razionalizzato definitivamente per essere utilizzato dall’uomo in maniera continuativa nel 1765 da Watt.

Il problema fino a Watt era quello delle enormi dimensioni dell’attrezzatura e dei costi che rendevano impraticabile l’utilizzo nelle industrie manifatturiere, nell’industria estrattiva e nei trasporti perché essa necessitava di molta legna per scaldare la caldaia e creare di conseguenza il vapore d’acqua necessario al funzionamento del motore: ora Watt (e naturalmente anche altri validi ingegneri) riusciva finalmente a ridurre considerevolmente le dimensioni del macchinario e i consumi grazie anche ai coevi progressi nella meccanica che mette a disposizione una tecnologia certamente maggiore della precedente.

Questa nuova invenzione permetteva in primo luogo di operare nel settore minerario, per ovviare alla mancanza cronica di legna per le caldaie, per l’estrazione di carbon fossile o coke necessario allo sviluppo industriale del tempo, minerale che si trovava in quantità enormi nel sottosuolo e poteva essere usato, in secondo luogo, per aumentare progressivamente la potenza del motore dando la possibilità di un più ampio utilizzo per la produzione dei metalli e per quella tessile, le maggiori industrie manifatturiere del tempo e successivamente s’inizia anche a sperimentare e a pensare seriamente di applicare il motore ai mezzi di trasporto primari del tempo per accorciare i tempi di percorrenza: alle grandi navi mercantili che solcano gli oceani e i maggiori fiumi navigabili continentali e alle carrozze che percorrono le strade del continente.

Già verso la fine del diciottesimo secolo alcuni battelli a vapore navigano timidamente alcuni fiumi francesi e inglesi ma è proprio nei primi decenni del diciannovesimo secolo che s’inizia a navigare con regolarità l’Oceano Atlantico (prima traversata New York-Liverpool nel 1818) grazie agli imprenditori marittimi statunitensi (sul fiume Hudson la prima linea in assoluto del mondo 1807) che investono decisamente e finiscono col trascinare gli imprenditori inglesi, francesi e tedeschi (in pratica sono sempre i Lloyd anche con base ad Amburgo) in pochi anni.

Cambia totalmente l’impostazione economica del trasporto, le navi viaggiano anche in assenza di vento e con tempi precisi, sul territorio europeo giungono prodotti che prima non si potevano commercializzare per il loro rapido deperimento, tonnellate di merce si rovescia sui porti continentali abbassando i prezzi e allargando la schiera dei consumatori prima esclusi anche perché ora, una volta giunta la merce a Amburgo o Le Havre la stessa viene mandata via fluviale rapidamente anche nei mercati più interni.

Ma il pensiero comune corre subito all’invenzione che rivoluzionerà ulteriormente il trasporto terrestre: la ferrovia.

L’inglese Stephenson costruisce nel 1814 la prima locomotiva a vapore applicando il vapore ad un mezzo di trasporto terrestre, la conseguenza è che dopo pochi anni l’Europa si riempirà rapidamente di migliaia di chilometri di strada ferrata permettendo ai viaggiatori di spostarsi molto più rapidamente del passato e non solo attraverso i piccoli confini adiacenti ai propri confini naturali.

Lo spostamento di una maggiore massa di popolazione porta ad uno scambio sociale e culturale molto più importante e decisivo di quelli del passato perché per la prima volta avviene senza nessun obbligo dall’alto ma attraverso la ricerca della conoscenza e lo spirito costruttivo: sul treno si conversa con tutti i passeggeri in attesa di giungere alla propria meta e non più con i pochi presenti sulle carrozze.

E’ un entusiasmante susseguirsi di invenzioni che segnano inequivocabilmente il progresso tecnologico, i primi rudimentali telegrafi, poi le prime vere linee sul continente che permettono a tutti di usufruire delle informazioni su quello che succede in Europa in breve tempo e siamo ancora nella prima metà del diciannovesimo secolo……

Appena superata la metà del secolo si gettano i cavi sottomarini per il collegamento telegrafico tra il Regno Unito e la Francia, poi si raggiunge anche il continente americano, si può quindi dialogare velocemente anche a grandi distanze, i giornali che fanno opinione pubblica sono in grado in poche ore di raggiungere l’intera popolazione anche la più lontana, le discussioni sullo scibile umano sono conosciute oramai da tutti: un fatto accaduto a New York diventa di pubblico dominio in Europa in poche ore.

La crescita sociale è enorme nonostante le innumerevoli problematiche create da questa corsa sfrenata verso il progresso e a pagarne sono la fasce più deboli dei centri urbani costrette ad adeguarsi a un sistema di vita che non le vede ancora pienamente protagoniste, i miglioramenti sono evidenti ovunque ma spesso non bastano. Si crea così il disagio latente propria del sistema capitalistico.

Un’altra fonte energetica che crea progresso è certamente quella elettrica sviluppatasi nella seconda metà del diciannovesimo secolo soprattutto dove l’abbondanza dell’acqua a basso costo la fa da padrona, ovviamente il Regno Unito è all’avanguardia nel proliferare le centrali che inviano l’energia alle città e di conseguenza alle industrie manifatturiere.

In Italia Milano conosce la sua sorprendente progressione industriale proprio grazie a questo bene che proviene in abbondanza dalla Valtellina e che permette alla città lombarda di gareggiare ad armi pari con Londra per il primato sulla totale illuminazione elettrica delle vie cittadine, per entrambe avvenuta agli inizi degli anni ottanta, prima di Parigi e delle città tedesche.

L’energia elettrica a basso costo permette l’utilizzo dei macchinari in maniera continuativa e senza perdita di potenza che a sua volta viene gestita secondo i bisogni e soprattutto porta l’elettrificazione delle ferrovie e quindi una maggior velocità nei collegamenti e senza il fastidioso fumo delle caldaie…anche il vapore è oramai superato dopo solo pochi decenni dal suo primo utilizzo pratico: questo è il progresso !

L’energia elettrica con l’illuminazione cittadina porta con anche sé più sicurezza nelle strade e poi anche nelle abitazioni, oramai avviate a diventare nella struttura simili a quelle odierne per funzionalità e praticità, alla fine del secolo anche il telefono partecipa a questa costruzione, ci si può collegare dal proprio appartamento con un’altra persona stando comodamente seduti e discutere sulla propria quotidianità.

Il Regno Unito è ovviamente la locomotiva europea sia dal punto di vista economico che socio-politico, le guerre napoleoniche non hanno minimamente intaccato il suo territorio con distruzioni e carestie, permettendo l’immagazzinamento di quantità enormi di ogni tipo di prodotto (proveniente anche dalle sue colonie d’oltreatlantico, africane e asiatiche) che una volta caduti i vincoli protezionisti attuati durante il primo ventennio del secolo si riversano sul continente invadendo un po’ tutti gli stati ed in primis quelli tedeschi creando un’offerta troppo superiore all’effettiva richiesta e determinando una crisi economica che verrà superata solo dalla seconda metà del diciannovesimo secolo.

L’unica vera competitrice del Regno Unito economicamente è la Germania/Prussia finalmente unita in un unico stato (o in una federazione doganale, lo Zollverein, se preferiamo) capace di raggiungere gli stessi livelli di competitività e produttività di quelli inglese già nella seconda metà del secolo.

Il protezionismo rimane ovviamente, visto i tempi e le guerre, un sistema d’impostazione economico de ogni singolo stato e permette di mantenere una incredibilmente una moneta stabile nel tempo facendo aggio sull’oro, questo vale un po’ per tutte le nazioni ed anche le periodiche inflazioni (del tutto normali in un lungo periodo) non incidono minimamente sulla crescita e sula trasformazione della società.

Oramai cambiano anche tanto i paesaggi urbani (e rurali seppur in maniera minore), si entra in una nuova dimensione della vivibilità quotidiana, non c’è più spazio, ad esempio, per il vecchio artigiano retaggio del medioevo e la differenza sociale tra quest’ultimo e un operaio di fabbrica non esiste quasi più: si crea così quello che oggi definiamo proletariato, cioè una parte di risorsa umana della società che partecipa attivamente alla costruzione del progresso produttivo con la sua forza lavoro ma che non partecipa in maniera corretta alla distribuzione del ricavo finanziario generale.

Così anche l’arcaica società gerarchica che imperava nei secoli precedenti lascia il posto ad una che è organizzata sul nuovo sistema legato all’industria, cioè ad un sistema economico che collega diverse tipologie di produzioni attraverso la gestione di più soci i quali detengono una certa quantità di azioni di ogni singola società in un dato ramo produttivo governando di fatto tutta l’economia spesso attraverso un cartello (un trust) o una lobby.

La nuova aristocrazia “senza titoli” è formata ora da industriali e banchieri, impegnati a cercare il progresso tecnologico e scientifico che aiutino ad aumentare il proprio capitale attraverso l’aumento delle risorse disponibili, essi si differenziano decisamente dai vecchi aristocratici che imponevano una società ferma e ben delineata attraverso il lignaggio e concedevano poco o nulla alla ricerca innovativa: esiste quindi una mobilità senza sbarramenti pregressi, chiunque può aspirare a far parte di questa nuova classe sociale dominante a condizione che abbia del capitale disponibile da gettare in un’impresa produttiva.

La nuova frontiera sociale europea del diciannovesimo secolo porta con sé una qualità ed un’aspettativa di vita certamente maggiore di quelle dei secoli precedenti (la crescita demografica è vertiginosa come abbiamo detto in precedenza) almeno nei paesi dell’Europa occidentale, ma crea inevitabilmente un conflitto, una frattura tra le varie parti della popolazione.

Questa frattura resisterà fino alla seconda metà del ventesimo secolo perché non è più il tempo di servaggio della gleba, di contadini fedeli servitori del signore, di artigiani chiusi nel loro piccolo tornaconto da bottegai, tutti sostanzialmente ancorati ad un immobilismo rispetto al progresso: ora da una parte ci sono gli imprenditori e i possidenti convinti che la soluzione sia sempre avere la massima produttività a qualunque costo, dall’altra i lavoratori urbani (impiegati e operai) e i braccianti che partecipano all’attività industriale ed agricola ma non sono retribuiti in maniera equa. 

Il conflitto sociale esplode in tutta la sua drammaticità nella seconda metà del diciannovesimo secolo, i lavoratori (in linea generale) si uniscono per difendere le loro richieste economiche e di miglioramenti nelle condizioni di lavoro in sindacati e leghe e spesso la rivendicazione assume le proporzioni di rivolta, alcuni imprenditori lungimiranti comprendono il problema e in accordo con le istituzioni governative cercano di porre dei rimedi con il dialogo e concessioni ma la maggioranza di essi persegue una linea dura fino allo scontro frontale.

Lo stato ovunque è costretto quindi ad assumere in proprio quelle forme di protezione caritatevoli ed economiche verso le fasce più deboli così come le conosciamo noi ancora oggi e che spesso molti contemporanei hanno in uggia per i costi spesso spropositati: certo, nel mondo contemporaneo forse appaiono magari un po’ datati ma nel diciannovesimo erano l’unica vera risorsa sociale per chi era impegnato in un’attività lavorativa dipendente.

Il diciannovesimo secolo appare quindi in generale come un’epoca di grande sviluppo e di grandi sconvolgimenti dove le arcaiche credenze vengono letteralmente travolte da un positivismo spesso esasperato e da un contemporaneo naturalismo figlio della scienza applicata in nome della ragione, dove la religione è un aspetto della società non più il suo perno centrale, dove la crescita culturale diventa imperante ovunque, dove si modifica in senso contemporaneo il concetto di politica e potere, dove le aspettative nei vari campi d’azione sono sempre altissime ed infine a rendercelo davvero interessante è dove si sviluppa la sociologia, lo studio delle scienze sociali, di conseguenza lo studio del comportamento umano applicato alla collettività del territorio.

 

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