L’insediamento preclassico dello Scoglio del Tonno nella città di Taranto

di Giampiero Lovelli

 

La Puglia è fra le regioni d’Italia più favorite nei riguardi del popolamento. Oltre all’enorme contatto col mare che la espone ampiamente alle correnti di immigrazione transmarina, la configurazione fisica dominata da aree pianeggianti e collinari, la relativa uniformità dell’idrografia e del clima, conferiscono alla regione caratteri estremamente favorevoli, sin dai tempi più antichi, agli insediamenti umani. Quanto al clima, il tipo mediterraneo conferma, accanto ai suoli, le condizioni attrattive agli insediamenti. Fattore primario del quadro ambientale è il clima, che analizzato nelle sue variazioni, assume enorme rilevanza per individuare i determinanti fisici delle vicende del popolamento.

Durante il Neolitico, età a cui risale il primo strato archeologico dell’insediamento dello «Scoglio del Tonno», le condizioni climatiche si orientarono verso quelle tipiche della fase atlantica e cioè caldo-umide, che favorirono l’ insediamento umano. Nell’Eneolitico la situazione sembrò cambiare nettamente e non si hanno tracce di villaggi. Intorno alla metà del II millennio a.C. si registrò il passaggio ad un clima più asciutto, che consentì alle varie comunità umane di riappropriarsi delle zone precedentemente abbandonate. Fu proprio in quest’epoca che si verificò quell’exploit demografico ed insediativo che interessò, per tutta l’età del Bronzo media, recente e finale, l’Italia centromeridionale ed insulare, investendo inevitabilmente anche la Puglia.

Il villaggio era stato impiantato, sin dal Neolitico, su di un promontorio sito immediatamente ad occidente dell’imboccatura del Mar Piccolo di Taranto e detto, ai tempi della scoperta «Punta Tonno», e in dialetto «Li Tunni». Di fronte al promontorio emergeva dall’acqua uno scoglio chiamato, a partire dall’inizio del XIX secolo d.C., «Scoglio o Pietra dei Tonni», il quale, all’epoca in cui si dette inizio agli scavi, si trovava ad una distanza di circa 10 metri dal promontorio stesso, mentre anticamente erano forse uniti l’uno all’altro. Entrambi, promontorio e scoglio, si incontravano immediatamente a nord-ovest di Taranto, nella zona ferroviaria, subito dopo aver attraversato il ponte di pietra, denominato ponte Sant’Eligio. Tre fattori principali avevano contribuito a distruggere la collinetta di «Punta Tonno» nel corso dei millenni: in primo luogo, il banco di càrparo di cui era formata era stato sottoposto, sia anticamente sia in tempi moderni, ad escavazioni tutt’intorno all’area interessata, tranne ad occidente. Inoltre lo sgretolamento della roccia, provocato dalle maree, e l’indebolimento delle argille pleistoceniche, dovuto alle infiltrazioni d’acqua, avevano causato ripetute ed estese frane del superiore banco tufaceo, il quale risultava, così, sempre più digradante sul mare. A nord, infine, all’epoca della scoperta si stavano effettuando i lavori della grande trincea per la ferrovia che collegava a Metaponto. Il banco di càrparo di «Punta Tonno» si presentò, pertanto, troncato a mo’ di terrazza a picco sul mare, terrazza sopra la quale si estendeva un campo di oltre 14.000 mq. denominato «ex Acclavio», che ad oriente e a mezzogiorno si affacciava sul mare, mentre ad occidente confinava con la zona ferroviaria a mare, e a nord con la ferrovia per Metaponto ed il fianco meridionale del mulino «De Matteo». Sopra questo breve altipiano era stato costruito il villaggio, che prese poi il nome dal sottostante «Scoglio dei Tonni» e che fronteggiava il Mar Grande di Taranto. La posizione geografica di «Punta Tonno» era eccellente, felice la sua situazione topografica. Il luogo era di una bellezza incomparabile ed il clima ideale: era naturale, perciò, che il sito attirasse insediamenti umani sin dall’età preistorica.

Dei tre strati che formavano il deposito archeologico dello «Scoglio del Tonno», quello maggiormente valorizzato dall’archeologo Quagliati fu lo strato medio, attribuito ad un periodo avanzato dell’età del Bronzo. Ai tempi dello scavo il Quagliati era un giovane da poco inviato a reggere le sorti del Museo Nazionale di Taranto. Un po’ succube delle idee allora imperanti, l’archeologo affermò subito, senza titubanza alcuna, «di aver riconosciuto nello strato medio gli avanzi di un villaggio sollevato dal suolo con palafitte e disteso sopra una impalcatura di legno ricoperta di battuti di argilla, con bacino sottostante di scarico per le acque di rifiuto, per i residui del focolare e del pasto domestico, per i rottami delle ceramiche e dell’altra suppellettile d’uso». Il Quagliati, quindi, identificò i resti di costruzioni rinvenuti nello strato medio dello «Scoglio del Tonno» con un abitato palafitticolo di tipo terramaricolo, avvalorando, secondo le idee allora propugnate ed imposte dalla Scuola paletnologica romana facente capo al Pigorini, la teoria della presunta discesa del popolo ariano o indogermanico fin nelle regioni meridionali della penisola italiana. Questo popolo di origine danubiana sarebbe sceso dalle Alpi per la valle dell’Adige e si sarebbe stabilito nella bassa valle del Po spingendosi, appunto, sino al sud dell’Italia. È ormai noto che gli Ariani, sia nella loro terra d’origine sia nella pianura Padana, costruivano i propri villaggi sopra estese piattaforme sostenute da palafitte e li circondavano, per difenderli, con canali di acqua e argini (le cosiddette «terramare» dell’ Emilia). Il Quagliati, avendo appunto trovato sul pianoro di «Punta Tonno» un tipo di costruzione simile, ed avendo rinvenuto, tra gli altri materiali, moltissimi frammenti vascolari simili a quelli delle «terramare» dell’ Italia settentrionale, concluse che si trattava di una stazione formata dagli invasori ariani. L’archeologo sostenne sino alla morte la sua teoria, affermando altresì che gli Ariani erano riusciti anche ad assorbire completamente la popolazione indigena di razza mediterranea. Ma la tesi del Quagliati non rimase incontrastata, lasciando perplessi sin dal primo momento diversi studiosi. La critica più esaustiva e, direi, veramente annientatrice fu avanzata da un autorevole paletnologo, Giovanni Patroni. Lo stesso esaminò e contestò, punto per punto, tutti gli argomenti addotti in favore della tesi quagliatiana, e le conclusioni che ne scaturirono furono determinanti nel far crollare in modo definitivo una teoria così lungamente e così accanitamente sostenuta. Infatti il Patroni, che si recò personalmente a vedere gli scavi mentre erano ancora aperti, pur avendosi tracce di pali, dubitò fortemente dell’esistenza di un insediamento palafitticolo poiché, mentre in tutte le «terramare» della Valle Padana erano state portate alla luce vere e proprie foreste di pali, al contrario allo «Scoglio del Tonno» i pali ritrovati erano veramente troppo scarsi per poter sostenere la larga platea di tavole su cui, sempre secondo il Quagliati, avrebbe dovuto appoggiarsi l’intero abitato. Furono trovati gli avanzi di cinque capanne una delle quali presentava una forma allungata e absidata e, all’estremità opposta, un piccolo porticato. Ora, come giustamente aveva affermato il Patroni, le forme absidate sono prive di analogie con gli abitati palafitticoli ed anzi estranee al loro sistema costruttivo. La forma absidata della capanna dello «Scoglio del Tonno», come pure il materiale di costruzione di tutte e cinque le capanne (frasche e rami intrecciati ed intonacati d’ argilla) e il loro tetto a due spioventi trovano, invece, sicuri riscontri nei villaggi della Tessaglia e, in definitiva, in tutto il Mediterraneo orientale. Infatti la grande casa absidata dello «Scoglio del Tonno» era uno dei risultati di quel processo di articolazione economica e sociale che fu reso possibile in Puglia grazie alla sistematica frequentazione di un popolo che proveniva proprio dalla penisola greca e quindi dal Mediterraneo orientale: i Micenei.

Comunque ci sono altri argomenti da schierare contro la tesi della «terramara». Difatti neppure il sistema difensivo dell’abitato dello «Scoglio del Tonno», come già aveva osservato il Patroni, corrispondeva a quello adottato dalle «terramare» dell’Italia settentrionale. L’intera area occupata dall’insediamento era circoscritta da un argine e da un fossato cui seguiva una scarpata. L’argine era apparso in diversi punti rafforzato da grossi sassi calcarei. Il metodo costruttivo del sistema difensivo dello «Scoglio del Tonno» e di altri insediamenti pugliesi e dell’Italia peninsulare ed insulare, era di provenienza egeo anatolica. Le comunità umane che popolavano questa parte della nostra penisola, infatti, si organizzarono sull’esempio dei grandi complessi urbani egeo - anatolici, dando origine ad insediamenti a carattere protourbano con abitazioni a pianta rettangolare e con fossati esterni. Né sarà la strada larga sei metri che, sempre secondo il Quagliati, avrebbe attraversato il villaggio da oriente ad occidente, proprio come nelle «terramare» della pianura Padana, a stabilire l’identità tra le vere stazioni terramaricole e l’insediamento tarantino. Come se gli abitati dell’Italia meridionale non avessero avuto strade sin dai tempi del Neolitico o fosse stato proibito alle genti ivi residenti di condurre strade da oriente ad occidente, sicché la costruzione di una tale strada si deve attribuire per forza a gente immigrata. Le prove esposte sono più che sufficienti a negare recisamente validità alla conclusione a cui era giunto il Quagliati. D’altra parte è innegabile che i ritrovamenti bronzei e ceramici dello «Scoglio del Tonno» abbiano, in parte, analogie con quelli delle culture terramaricole. Queste parziali similitudini stanno a significare che oltre ad essersi stabiliti rapporti commerciali tra queste e quello, si erano anche esercitati vicendevoli influssi tra terramaricoli della Valle Padana e i popoli indigeni del sud Italia. Pertanto era più che naturale che manufatti appartenenti o simili a quelli della civiltà delle «terramare» si trovassero in insediamenti meridionali, come appunto allo «Scoglio del Tonno», e viceversa.

Dopo aver confutato tutte le argomentazioni addotte in favore della identificazione dell’insediamento dello «Scoglio del Tonno» con le «terramare» del nord Italia, possiamo senz’altro concludere che l’unico legame che si può stabilire tra queste e quello è costituito dalle relazioni commerciali e dalle inevitabili reciproche influenze culturali. In conclusione va rilevato che i resti di costruzioni che si rinvennero nello strato medio dello «Scoglio del Tonno» e che, in base alle recentissime acquisizioni paletnologiche, sono stati datati all’inizio della media età del Bronzo, non sono affatto attribuibili, come voleva il loro scopritore, ad un abitato terramaricolo del tipo di quelli dell’Italia settentrionale. Oggi, l’accurato lavoro di revisione dei materiali dello «Scoglio del Tonno» ha accertato la natura dell’insediamento, identificandolo con una comunità «appenninica» dell’età del Bronzo-Ferro.

Il primo ad annoverare lo «Scoglio del Tonno» tra gli abitati appenninici fu l’etnologo archeologo Ugo Rellini, il quale individuò la cosiddetta civiltà «appenninica», chiamandola anche extraterramaricola, appunto perché contrapposta alla civiltà delle «terramare» della Valle Padana. Le stazioni appenniniche, che andavano dalle Marche alla Toscana, alla Campania, alla Puglia, mostrarono una civiltà assai più progredita che esercitò un profondo influsso sulla cultura terramaricola, pur rimanendo da questa ben distinta. La conclusione del Rellini fu, dunque, che gli Ariani non avevano mai posto piede nel mezzogiorno d’ Italia e, perciò, all’abitato dello «Scoglio del Tonno» non era assolutamente possibile riconoscere il carattere di «terramara». Il Rellini aveva ragione perché si trattava proprio di un villaggio in possesso di una cultura contrapposta a quella delle «terramare», la cultura appenninica o extraterramaricola, appunto, sviluppatasi a mezzogiorno della pianura Padana a partire dall’età del Bronzo. La teoria della discesa dei terramaricoli nell’Italia meridionale, sostenuta strenuamente dal Pigorini e dai suoi seguaci, tra cui il Quagliati, tenne il campo incontrastato per lungo tempo, alterando l’origine della cultura e della civiltà in Italia. Oggi, però, la scienza ufficiale ha concordemente negato l’esistenza della «terramara» tarantina, come di qualsiasi altra «terramara» dell’Italia centrale e meridionale, sostenendo che il substrato etnico di questa parte della nostra penisola era rimasto sempre quello indigeno e che esso aveva influenzato, ma aveva anche subito le influenze, d’altronde logiche e naturali, dei popoli di civiltà straniera. Pertanto si il nome di italici agli abitati degli indigeni, che sin dall’epoca neolitica erano stanziati in Italia. Questi ultimi erano di razza mediterranea e seppellivano i propri defunti in tombe a fossa con pochissimi oggetti non appariscenti del corredo funebre. È presumibile, pertanto, che il Quagliati, tutto preso dal desiderio di rinvenire allo «Scoglio del Tonno» le tombe ad incinerazione dei terramaricoli ariani, non si era eccessivamente curato delle povere sepolture indigene di età neolitica del villaggio tarantino. Allo «Scoglio del Tonno», però, la necropoli ad incinerazione non fu mai trovata e non perché, come suppose lo stesso Quagliati, i lavori della ferrovia per Napoli e Bari avevano potuto tagliarla e disperderla, bensì perché lì la necropoli ad incinerazione non era mai esistita.

 

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BIBLIOGRAFIA

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