Nascita e sviluppo della più grande civiltà occidentale

di Enrico Pantalone

 

 

Iniziamo con una precisazione dovuta: questo testo vuole omaggiare l’importanza della storia ellenico-latina come base per l’evoluzione dell’occidente europeo di oggi, fondato sui presupposti creati al tempo dai greci prima e dai latini successivamente: la nostra analisi prende l’avvio da queste due grandi civiltà che trovarono il modo di fondersi incessantemente in maniera coordinata durante i numerosi secoli del loro sviluppo politico-sociale.

 

 

I. INTRODUZIONE

 

E’ indubbio che la nascita e la crescita della filosofia abbiano avuto un impatto immenso per la società e la cultura occidentale antica, un nesso inscindibile per comprendere appieno lo sviluppo dei secoli successivi, probabilmente senza la filosofia non avremmo avuto la Grecia e Roma, cioè le fondamenta del nostro mondo moderno, almeno non nei termini che oggi conosciamo, probabilmente l’evoluzione di queste civiltà sarebbe avvenuta in maniera molto più lenta rispetto a ciò che è poi stato realmente.
I greci, precursori in questa disciplina come anche in altri campi, istituzionalizzarono le conoscenze e le coordinarono in maniera razionale, i pensatori ellenici diedero il là allo sviluppo culturale di spessore del pensiero che prima mancava in maniera indiscutibile.

 

 

II. LA FILOSOFIA ANTICA


La filosofia antica, greca e poi greco-romana indubbiamente ebbe modo di resistere sino all’introduzione nel periodo imperiale di quella cristiana che man mano assorbì e sostituì nel tempo la prima, anche se tradizionalmente essa è considerata più alto medievale che antica.
La filosofia antica è essenzialmente greca perché porta con sé tutti i tratti caratteristici delle polis ed in qualche modo le fa sopravvivere anche dopo la conquista romana proprio perché esse fanno parte integrante della vita di tutti i giorni e sono dominanti nella socialità ellenica, così R
oma non può che adeguarsi, dominerà politicamente sulla regione, ma non potrà e non riuscirà mai a farlo ideologicamente, semplicemente prenderà atto della grandezza di questa cultura e la farà propria contribuendo in maniera importante a costruire il pensiero della nostra società occidentale.

La filosofia greca nasce così e si sviluppa intorno ad uno sforzo comune di riflessione, è quindi un’importante, se non basilare, veicolo di sviluppo sociale, poco importa se all’esordio appare ristretta a pochi personaggi, perché essa recupera in tempi brevissimi la comunione d’intenti tra la popolazione e chi enuncia alcuni suoi principi.
I filosofi cercano di convogliare attraverso coloro che ascoltano e traggono giovamento intellettuale i loro sforzi per far comprendere la natura delle cose e la sua trasformazione attraverso gli atti quotidiani, ma non solo, incitano gli stessi ascoltatori a criticare le loro allocuzioni creando i presupposti per dettare enunciazioni scientifiche oppure di costume sociale: insomma pongono le basi per creare una coscienza civile comune e per consolidare un’etica ed una morale a cui fare riferimento, da trasmettere sicuramente ai giovani, logico terminale per i loro studi e dialoghi.

 

 

III. LE SOCIETA’ GRECHE E ROMA

 

La terra ellenica non è mai stata portata nella maniera più assoluta allo spirito unitario di sviluppo, caro invece a tante altre civiltà, infatti, tutte le enormi e decise differenze nella morfologia dei vari territori e le conseguenti condizioni climatiche diverse hanno consolidato nelle popolazioni locali quest'idea ed in pratica ne hanno fatto fin dagli inizi della loro storia (1900 aC) il paese dell’individualismo politico e sociale.
La storia della Grecia quindi è, se vogliamo, la storia di diverse entità che in nessun caso riconosceva un organismo superiore comune ed in realtà sappiamo che nessuno dei territori ellenici tese mai a ciò e le conseguenze furono pagate quando una civiltà più agguerrita e senza grossi problemi logistici (R
oma) perché sostanzialmente attigua, arrivò e la conquistò.
Questo individualismo politico fu, però foriero di grandi vantaggi inizialmente soprattutto nell’espansione ad oriente, attraverso le Isole dell’Egeo prima, fino alle coste dell’Asia Minore poi, in pratica un’appendice asiatica del territorio greco, il motivo era dovuto alla grande intraprendenza delle varie città/stato (ad esclusione di Sparta) che vedevano nei mercati d’oltre Egeo un’importante vetrina per i loro manufatti, così la fondazione di rustici fondaci prima e di vere e proprie colonie poi resero possibile un traffico intenso, difficilmente uno stato unitario avrebbe potuto creare gli stessi presupposti, il rischio normalmente non fa parte della mentalità di chi individua primariamente il bene comune e poi il profitto.

Questo individualismo è certamente un fenomeno ripetuto nel tempo ed a tratti esasperante, ma nel contempo le città/stato greche dimostrarono nella colonizzazione un grande spirito d’adattamento finendo per assimilare pregi e difetti della popolazione colonizzata, comunque anche nei territori sottomessi non si crearono le condizioni di lavoro e sviluppo comune con altre popolazioni limitrofe specie se provenienti dalla penisola ellenica, com’era in patria così era al di là dell’Egeo, l’autarchia era indubbiamente all’ordine del giorno sempre.
Secondo alcuni storici questo esasperato individualismo istituzionale potrebbe derivare dal fatto che in Grecia non esisteva nessun grande fiume che unisse il territorio e questo finì per limitare molto lo scambio nei secoli iniziali della formazione societaria: la mancanza quindi d’un bacino che avrebbe unito maggiormente il territorio consentendo una certa centralizzazione, diventò fondamentale laddove i dirupi tipici della regioni che attraversavano i Balcani ebbero poi la meglio.

La vita individuale politica appariva quindi nel greco veramente marcata e nella polis ovviamente poteva esercitare tutto il suo fascino ed esaltare proprio le caratteristiche tipiche della grecità e questo fece sì che la vita quotidiana non fosse per nulla marginale ma attiva nella società, cercando di comprenderne gli sviluppi, magari dominarli e superarli: lo si poteva vedere per esempio anche dal fatto che i greci, diversamente da altri popoli, trovarono modo di vivere in maniera parca, frugale e direi soprattutto semplice, essenziale, una controtendenza basilare nel momento del massimo fulgore, anche al tempo di Alessandro e delle sue grandi conquiste.
Proprio per questo in Grecia l’esaltazione per lo spirito agonistico era portante sia negli uomini che nelle donne, in qualche modo v’era una ricerca del miglior essere possibile, un individuo che poteva rappresentare al meglio l’intera società, non divino, ma umano, così mai in questo popolo il fisico prevalse sull’intelletto, entrambe le qualità dovevano coesistere, anche forzatamente, cioè ci si addestrava in maniera completa alla vita,  ma nell’individuo politico sempre doveva prevalere la ragione.

Il 21 Aprile 753 aC: venne fondata secondo la leggenda la città di Roma, nasceva così la più grande potenza militare, politica, culturale, sociale, economica dell'Europa antica.
In quasi tredici secoli le sue legioni conquistarono uno dopo l'altro tutti i territori dell'ecumene conosciuti fino allora: un trionfo dell'abnegazione e della forza morale, dell'etica militare, dell'espressione giuridica, della lungimiranza economica ed architettonica che ancora oggi noi tutti ammiriamo basiti per la vastità dei campi che ha toccato ed illuminato, una civiltà che ha coinvolto milioni di persone, che ha strutturato in maniera incredibile come mai nessuno fece prima d'allora la società civile.

Tutte le società e le civiltà che si susseguirono in Europa dopo il tramonto della Grecia e di Roma s'inspirarono ad esse in tutto, dal diritto (ancora oggi presente nelle leggi vigenti in qualsiasi società civile), alla costruzione dello stato dal punto di vista amministrativo e politico, a quello dedicato alla moderna scienza dell’ingegneria, a quello della struttura organizzativa.

 

 

IV. L’ASPETTO RELIGIOSO

 

Uno degli aspetti interessanti nel passaggio o nel connubio tra civiltà greca e romana è sicuramente quello concernente la religione visto che entrambe le società sostanzialmente hanno impostato le loro istituzioni su una spiritualità che potremmo definire di “stato” in altre parole con l’umanizzazione delle divinità olimpiche, care ad entrambe.
Crescendo la personalità individuale umana gli dei devono cambiare anch’essi la loro funzione ed adeguarsi alla società, così i loro gaudenti spiriti spesso devono essere repressi o in ogni modo modificati.
Questo in parte è dovuto al prevalere delle classi inferiori che costrette al buio fino all’epoca delle polis, trovano il modo d’emergere maggiormente fino ad influire sulle decisioni generali politiche e spirituali, infatti né la Grecia né R
oma cedono alle religioni mistiche tipiche di altri popoli, esse preferiscono affidarsi a religioni concrete che spieghino convenientemente l’aldilà in una sorta di continuazione della vita terrena.
Così le divinità diventato più moralmente corrette, non sono più indifferenti, cercano di comprendere l’uomo e le sue ragioni, nonché le sue esigenze, in poche parole abbandonano l’Olimpo per scendere sull’Acropoli o sul Palatino, in qualche modo devono legare la loro vita a quella dello spirito umano, la religione diventa così un fatto etico grazie alle nuove istituzioni sociali delle due grandi civiltà mediterranee.

Assistiamo dunque anche ad una gerarchia semplificata delle divinità, in ottemperanza alle istituzioni che tra Grecia e Roma si vengono a formare in questi secoli.
La religione quindi assume una certa forma di egemonia socio-culturale anche nei confronti di chi viene conquistato, il culto locale “deve” fondersi con quello del vincitore, l’unità religiosa appare certamente più importante di quella politica considerato i vantaggi che ne derivano dall’integrazione spirituale.
La Grecia e R
oma, l’occidente dunque, appaiono già incamminati verso una via religiosa decisamente più moderna rispetto a quella d’altre civiltà, meno spirituale, più pragmatica e che sostenesse l’impalcatura istituzionale proposta: così le divinità a loro volta “devono” sostenere la stessa politica e le stesse rivendicazioni economiche e sociali.
Si parla quindi di comunità religiosa in senso più ampio rispetto al passato, di una collettivizzazione razionale delle risorse spirituali che vedono una società divina con le sue “scale di potere e di proponimenti” ovunque, a Sparta, come ad Atene, come a R
oma, importante nucleo per la creazione di una società che potesse protrarsi nel tempo, in questo senso il successivo cristianesimo trovò un terreno piuttosto fertile perché sembrava quasi tutto già “preparato” e solo da “ordinare” in maniera più sistematica.

 

 

V. I SISTEMI ISTITUZIONALI ED AMMINISTRATIVI

 

Ho sempre assistito con assiduità alle analisi storiche e relative discussioni di docenti e semplici appassionati sulla diversità d’intendimenti e sulle prerogative istituzionali proprie del periodo repubblicano e del periodo principesco o imperiale riguardanti \roma e la sua civiltà.
Certamente il funzionamento socio-politico e forse soprattutto l’ideologia cambiò in maniera decisiva l’assetto esterno, quello che si presentava al pubblico, alla gente, ma fondamentale la continuità esisteva e veniva indubbiamente marcata.
Il passaggio tra i due sistemi istituzionali, a mio personale giudizio, non poteva non esserci, era la struttura del territorio annesso che pretendeva un’impostazione apparentemente diversa per far fronte alle nuove esigenze sia sociali sia economiche.
Ottaviano, in altre parole chi per la storia, modificò il sistema istituzionale (in realtà già in atto da decenni), per quanto riguarda la città/stato di R
oma (e quindi i territori che d’essa facevano parte integrante) si considerava ancora un console repubblicano (13 gennaio 27 aC) che governana in collaborazione con i generali che l’avevano aiutato nella guerra civile precedente, carica che detenne fino al 23 aC.
Nel frattempo, egli è anche, questa è la vera novità, condottiero per l’imperium proconsulare, in altre parole responsabile per le province non ancora pacificate o di recente conquista e si serviva in questo caso dell’ausilio oltre che di generali fidati anche di veri e propri legati fiduciari e con vasta esperienza militare e d’equites che curavano la parte amministrativa-fiscale.
In sostanza abbiamo proprio in questo atto la vera differenza tra repubblica e principato, una differenza dovuta appunto al diverso modo d’interpretare la strategia e la politica relativa al territorio dominato.
Era francamente impensabile che i nuovi domini potessero essere amministrati secondo un sistema istituzionale ideale per una città/stato se pur parzialmente allargata ai territori limitrofi mediterranei, Ottaviano che a R
oma s’avvale dell’aureola conferitagli da tutte le classi sociali rappresentate in essa riconosciutagli principalmente attraverso l’auctoritas principis insieme con quella più antica dell’auctoritas senatus, quindi sostanzialmente un consolato dinamico e più moderno, si trova fuori dei territori delle province conferite dall’imperium ad essere anche l’unico rappresentante del Senato, teoricamente in caso d’emergenza (che diventerà prassi visto il costante allarme militare) come Auctor, in pratica il consulente dei funzionari preposti, modo pratico per dire che egli aveva sempre l’ultima parola su ogni questione.
Da qui probabilmente parte il dualismo R
oma/Augusto, in altre parole da quando il territorio non ammesso direttamente a Roma o non pacificato prevale in termini di politica rispetto a quello concernente l’Urbe o più semplicemente dei vecchi territori.
Soprattutto sembra prevalere all’interno delle istituzioni romane la paura che una rappresentanza consolare non sia intesa perfettamente nei territori lontani, specie orientali, abituati da sempre a satrapie e l’espressione del principe diventa espressione di potenza della Repubblica in atto di divenire Impero.
Il principato diveniva cosa conveniente perché imponeva il dominio di R
oma attraverso la personalizzazione del suo rappresentante maggiore, non per questo veniva meno l’impegno sociale nella collettività, mai come sotto Ottaviano la plebe ottenne importanti riconoscimenti sociali ed istituzionali: Roma unita sotto il principe s’impose al mondo allora conosciuto, Ottaviano fu il simbolo riconosciuto da tutti, il passo per l’identificazione stato/imperatore fu solo un atto burocratico, un’appendice successiva.
Comprendo che spesso la Repubblica detenga un aspetto certamente più democratico rispetto al Principato visto con gli occhi odierni, ma noi dobbiamo immedesimarci nella pratica quotidiana di quei tempi, agli imperatori che almeno sino a Traiano ed Adriano rappresentarono ancora l’essenza delle istituzioni romane antiche anche se modificate ed adattate, successivamente con ogni probabilità bisognerebbe parlare di un’altra istituzione che introduceva un periodo storico diverso anche se come i Franchi secoli dopo (popolazione certo non latina) insegnarono, tutto venne ricondotto a ciò che questa grande Civiltà portò nel mondo anche nei secoli successivi.

Riportiamo così a questo proposito il discorso ai senatori romani da parte dell’imperatore Claudio per la concessione stessa di poter far parte della grande assemblea istituzionale da parte dei Galli Edui (Tacito Annali XI, 24), in cui ritroviamo, se mai ve ne fosse stato bisogno, tutto lo spirito che questa civiltà oramai saldamente greco-latina aveva donato all’occidente:

 

'Maiores mei, quorum antiquissimus Clausus origine Sabina simul in civitatem Romanam et in familias patriciorum adscitus est, hortantur uti paribus consiliis in re publica capessenda, transferendo huc quod usquam egregium fuerit. neque enim ignoro Iulios Alba, Coruncanios Camerio, Porcios Tusculo, et ne vetera scrutemur, Etruria Lucaniaque et omni Italia in senatum accitos, postremo ipsam ad Alpis promotam ut non modo singuli viritim, sed terrae, gentes in nomen nostrum coalescerent. tunc solida domi quies et adversos externa floruimus, cum Transpadani in civitatem recepti, cum specie deductarum per orbem terrae legionum additis provincialium validissimis fesso imperio subventum est. num paenitet Balbos ex Hispania nec rninus insignis viros e Gallia Narbonensi transivisse? manent posteri eorum nec amore in hanc patriam nobis concedunt. quid aliud exitio Lacedaemoniis et Atheniensibus fuit, quamquam armis pollerent, nisi quod victos pro alienigenis arcebant? at conditor nostri Romulus tantum sapientia valuit ut plerosque populos eodem die hostis, dein civis habuerit. advenae in nos regnaverunt: libertinorum filiis magistratus mandare non, ut plerique falluntur, repens, sed priori populo factitatum est. at cum Senonibus pugnavimus: scilicet Vulcsi et Aequi numquam adversam nobis aciem instruxere. capti a Gallis sumus: sed et Tuscis obsides dedimus et Samnitium iugum subiimus. ac tamen, si cuncta bella recenseas nullum breviore spatio quam adversus Gallos confectum: continua inde ac fida pax. iam moribus artibus adfinitatibus nostris mixti aurum et opes suas inferant potius quam separati habeant. omnia, patres conscripti, quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere: plebeii magistratus post patricios, Latini post plebeios, ceterarum Italiae gentium post Latinos. inveterascet hoc quoque, et quod hodie exemplis tuemur, inter exempla erit.'

("I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu accolto contemporaneamente tra i cittadini romani e nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello stato, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii sono stati chiamati in senato da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tusculo e, se lasciamo da parte i tempi più antichi, dall'Etruria, dalla Lucania e da tutta l'Italia. L'Italia stessa ha da ultimo portato i suoi confini alle Alpi, in modo che, non solo i singoli individui, ma le regioni e i popoli si fondessero nel nostro nome. Abbiamo goduto di una solida pace all'interno, sviluppando tutta la nostra forza contro nemici esterni, proprio allora quando, accolti come cittadini i Transpadani, si poté risollevare l'impero stremato, assimilando le forze più valide delle province, dietro il pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo. C'è forse da pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonense? Ci sono qui i loro discendenti, che non ci sono secondi nell'amore verso questa nostra patria. Cos'altro costituì la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri? Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza, quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno regnato su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un'improvvisa novità, bensì una pratica normale adottata dal popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo combattuto coi Senoni: come se Volsci e Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo stati conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subìto il giogo dei Sanniti? Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna s'è conclusa in un tempo più breve che quella contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi, cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerli per sé! O senatori, tutto ciò che crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli latini dopo i plebei, degli altri popoli d'Italia dopo quelli latini. Anche questa decisione si radicherà e invecchierà, e ciò per cui oggi ricorriamo ad altri esempi verrà un giorno annoverato fra gli esempi".)



VI.  CONCLUSIONI

 

Tutte le civiltà del passato miravano all'espansione, non n'esisteva una che badasse ai fatti suoi sul territorio, le civiltà euro-asiatiche (in altre parole il mondo antico) muovevano un sistema basato sulla guerra e sulla conquista, logica peraltro naturale: il punto fu che la civiltà greco-romana restò anche dopo la sua fine, altre civiltà no, la sua vera forza fu proprio questa, l'Impero Romano d'Oriente durò fino al 1453, il Sacro Romano Impero durò fino al 1918, giusto qualche decennio fa....oggi abbiamo l’Unione Europea debitrice logica della Grecia e di Roma.
L'Europa come idea è nata proprio perché prima la Grecia e poi R
oma avevano unito tante società diverse che si riconoscevano in essa ed al loro modo di concepire lo sviluppo socio-economico e questo è una diretta conseguenza dell'espansionismo.

Ad occidente come ad oriente il diritto esercitava ed ha esercitato una parte fondamentale nella costituzione territoriale, gli imperatori tedeschi medievali fecero riscoprire e riadattare i codici giustinianei per dare maggior risalto alla loro politica ed alle istituzioni ad essa legate: perché mai avrebbero dovuto chiedere una formalizzazione del diritto romano, visto che erano in posizione di forza anche militarmente ?

La risposta appare ovvia e scontata.

Roma copiosamente attinse alle culture che incontrava ed inglobava: greca, etrusca, indoeuropea, celtica, sarmatica, egizia, proprio questa fu la grandezza e la modernità della civiltà greco-romana nel suo complesso, essa non si sostituì completamente (come avevano fatto civiltà venute prima) a quella precedente, ne assorbì tutti i caratteri migliori perché la crescita era necessaria, Roma pensava in grande, era avanti anni luce rispetto al resto del mondo, dove esisteva un Senato che discutesse pubblicamente sulle leggi da attuare ?
Voglio rispondere anche a coloro che sicuramente obietteranno sul fatto che non era necessario un espansionismo imperialista per creare una grande civiltà e che civiltà precedenti alla Grecia ed a R
oma ci riuscirono senza essere sempre in guerra e così via.

Era certamente facile essere una grande civiltà quando non c'erano lotte sociali all’interno, quando la tecnica era ancora allo stato primitivo, quando l'agricoltura la faceva da padrone, quando le aspettative di vita erano talmente basse da rendere il compito dei governanti certo più agevole, era certamente più difficile essere una grande civiltà quando si costruivano strade, acquedotti, ponti, v'era fermento tra le classi che componevano la società, quando anche una guerra non era solamente un fatto di nobiltà (la riforma mariana dell'esercito fece diventare moderna questa struttura essenziale), ma coinvolgeva tutta la popolazione attiva: Roma riuscì a completare tutto ciò nel corso di molti secoli riprendendo la precedente filosofia greca ed ampliandola, la nostra società occidentale è indubbiamente il frutto di tutte queste esperienze passate create da generazioni, una cultura unica, sta a noi completarla adeguatamente e valorizzarla, guardando al passato per gestire il futuro. 

 

(il testo è stato pubblicato anche su Latina nr.3 – L’Antologia di SignaInferre)

 

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