Parliamo degli storici greci e romani primitivi

di Enrico Pantalone

 

 

Quando parliamo degli storici antichi dobbiamo sicuramente fare alcune riflessioni di fondo per capire come si muovevano e come operavano nell’ambito delle loro società primitiva.
Gli storici greci ovviamente erano antecedenti ai loro colleghi romani e concepivano la narrazione della storia come un compendio di studi sui canti omerici oppure d’epica antica, di mitologia, di luoghi degli avvenimenti e di una cronologia più accurata possibile ma senza eccedere (tanto nessuno avrebbe chiaramente potuto controbattere).
Soprattutto i greci non consideravano la loro storia come la storia della Grecia/Stato, questo per loro era inconcepibile, parlare di un popolo unito era semplicemente impossibile, da qui i molti dubbi nati sulle descrizioni degli avvenimenti, un po’ costruiti a posteriori probabilmente.
Anche i primi storici romani seguivano la stessa strada greca riguardo a mitologia e epica, ma partivano sempre dal presupposto di raccontare le vicende di uno Stato unico e quindi con finalità bene precise, l’avvenimento doveva essere coerente con la politica di Roma.

Parlando del lavoro dei primi storici greci dobbiamo necessariamente escludere sia la sociologia che l’economia, praticamente mai trattate oppure in minima parte: questo c’impedisce sostanzialmente di concepire attraverso la lettura dei testi (o di quello che viene tramandato) la chiave “moderna” del fatto storico, quello che si consoliderà dopo a partire dal secolo aC ca.
Ciò era del tutto logico perché alla base della storia vi era la lotta delle città/stato per la salvezza del territorio ellenico, esse erano impegnate nella dura lotta contro i persiani prima e per la supremazia sullo stesso territorio nella secolare guerra tra Atene e Sparta poi: gli storici del tempo quindi si fecero carico di creare basi più solide per lo studio attraverso il resoconto del cambiamento e dell’evoluzione nella società in cui la collettività inizia a prendere il sopravvento rispetto all’individuo epico e leggendario.

Un esempio pratico del cambiamento nello storico greco è relativo alla vicenda più nota, quella di Leonida e dei trecento spartani morti alle Termopili: qualche secolo prima non si sarebbe nemmeno scritto su un fatto come questo considerando la sconfitta, al tempo dell’avvenimento invece la vicenda diventa un fatto sociale prima ancora che militare: è l’intera Sparta che partecipa alla morte degli opliti.
Muore il re condottiero, muoiono anche i semplici soldati e tutti vengono tenuti nella stessa considerazione, gli storici riportano il fatto certamente elogiando l’etica e ammantandola anche di toni leggendari ma al tempo stesso ci mostrano a cosa sia servito il loro sacrificio in termini di vantaggi economici, logistici ed ovviamente militari con l’arretramento del fronte all’Istmo di Corinto che permise una più saggia amministrazione di beni e risorse umane.

Un aspetto molto importante presente praticamente tutti gli storici del tempo primitivo era quello che essi dedicavano a “costruire” attraverso le loro lezioni gli uomini di stato, o meglio, coloro che giovani studenti sarebbero diventati successivamente degli uomini di stato.
Di conseguenza, nello scrivere essi dosavano sapientemente e “filtravano” gli avvenimenti in maniera che lo studente (perché in effetti era in realtà l’unico vero destinatario finale delle loro lezioni e del

 testo) conoscessero i fatti per rapporto alla politica fino allora adottata dalle istituzioni.
In pratica la storia doveva divenire di “pubblica utilità”: gli storici greci e romani non erano sognatori e moralisti pedanti, il pragmatismo era il loro forte, proprio per questo appaiono molto più veritiere le loro analisi rispetto a chi filosofeggiava in una sorte di grande intrattenimento mediatico (per il tempo) spesso inconcludente.
La loro analisi era quella dello Stato, se si doveva commentare una sconfitta la si citava senza remore, in modo pragmatico fornendo i dati relativi e tutte le preposizioni utili affinchè fosse possibile comprendere gli errori e studiare il metodo migliore perché essi non venissero ripetuti: così si creavano gli uomini uomo di Stato chiamati successivamente a condurre le istituzioni.

Lo storico greco, come il resto della società, era indubbiamente indissolubilmente legato alla Polis ed alla sua organizzazione, appare quindi chiaro che i suoi resoconti tenessero conto di tale situazione, ed ecco perché in realtà rispetto agli storici romani essi peccavano probabilmente di molto meno pragmatismo pur risultando sempre molto oggettivi: cambiava per cui l’atteggiamento, l’approccio non la sostanza.
Bisognava tener conto quindi anche delle virtù individuali che generavano i fatti storici, probabilmente l’insieme della visione di uno storico greco appare senz’altro come la capacità del singolo di partecipare alla vita comune mentre in quello romano spesso è più palese il contrario, sebbene s’incontrino pareri discordanti in molti studi.
Con ogni probabilità lo storico greco vedeva nell’autarchia la funzione principale (sia a livello individuale che generale) della vita socio-politica e quindi sostanzialmente da trasmettere ai posteri o da analizzare, autarchia intesa come libertà da schemi prefissati, cioè il bastare a stessi, cosa che appariva francamente inconcepibile per uno storico romano.

Un esempio di diversità tra gli storici senza dubbio si può rilevare sulla condizione dello schiavo greco che perdeva molto rispetto alla sua identità territoriale originaria, la società greca non metteva mai in discussione la legittimità dello schiavismo e spesso anche chi veniva emancipato si sentiva estraneo all’idea di un suo ritorno nella patria d’origine.
Così gli autori greci ci spiegano bene quali sono i popoli migliori per questo tipo d’attività e senza troppi problemi illustrano riccamente le qualità che si devono ricercare ed anche le fonti letterarie o epigrafiche da loro redatte o riportate ci indicano le regioni migliori dove portare a termine gli affari, insomma dove trovare questo tipo di mano d’opera.
Lo storico greco spiega che le origini di un buon schiavo sono importanti perché garantiscono un buon lavoro e poca contestazione, insomma mentre lo storico romano concepiva lo schiavismo come un normale “mezzo di produzione” legittimato dalla potenza dell’Urbe lo storico greco cercava di dare anche una spiegazione razionale anche se in fondo non cambiava nulla dal punto di vista sociale.

Il primo storico romano che abbia scritto un'opera di storia romana (che abbia valore s'intende) fu Q. Fabio Pittore (circa 260-190 aC) con il Rerum gestarum libri, prealtro redatto si in latino ma anche in greco come s'usava al tempo per ciò che era importante e da divulgare (anche qui si potrebbe pensare che sia stata prima scritta in greco e poi a posteriori in latino...).
Sia Fabio Pittore che altri storici romani contemporanei indubbiamente subirono l'influenza della storiografia ellenica ed in parte anche di quella siciliana che ne era una derivazione naturale.
Non è rimasto quasi nulla di queste opere degli esordi e tutto ciò su cui possiamo discutere sono le notizie riportate da Tito Livio.
I primi annalisti romani indubbiamente utilizzarono molto le leggende e basarono i loro saggi su ciò che le famiglie della nobiltà romana si tramandavano oppure sulle carmina convivalia o saghe popolari: ciò portava certamente a un nesso o meglio una famigliarità con il lavoro svolto degli storici greci rispetto alla mitologia che affondava le sue radici nel millennio precedente: grazie all'ausilio dell'archeologia si è potuto comunque appurare che spesso queste leggende o epopee risultavano molto vicine alla realtà.

Dopo la morte Catone, storico e letterato, non ci fu più diga nel fermare l’invasione “ellenica” e Polibio fu uno dei grandi traghettatori per quanto riguarda l’analisi storia tra ellenismo e latinità.
Curiosamente egli, che era un ostaggio richiesto da Roma, non manifestò mai dei sentimenti di rivalsa nei confronti dei “nemici” ma anzi diede un notevole impulso nel creare una scuola degna della repubblica.
Polibio capendo con grande intuizione che Roma era decisamente più avanti nella concezione del potere forte e stabile in chiave mediterranea rispetto alla sua patria si fece un lavoro encomiabile che diede all’elite dei giovani romani la possibilità di crescere in maniera eccellente nella ragione e nella conoscenza.
Egli capiva che Roma avrebbe imposto nella regione una pace che avrebbe avuto effetto durevole nel tempo e s’adoperò affinché questo avvenisse in tempi ragionevoli.
Molti degli storici latini gli furono debitori per l’impostazione che aveva così saggiamente e compiutamente dato alla loro patria.

Polibio ebbe un gran pregio: quello di scrivere in maniera precisa e ricca di termini tecnici.
Egli voleva essere chiaro e comprensibile , lui non è né un narratore né un poeta, lui ama indagare attraverso la storia e reperire quanti più fatti sia possibile e ancor meglio se si tratta della verità dei fatti.
Egli parte sempre dal presupposto che lo storico debba servirsi dell’analisi per studiare la vita d’uno stato, conoscenza primaria per fornire dottrine costanti e ben precise d’applicare in un corretto ordinamento.
Lo si potrebbe definire un cancelliere per la sua freddezza e la sua razionalità nel descrivere gli eventi e nel trarre conclusioni: Roma per lui in un certo periodo si trovò al centro della storia , ebbe l’occasione e la fortuna che servono in questi casi e non mancò di trarre i dovuti vantaggi dosando potenza ed intelligenza.
E’ anche vero che accanto a questo “nobile” padre della storiografia repubblicana conosciuto attraverso i suoi lavori che ci sono giunti abbiamo anche alcuni autori diciamo “minori” che utilizzarono la lingua  greca anziché quella latina, forse perché essi volevano modificare il sistema storiografico romano dell’epoca basato sulla retrospettiva annuale.
Non avendo nessuna base scritta a conforto possiamo solo fare supposizioni, nulla più.
Comunque appare chiaro che la scuola di Polibio probabilmente impresse la svolta relativa allo studio delle cause che determinavano un evento e che dopo la seconda metà del II secolo apparvero degli scritti storici non propriamente annalistici ma basati su periodi bene delimitati e spesso vissuti di persona dallo scrittore vedendo appunto la continuità e non la staticità dell’azione.
A parte Cicerone, la storiografia del periodo finale della repubblica presenta soprattutto storici che dettero una testimonianza diretta di ciò che era accaduto, commentavano cioè i fatti salienti del momento considerato anche tutti i drammatici avvenimenti dell’ultimo secolo repubblicano, uno di loro fu Giulio Cesare.
 

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