Rivivere la Legione

 

di Siegfried Stohr

 

 

 

“…L’indagine storica trova un surrogato all’esperimento illuminando a mezzo di analogie… L’analogia, per illuminare un processo, si serve di un processo simile svolto in condizioni simili. …quella analogica è una relazione che rende pensabile per me oggi un fatto ormai trascorso

 (da L. Canfora- L’Uso Politico dei Paradigmi Storici – Laterza)

 

Esco di casa e vedo un cielo strano, nubi cariche di tempesta vicino a un piccolo arcobaleno: cosa avrebbe pensato un cittadino romano 2000 anni fa guardando questo cielo ?

Un prodigio ?

Un segno ?

Per capire l’uomo di allora abbiamo solo una possibilità: osservare l’uomo di oggi, i suoi comportamenti e le sue motivazioni profonde e chiederci in cosa siamo uguali e in cosa possiamo essere diversi da un romano.

 

La passione per la storia e per un particolare periodo storico si nutre dei fatti e del loro racconto (le fonti) ma si alimenta e si arricchisce con l’immaginazione e la fantasia.

Solo così possiamo rivivere gli eventi e i sentimenti da essi suscitati nonostante tali fatti siano lontani da noi oltre 2.000 anni; solo così possiamo immaginare e sentire cosa significava “essere un cittadino romano” e rivivere il suo mondo.

In questo sforzo possiamo riprodurre alcuni pranzi e cibi, emozionarci per la corsa delle bighe (la nostra formula uno), recarci in vacanza in Campania, percorrere a piedi vecchi itinerari, amare e fornicare come loro; possiamo anche guardare le nuvole, ascoltare il temporale e scrutare il cielo che è lo stesso da oltre 2.000 anni.

Infine possiamo immaginare: salendo a piedi di notte su un colle dietro casa mia guardo le luci lontane della città e intravedo, in quei lontani bagliori, i fuochi del campo nemico di Asdrubale (qui sotto c’è un ponte chiamato impropriamente “ponte di Annibale” mentre di qui è passato solo suo fratello diretto allo scontro fatale sul Metauro).

Ma l’evento legato vita romana più difficile da immaginare, perché lontano anni luce dalle nostre esperienze, è la battaglia e il massacro che ne consegue.

Difficile immaginare le nostre reazioni e i nostri stati d’animo sul campo: nello scontro cruento come nella successiva visione del macello sul campo dopo la battaglia.

Ma siccome l’uomo non è cambiato col tempo, possiamo cercare di ricomporre le sue sensazioni e il suo vissuto basandoci sui fatti storici, sulla loro ricostruzione (archeologia sperimentale) e incrociandoli infine con le ricerche della psicologia e con qualche vissuto personale.

 

Questo sforzo mi porta a cercare di sostenere le seguenti teorizzazioni:

  1. La sconfitta sul campo di battaglia aveva spesso un prevalere delle cause “interne” allo schieramento (perdita di fiducia, panico) rispetto a quelle “esterne” (nemico più forte).
  2. Per questa ragione l’abilità di chi deteneva il comando (l’imperium) era basata anche sull’ascolto, la comprensione del morale della truppa e la capacità di influenzarlo.
  3. Lo stesso modo di combattere, l’armamento, il disporsi sul campo, l’affrontare il nemico doveva tenere conto di questo e trasmettere al legionario un senso di sicurezza e protezione da parte del gruppo (“Io non abbandonerò mai il mio compagno di fila” era il giuramento degli opliti greci; “Oramai combatte la falange, non l’individuo” dice Vidal-Naquet).

 

La mia riflessione parte da un lontano ricordo: un evento vissuto personalmente in piazza Giulio Cesare a Rimini.

Siamo nel 1968 e mi trovo in piazza Giulio Cesare (dal dopoguerra piazza Tre Martiri) quando vedo arrivare, proveniente dal vicino arco di Augusto, una grande folla in corteo con un mare di bandiere rosse.

Curioso, mi ritrovo inserito in coda al corteo quando la sua testa si arresta alla fine della piazza e sento delle grida.

Ma da laggiù in fondo non capisco nulla.

 

Successe la stessa cosa, proprio in questa stessa piazza, a quei legionari che nel lontano 49 a.C. si trovavano in fondo al foro di Rimini e non capivano le parole di Gaio Giulio che li arringava.

Sì perché è qui che Cesare parlò ai suoi soldati, non a Ravenna come lui sostiene nel De bello civili.

Cesare infatti sposta per ovvie ragioni a Ravenna (oltre confine nella Gallia cisalpina) l’arringa ai suoi ma i fatti narrati (Svetonio, Plutarco e Appiano che probabilmente si rifanno ad Asinio Pollione che era con lui) lo contraddicono; se così fosse non avrebbe senso la sua segreta marcia notturna (occultissimum iter) da Ravenna al Rubicone nella quale perse pure la strada: se aveva già annunciato le sue intenzioni perché nascondersi?

Fu quindi nel foro di Ariminum che tenne il suo discorso ai legionari della XIII: un discorso difficile che doveva aprire le porte alla guerra civile.

L’ubicazione a Rimini si ricava dalla cronologia dei movimenti della sua legione, dalla sua incerta marcia notturna dopo una notte di festa per raggiungere le cinque coorti mandate avanti al Rubicone il cui alveo, oggi spostato, si trova a pochi chilometri da Rimini; dalle fonti (Svetonio, Appiano, Cassio Dione e Lucano), da Cesare stesso che ci dice che qui lo raggiunsero i Tribuni Marco Antonio e Quinto Cassio Longino fuggiti da Roma, dal nome della piazza, dalla statua che ricorda l’evento (l’originale è nella Caserma Giulio Cesare) dono di Mussolini che nella propaganda fascista accomuna così la sua marcia su Roma a quella del divo Giulio (orrore!), infine dal cippo medioevale che ancor oggi ne ricorda l’evento (che probabilmente sostituisce l’originale).

Spostare a Ravenna (oltre confine) quanto avvenuto a Rimini serviva a Cesare che liquida questo momento decisivo per la storia in sole cinque parole (Ariminum cum ea legione profiscitur) e non nomina neppure il famoso passaggio del Rubicone nel quale gli si attribuisce la fatidica frase “iacta alea esto”.

 

Il Rubicone oggi è piccolo fiume che ha deviato il suo corso nei secoli ma sul quale Augusto avrebbe poi costruito, a futura memoria dell’evento, un grande e imponente ponte ad otto arcate (oggi potete ammirarne una arcata superstite persa nei prati vicino al fiumicello Uso, 100 metri dietro la chiesa di San Vito) simile a quello di Rimini iniziato da Augusto e terminato da Tiberio sul quale ancor oggi, a Rimini, transitano le nostre automobili.

Comunque è qui nel foro di Ariminum che Cesare tiene il famoso discorso ai suoi della XIII, li esorta e promette che si sarebbe impegnato con tutte le sue forze e tutti i suoi beni per la sua dignitas che avrebbe difeso anche a costo di vendere tutto, compreso il privarsi del suo anello col sigillo.

Così, in assenza di microfoni e amplificazione, ci narra Svetonio che nel vederlo da lontano indicare col dito il suo anello, fra quelli delle ultime file si sparse la voce che avrebbe regalato a tutti loro un anello uguale !

Voce probabilmente tradotta ad arte da un centurione burlone.

 

Anch’io 2.000 anni dopo mi trovo in coda al corteo, in una situazione analoga e proprio nella stessa piazza; anch’io non capisco nulla e, incuriosito, allungo il collo per vedere qualcosa dalle ultime file: non sono dietro un muro di legionari con le loro insegne ma c’è molta folla e sopra le teste davanti a me vedo solo delle bandiere rosse. Così mi decido e, superando molti, mi spingo verso la testa del corteo al margine della piazza dove, giunto in prima fila, mi trovo davanti una ventina di giovanotti della vicina sede del MSI vagamente attrezzati con armi improprie e minacciosi.

Il nostro fronte è largo una ventina di metri, a destra la Cassa di Risparmio, alla sinistra un portico. Siamo a 20 metri da loro e i due schieramenti si fronteggiano immobili.

Poi, improvvisamente, in un attimo tutto precipita.

Alcuni “camerati” (versione aggiornata di “contubernium”) partono con una carica frontale (formazione a cuneo) verso di noi e in un attimo mi ritrovo completamente solo !

Dietro di me un centinaio di ragazzi si è improvvisamente volatilizzato mentre alla mia sinistra, sotto il portico, un compagno resiste da solo all’attacco portato sul nostro fianco.

Oggi ricordando tutto questo mi chiedo: cosa ha spinto una così grande massa alla fuga a fronte dell’attacco di pochi?

Forse capirlo potrebbe dirci qualcosa anche sulla psicologia del legionario.

 

Questo episodio vissuto in piazza Giulio Cesare e il volatilizzarsi improvviso delle persone dietro di me mi ricorda la tesi militare per cui i motivi della sconfitta vanno cercati più in cause interne allo schieramento che in cause esterne.

Per verificarne l’esattezza basta prendere in esame alcune battaglie fra eserciti con armamento uguale come quelli delle guerre civili.

Dai resoconti concordi dell’epoca risulta spesso una disparità delle perdite impressionante fra i due schieramenti: ad esempio a Farsalo si parla di 200 morti (sottostimati da Cesare) fra i cesariani a fronte di 6.000 o 15.000 dalla parte di Pompeo a seconda delle fonti; in Spagna a Munda, dove Cesare ha rischiato persino la vita e l’esito dello scontro è rimasto a lungo incerto, abbiamo 1.000 morti dalla sua parte contro 13.000!

Questo ci fa capire che quando due schieramenti si equivalgono, per uccidere 1.000 legionari in ognuna delle due parti ci vuole del tempo e che in questo tempo si dispiega il respiro e l’esito della battaglia.

Poi, in un attimo, avviene qualcosa che determina il tracollo, il panico, la rottura dello schieramento e la fuga dei soldati che abbandonano le armi (“Semel ortus in omnis timor” una volta sorto, il panico invade tutti dice Lucano).

E’ qui che si realizza il macello e il massacro dei vinti: questo massacro chiesto o permesso dal comandante impedisce ai vinti di ricompattarsi e distrugge gran parte dell’esercito nemico sul campo.

Ma perché il fronte si rompe ?

Perché inizia la fuga ?

Cosa avviene a decidere le sorti dello scontro in pochi minuti ?

Non è in genere un evento dirompente a livello militare come l’improvviso prevalere di una parte nel pesta e pesta dello scontro frontale; ma è il percepire, da parte dei soldati, una minaccia incombente che fa perdere loro la speranza nella vittoria (“Spes ultima dea”) e della vita.

Può essere la percezione di essere attaccati sul fianco e sentirsi così vulnerabili, oppure il vedere una parte del proprio schieramento in fuga (la cavalleria di Labieno a Farsalo) o addirittura il fraintendimento di una manovra della propria cavalleria che cambia direzione e che viene percepito come una fuga (Munda).

Perché mentre i soldati delle prime file (prima acies) sono a contatto col nemico, gli altri ancora non impegnati si guardano attorno per percepire le sorti della battaglia (e ricordiamo che quando Cesare parla di “Acies duplex” o “triplex” non va tradotto come “doppia fila” ma come “doppia schiera”): pur fra la polvere e il rumore intravedono, sentono, immaginano mentre dietro al cozzo di scudi delle prime file tentano di intuire da che parte si sposta il favore (“il più delle volte le cose che non si vedono turbano più profondamente le menti degli uomini” Caes.).

Così il nemico sparge a volte false voci sulla morte del loro comandante (vedi Giugurta contro Mario e Silla), antico modello in battaglia di quella disinformazione che fa parte dello spionaggio e di quella che oggi viene definita “intelligence”.

Ma cosa si sfalda così di colpo in un fronte di uomini che hanno già visto la morte in faccia e non sono delle semplici e giovani reclute?

Sigmund Freud ci da una interessante lettura del panico militare in “Psicologia delle masse e analisi dell’io” (1921).

“Il panico sorge se siffatte masse si sgretolano. Esso è caratterizzato dal fatto che non si dà più retta ad alcun ordine del superiore e che ognuno si preoccupa soltanto per medesimo senza tener più conto degli altri”.

E’ evidente quanto un simile stato d’animo possa frantumare il “fronte” (la “prima acies” a contatto col nemico) che sente dietro di sé i compagni rumoreggiare, impaurirsi e poi di colpo fuggire.

“Quando, colto da timor di panico comincia a pensare solo a sé stesso, l’individuo attesta la cessazione dei legami affettivi che fino a quel momento avevano ridotto ai suoi occhi il pericolo” (Freud).

Chi è a capo di un esercito (praeesse exercitui) se conosce queste caratteristiche dei suoi ne saprà tenere conto.

Il soldato infatti deve sentirsi protetto: dallo scudo e dall’armamento, dai commilitoni, dai suoi centurioni e infine dal suo capo che tiene alla vita dei suoi più che alla sua (“eorum vitam sua salute habeat carioremCaes.).

Chi meglio può svolgere questo compito di chi è stato in prima linea e ha ricevuto la corona civica quale riconoscimento per avere salvato la vita a un compagno ?

Per questo credo nell’importanza psicologica di “serrare i ranghi” (conferti pugnent) durante il combattimento e l’invito di Cesare in un passo del “De bello gallico” ad allargare i ranghi è ovviamente una eccezione (manipulos laxare iussit” o in Polibioordinex laxare); stringersi l’un l’altro a difesa, tenere una distanza fra legionari sulla stessa linea più vicina a quella di Vegezio (tre piedi o 88 cm.) che a quella descritta da Polibio, sentirsi protetti anche dallo scudo del compagno alla destra, costringere l’avversario a scoprirsi, colpire di rimessa, sopravvivere in prima linea fino al necessario cambio (mutatio) manovra difficile e pericolosa ma quanto mai necessaria per combattere in prima linea sempre in buone condizioni fisiche (infatti per Cesare è un fatto eccezionale che il soldato stanco non possa uscire dal combattimento “ac non modo defesso ex pugna excedendi”).

Anche Vegezio conclude che

“…acquisisce maggior coraggio nello scontro colui che, avendo capo e petto ben protetti, non teme il colpo”.

Così, iniziata la battaglia, la legione si pone come un muro compatto “commissa pugna gravem armaturam stare pro muro” (Veg).

Cesare stesso ricorda più volte la pesantezza (gravitate armorum) dell’equipaggiamento dei romani a fronte della leggerezza (levitate) dei Galli.

Per questa ragione il combattimento della legione era una pugna di gruppo non una serie di duelli individuali come sempre ci mostrano film e documentari!

Livio narra che il figlio del dittatore Postumio Tuberto nel 432 a.C. fu giustiziato dal padre perché accettando la provocazione di un nemico abbandonò lo schieramento per ucciderlo in duello !

Stare uniti, muoversi in gruppo secondo schemi collaudati (mutare pugnam Curt.), limitare le perdite: un buon comandante fa sempre capire ai suoi soldati che non rischierà la loro vita invano, che non li metterà sul campo in situazione di svantaggio, che si preoccuperà di ridurre al massimo le perdite.

Anche nei casi più gravi (ammutinamento) saprà gestire la decimazione nel modo meno doloroso per la truppa punendo solo i capi della rivolta (come a Piacenza).

Freud, che è stato medico militare nella grande guerra, ci racconta che:

“…le nevrosi di guerra … furono ascritte in misura rilevante alla protesta del singolo contro la parte assegnatagli nell’esercito…è lecito affermare che il trattamento duro della truppa da parte dei superiori fu tra i principali motivi dell’insorgere della malattia”.

Ecco allora che l’immagine che ci viene proposta più frequentemente, quella aggressiva dell’esercito, viene ad arricchirsi della sua complementare dimensione protettiva così ben esemplificata nella modalità romana, così meticolosa nel porre i campi e fortificarli anche solo per una notte.

“…la massa viene evidentemente tenuta insieme da qualche potenza”.

Se questa potenza Freud ce la spiegherà con l’amore del capo è anche vero che il comandante e il gruppo dei legionari generano nel soldato un senso di protezione, di fiducia, di invincibilità e di invulnerabilità: solo questo senso di sicurezza e protezione può allontanare la paura di fronte al nemico.

Un comandante doveva quindi capire l’umore dei suoi legionari, condividerne almeno in parte pericoli, disagi e sofferenze, cercare la vittoria mettendo i suoi in posizione favorevole rispetto al nemico, escogitare stratagemmi piuttosto che puntare sulla sola forza, conoscere l’umore e il morale delle proprie truppe e di quelle avversarie attraverso una importante rete di informatori.

E saperlo gestire e infiammare attraverso promesse di premi, denaro, saccheggi, ma anche leggendo auspici (sempre) favorevoli e infine motivando le proprie ragioni, ragioni poi così difficili da sostenere quando si trattava di guerre di romani contro romani.

Sempre Freud ci racconta che nella massa:

“…tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti inumani, crudeli, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano”.

E questo non può che portarci a pensare al massacro dei vinti in fuga, ai saccheggi e alle devastazioni dei civili inermi (“ad inseguire bambini e donne… Cesare mise la cavalleria”… “non risparmiarono ne vecchi, ne donne, ne bambini”.. Caes.); e alla violenza inarrestabile che si scatena nella vittoria.

Così la legione e la sua potenza militare, viene vissuta in modalità diverse a seconda del periodo storico: inizialmente come protettrice dalle invasioni ai tempi della prima repubblica, successivamente magnificata come elemento di dominio e arricchimento di cultura nel mondo (specie dagli storici nostrani); infine nuovamente  protettrice, schierata a difesa dei confini dell’impero. Questa visione della legione cambia a seconda del tempo, dei luoghi e, ovviamente, della prospettiva di chi la guarda.

Tanto che nel Vangelo il diavolo così si rivolge a Cristo:

Legio mihi nomen est, quia multi sumus” (Marco V.v.9).

 

 

Home Page Storia e Società