Roma, barbari e spionaggio

di Enrico Pantalone

 

 

Ci sono profonde e sostanziali differenze nel modo di vedere i nemici e i combattenti di Roma durante tutto il corso della sua storia, differenze senz’altro dovute a motivi d’ordine sociologico e probabilmente anche antropologico che si sono accentuate nel tempo.
Nella Roma primitiva non esisteva in pratica il concetto di barbaro, i nemici erano tutti formati da popolazioni con grado di civiltà pari o superiore a quello dell’Urbe: con greci, cartaginesi, etruschi e sanniti (per esempio) si faceva la guerra e si voleva conquistare un territorio ma nessuno metteva in dubbio le loro qualità sociali, economiche e militari.
I romani al contrario ebbero, in questo senso, i primi dubbi “razzistici” quando guardarono a nord del territorio italico riflettendo quel senso di smarrimento verso lo “sconosciuto” di un mondo che si prospettava lontano dal Mediterraneo, un mondo abbastanza nebuloso che probabilmente disorientava il sano pragmatismo latino.

Questi dubbi avevano la conseguenza di prospettare nella mentalità comune romana l’idea che le popolazioni dislocate in questi territori d’oltralpe fossero tanto diverse quanto arretrate: “barbare” insomma, in maniera che fossero così in palese contrasto con quelle che abitavano i territori mediterranei concepite come civiltà certamente superiori ad esse.
In poche parole era molto entusiasmante e onorevole combattere contro le popolazioni del Mediterraneo, molto meno con quelle del nord, ovviamente l’atteggiamento cambiava man mano che Roma conquistava territori a settentrione e veniva meglio a conoscenza delle civiltà che l'abitavano.

In questo senso uno dei maggiori appunti che si po’ fare ai romani parlando di gestione militare rispetto alle popolazioni barbariche è lo scarso utilizzo che essi facevano delle cosiddette informazioni “segrete” ricevute comunque sempre puntualmente, cioè in sostanza dello spionaggio, indubbiamente un utilizzo maggiore di queste fonti avrebbe senz’altro giovato alla tenuta anche nei momenti più drammatici nell’ultimo secolo repubblicano e nei successivi principeschi.

Giulio Cesare fu probabilmente il primo grande stratega militare a utilizzare un vero e proprio sistema crittografico per inviare e ricevere messaggi, un sistema molto semplice ma funzionante (a quanto tramanda Aulio Gellio e Svetonio) che si basava sullo spostamento in avanti di tre lettere dell'alfabeto considerato, quindi una D significava in realtà una A ed una E una B e così via.
Visto così a noi sembra un sistema come detto semplice e facilmente decrittabile, ma agli antichi romani non sembrava certamente tale, giacché pochi autori ne facevano menzione nei loro testi e quindi doveva essere alquanto sconosciuto, il che significava anche sostanzialmente abbastanza sicuro.
Certamente il sistema ideato da Giulio Cesare era molto pratico e preciso per i tempi anche se non utilizzato realmente per lo spionaggio preventivo rispetto ai nemici, ma ciò non toglie, infatti, che i romani inventarono in pratica un vero e proprio sistema di crittografia. Qualunque uso essi ne facessero dimostrarono d’essere avanti anni luce rispetto alle altre civiltà coeve e questo è senz'altro comprensibile oltre che necessario: pensiamo ad esempio ai lunghi assedi o a un sistema più veloce per far giungere i messaggi.
Dobbiamo anche chiederci come mai essi ci arrivarono, solamente al tempo di Cesare, infatti, l'utilità della crittografia poteva certamente apparire già secoli addietro: alcuni storici propendono poiché i romani furono i primi sostanzialmente a passare dalla teoria alla pratica in qualunque ricerca tecnica di tipo militare, questo denotava già una mentalità più "moderna", più aperta che nell'antichità era molto difficile trovare in quasi tutte le civiltà contemporanee di quella romana.
Nonostante lo scarso interesse, lo spionaggio nell’impero indubbiamente permise all’esercito romano di vincere in molte occasioni rispetto alle truppe barbariche benché le legioni fossero spesso in inferiorità numerica lasciando così battere agli eserciti nemici solo la strada delle imboscate e degli inganni per pareggiare il lavoro dei servizi segreti.
Detto ciò, bisogna comprendere che con ogni probabilità nello stato maggiore romano sopravviveva anche una certa arroganza e presunzione rispetto alle proprie forze.

Ciò spesso impediva mentalmente l’utilizzo continuo e su larga scala delle informazioni spionistiche, probabilmente le ritenevano a torto poco etiche e non svilupparono mai a pieno tutte le possibilità in funzione anti-barbariche.

La tragedia di Teutoburgo si può facilmente inquadrare nell’ambito del mancato ricorso allo spionaggio come parte integrante della struttura militare, Roma utilizzava chi era alleato con lei per conoscere i movimenti dei nemici ma in questo modo si esponeva s possibili tranelli o tradimenti.
Un alleato come Arminio e la sua tribù non poteva essere una garanzia sufficiente per una potenza come Roma, infatti, appena essi divennero ostili, mancarono le informazioni basilari su movimenti e forze del nemico e ciò impedì anche una buona gestione della spedizione contro di esso.
Con un buon servizio d’informazioni molto probabilmente l’agguato di un presunto amico non avrebbe mai avuto luogo ma questo Roma non lo capì mai nemmeno nei secoli successivi, sembrava proprio un impedimento d’ordine mentale o d’approccio.

Alcuni storici sostengono anche la tesi che molto spesso i romani erano assolutamente impersonali e troppo pragmatici quando si trattava di gestire il territorio conquistato nel nord per cui l’innata diffidenza verso di loro creava anche l’incapacità di trovare buone “spie” tra le fila del nemico o semplicemente tra la gente che abitava i luoghi sottomessi.
Io personalmente non credo molto a questa tesi perché per quanto arbitrari i romani non rinunciavano mai a buone indicazioni che servissero per gestire una situazione anche grave, dal mio punto di vista sotto quest’aspetto li ho sempre ritenuti un po’ troppo arroganti contando soprattutto sulla forza delle legioni, indubbiamente eccellente ma che da sola non bastava quando il nemico era ben organizzato e temibile, in special modo nel periodo imperiale.

Qualcuno potrebbe contestare che in realtà fin dai tempi dei cartaginesi i romani avevano avuto un ottimo servizio spionistico riguardo alla guerra che si stava combattendo contro di loro soprattutto nel campo industriale, cioè quello che permetteva la costruzione di efficienti navi da battaglia.
Questo è esatto ma sostanzialmente si trattava in pratica di portare a Roma progetti e idee per la costruzione della flotta, cosa in cui i cartaginesi erano certamente maestri e che evidentemente stimolò la repubblica a creare una rete d’informatori in maniera da avere a disposizione tutto il migliore materiale teorico possibile.
In realtà anche durante l’Impero il cosiddetto Segreto di Stato era ben conosciuto e attuato disciplinatamente ma ciononostante appariva un qualcosa solamente atto a servire la società pubblica cittadina e non nel creare i presupposti per una politica estera chiara per ogni territorio conquistato.

 

 

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