Roma: un destino forgiato da grandi rivalità.

 

di Andrea Rocchi C.

 

(tratto dal sito dell’autore Talento nella Storia)

 

 

 

Il I secolo a.C. rappresentò per l'Urbe un periodo di importanti cambiamenti politico-sociali. Dalla scossa riformatrice dei fratelli Gracchi (133-121 a.C.), si avviò una lunga e graduale fase che portò alla fine della Repubblica e al prologo del sistema imperiale, con il principato inaugurato da Ottaviano Augusto. In questo lasso di tempo entrarono in scena alcuni tra i maggiori personaggi che la Storia romana abbia mai conosciuto. La loro ascesa al potere capitolino determinò i destini di interi popoli tra guerre e stravolgimenti sociali e territoriali. Un secolo di individualismo, di uomini in lotta, di fazioni e di guerre civili. I contrasti tra Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio avrebbero potuto annientare Roma, terminandone la Storia. Invece per uno strano gioco del fato la resero ancor più forte con atti e azioni che forgiarono un impero in grado di restare in piedi per oltre mezzo millennio ancora. Questo approfondimento è dedicato ad una delle grandi rivalità dell'ultimo periodo repubblicano. Si inizia con Gaio Mario, l'homo novus di Arpino.

 

La nobilitas e la guerra giugurtina

 

Con le Leges Licinie Sextie del 367 a.C. si dava adito ad esponenti plebei di accedere alle alte magistrature della Repubblica, ovvero pretura e consolato e conseguente di entrare in Senato. Questo determinò che l'elite romana non fu più formata solo dalle antiche famiglie patrizie. A queste si affiancarono quelle famiglie benestanti plebee in grado di permettersi gli alti costi della politica romana. Nuovi personaggi, spesso arricchitesi grazie ai commerci o ad altre attività di investimento riuscirono a conseguire brillanti carriere politico-militari, garantendo una sorta di ricambio generazionale nella gestione del potere. Ovvio che le famiglie ricche di estrazione plebea fecero fronte comune con quelle di stirpe patrizia in quanto gli interessi erano gli stessi indipendentemente dall'estrazione sociale. L'insieme di queste famiglie si sostituì al patriziato formando una nuova aristocrazia, la nobilitas, dal latino nobilis (illustre) che andò ad indicare tutti coloro che avevano raggiunto appunto il consolato o la pretura o che discendevano in linea diretta da chi aveva ricoperto tali magistrature. Nell'arco del tempo si formò l'ennesima ristretta oligarchia gelosa dei propri privilegi e in grado di condizionare l'opinione pubblica nell'assegnazione delle cariche politiche. I pochi che riuscivano a raggiungere le alte cariche magistratuali senza vantare antenati nobili erano denominati homines novi. Inoltre all'interno della stessa nobilitas, a partire dagli ultimi decenni del II secolo a.C. si andarono delineando due opposte fazioni. Da un lato gli optimates, conservatori dello status quo, rispettosi e sostenitori dell'autorità del Senato, richiamavano gli antichi valori della tradizione romana. Dall'altro i populares, difensori del popolo e delle sue esigenze, si proiettavano in avanti come fautori di grandi riforme in campo politico e sociale. I Gracchi ad esempio appartenevano a quest'ultima fazione. Gaio Mario era un esponente dei populares, oltre ad essere un homo novus che nel 107 a.C. ottenne il primo di ben sette consolati. Originario di Arpino nel Lazio, la sua famiglia apparteneva molto probabilmente all'ordine equestre. Egli si distinse nella campagna militare in Spagna contro i celtiberi (seguita alla rivolta di Viriato in Lusitania terminata nel 139 a.C.), che si concluse con l'assedio e la distruzione di Numanzia nel 134 a.C. ad opera del castigamatti Scipione l'Emiliano, già distruttore di Cartagine un decennio prima. Scipione vide in Mario un uomo dal grande futuro politico e militare e decise di appoggiarlo. Di Mario ci parlano le "Vite Parallele" di Plutarco e il "Bellum Iugurthinum" di Sallustio. I toni non sono sempre lusinghieri. L'homo novus in questione era "virile e bellicoso per natura, ambizioso e inflessibile, spietato e opportunista", narra Plutarco delineandoci il quadro di un individuo di sicuro talento, eccitato dal desiderio di fama e potere. E infatti una volta tornato a Roma, Mario mosse le sue leve con determinazione e lo fece partendo da una posizione svantaggiosa. Non faceva parte della nobiltà capitolina e non venne mai accettato nella stessa. Questo non gli impedì di contrarre matrimonio con Giulia Maggiore, esponente dell'antica ma decaduta casata patrizia dei Giulii, al termine di un cursus honorum dignitoso ma non eccellente. Grazie all'intercessione di Scipione l'Emiliano era riuscito a divenire tribuno militare. In seguito, entrando come cliente nell'orbita della potente famiglia dei Metelli, aveva ricoperto le cariche di tribuno della plebe e pretore non senza problemi. Era tornato in Spagna ulteriore come governatore dove si adoperò per sedare gli ultimi focolai di rivolta delle comunità celtibere. Infine, Cecilio Metello lo volle come legato al seguito della spedizione in Numidia contro il bizzoso Giugurta. Correva l'anno 109 a.C. e in due anni Mario compì il suo capolavoro. Il conflitto giugurtino non andava benissimo per Roma. Scoppiato nel 112 a.C. si era trascinato per tre anni senza  soluzione di continuità e nella generale svogliatezza capitolina. Giugurta era il nipote del re Micipsa, figlio del ben più famoso Massinissa di Numidia. In assenza di eredi legittimi, Giugurta era stato adottato dal re al quale poi gli dei avevano concesso ben due rampolli. Morto il vecchio, si era aperta una profonda crisi dinastica che vide Giugurta primeggiare sui fratelli, eliminandoli entrambi. Lo scontro con Roma fu provocato dal massacro di cittadini romani e italici perpetrato da Giugurta in seguito alla conquista di Cirta. Il console Quinto Cecilio Metello trionfò in una serie di scontri minori, non riuscendo ad imprimere la svolta alla campagna militare. Nel 107 a.C. Mario aveva lasciato il fronte numidico per tornare a Roma. Egli si era presentato al consolato per l'anno in corso e lo ottenne. Aveva cavalcato con abilità il fronte degli scontenti dell'andazzo "giugurtino", criticando aspramente l'operato del suo ex protettore Metello. I cavalieri, classe dalla quale Mario proveniva, avevano tutto un giro di affari in Africa che il conflitto in corso stava mandando a rotoli. Serviva un condottiero in grado di chiudere la questione liberandosi di Giugurta e restituendo la Numidia ai negotiatores romani. Il Senato estese il mandato proconsolare a Metello, ma un plebiscito votato dai comizi su proposta di un tribuno della plebe, rese il comando del fronte africano a Gaio Mario. Questi prima di tornare in Africa affrontò la questione dell'esercito che non sembrava più in grado di far fronte alle aspettative.

 

Un nuovo esercito

 

Le legioni romane erano formate da coscritti, ovvero cittadini arruolati in base al censo, per la maggior parte contadini, ai quali si aggiungevano i contingenti mandati dai municipia e dai foederati italici. Il cittadino romano, costretto a combattere in teatri di guerra di molto lontani da casa, non aveva quella stessa motivazione posseduta da chi si era battuto ad esempio contro Annibale sul suolo italico. Proprio il conflitto annibalico (218-202 a.C.) aveva spopolato le campagne per via di saccheggi e devastazioni non contando che intere generazioni di soldati erano andate perse in quel terribile conflitto. Le successive e ripetute guerre in cui Roma era stata coinvolta avevano ulteriormente aggravato la situazione, aumentando la penuria di uomini e motivazioni. Nel corso degli anni il censo minimo per essere arruolati, inizialmente oltre 11.000 assi, era sceso a una cifra irrisoria per permettere la coscrizione di nuove leve. I nullatenenti capitolini però erano sempre di più. Contadini strozzati dai debiti e veterani che di ritorno dalla guerra non riuscivano a riprendere in mano le sorti dei loro poderi, affluivano a Roma in cerca di nuove opportunità, inquadrati nella "sotto classe" dei capite censi (censiti solo in base alla persona, in assenza di reddito). Inoltre gli alleati erano scontenti per la scarsa considerazione che Roma prestava loro. Non avevano interesse a combattere guerre per chi non li reputava degni di essere cittadini romani. Tale malcontento esplose in tutta la sua drammaticità negli anni 91-88 a.C. in quella che passò alla Storia come Guerra Sociale. Mario decise di evolvere la legione da un esercito di coscritti ad uno di militari di professione, pagati con uno stipendium e motivati con le promesse di bottino e terra da coltivare dopo il congedo. Si rivolse ai capite censi attraverso una leva volontaria. In breve ebbe un nuovo esercito di gente pronta a tutto e legata al proprio generale da un vincolo importante. Fu una fase storica fondamentale per l'Urbe. Nel 107 a.C. tramontò la concezione del contadino-soldato, del Cincinnato che lasciava la zappa per difendere la patria. La legione romana si evolveva in un esercito di professionisti che si battevano, non più per difendere la propria casa o per astratti ideali di patria, ma in virtù di una prospettiva esistenziale migliore, grazie al frutto dei bottini, al valore in battaglia e alle vittorie conseguite. Questi i motivi che cementarono il rapporto tra soldati e generale, spesso con risvolti tragici nel caso in cui le aspettative non fossero attese. Nel corso dei secoli a venire, le legioni si presero la briga di nominare persino imperatori, battendosi fino alla morte in guerre fratricide al solo scopo di favorire l'ascesa del proprio leader. Già con Silla, nel corso di questo articolo, ne avremo un concreto e primordiale esempio.

Mario partì alla volta dell'Africa nel corso del 107 a.C. mentre Quinto Cecilio Metello, insignito del titolo di "Numidico" se ne tornava mestamente a Roma. Chi si aspettava una grande battaglia campale e un Giugurta battuto sul campo, rimase deluso. Mario si infognò in un conflitto fatto di guerriglia e scaramucce varie. Tra i suoi luogotenenti, nella carica di questore, contava però un certo Lucio Cornelio Silla, un nobile decaduto della celebre gens Cornelia, antica famiglia di stirpe patrizia. Possedeva una fine cultura e un innato talento militare. Si era fatto strada in campo politico con mezzi non proprio puliti, tra cui l'eredità di una anziana prostituta ma rimane il fatto che Silla rappresentava l'antitesi perfetta di Mario. Un aristocratico acculturato e rispettoso delle antiche tradizioni, degno esponente degli optimates contro un homo novus accusato da molti di essere un villano ed un rozzo, assetato di fama e potere. In Numidia fu proprio Silla a risolvere la questione, convincendo Bocco il re di Mauritania nonché suocero di Giugurta, a consegnare a tradimento il genero. Nel 112 a.C. con gran sollievo di tutti, Mario e Silla rientravano a Roma. Il primo non era per nulla soddisfatto dell'esito della campagna che aveva favorito il suo luogotenente. Il secondo invece si presentava pronto a spiccare il volo nella politica capitolina.

 

I barbari alle porte!

 

Nel frattempo, Cimbri e Teutoni, popoli di origine germanica, con l'alleanza di alcune comunità celtiche stavano seminando il terrore nelle Gallie. Nel 113 e nel 110 a.C. due eserciti consolari erano andati distrutti non riuscendo ad impedire agli invasori di dilagare in territorio romano. Nell'Urbe già si temeva una nuova Allia e conseguente sacco di Roma, come fu nel 390 a.C. con Brenno e i suoi Senoni. Serviva un salvatore della patria. Popolo e Senato lo trovarono in Gaio Mario. Questi partì per il nord portandosi dietro come luogotenenti Silla (preteso dal Senato) e Sertorio. Gli fu rinnovato il consolato per ben cinque volte di seguito (dal 104 al 100 a.C.) per permettergli di risolvere definitivamente il problema germanico. Mario si dedicò al suo esercito con quella cura maniacale che lo aveva sempre contraddistinto. Trasformò i legionari nei cosiddetti "muli di Mario", ovvero uomini addestrati a trasportare in spalla durante le marce ben quaranta chili di materiali vari (brandina, mantello, viveri, attrezzi per erigere e fortificare il campo etc etc). Ogni singolo doveva risultare autosufficiente grazie a quanto portava nello "zaino". Poi concepì un'invenzione geniale riguardo il pilum, ovvero il giavellotto in dotazione ai legionari. L'arma da lancio era costituita da una parte in legno (l'asta) e da una in ferro (la punta e una sezione subito sotto). Le due sezioni erano tenute insieme da due rivetti in metallo. Mario ne fece modificare uno in legno. In tal modo, l'impatto con lo scudo nemico comportava la rottura del rivetto in legno, lasciando il pilum conficcato, penzolante in due tronconi. Impossibile da estrarre, rendeva gli scudi inutilizzabili. I Teutoni furono i primi a sperimentare tale innovazione nella disfatta di Aquae Sextie. Poi fu la volta dei Cimbri che affrontati ai Campi Raudii (presso l'odierna Vercelli) furono sterminati. In questa ultima battaglia si distinse anche l'altro console, Lutazio Catulo che pretese la sua parte di gloria. Silla invece fu determinante per tutta la campagna, guidando la cavalleria con ardore e valore. Nel 100 a.C. fu tributato a Mario il suo sesto consolato ma ormai l'astro del condottiero era in caduta libera.

 

Un eroe mal sopportato

 

Mario non era mai stato accettato dalla nobilitas romana. Le sue "umili" origini e i modi di fare pratici e per nulla eleganti lo avevano inviso a gran parte dell'aristocrazia. Il voltafaccia nei confronti di un mostro sacro quale Quinto Cecilio Metello, fiero rappresentante dell'ordine senatoriale, in occasione del bellum iugurthinum, aveva completato l'opera. Mario era stato visto come il "male necessario" per abbatterne di peggiori, da Giugurta ai Cimbri e ai Teutoni. Il popolo lo riconosceva come un eroe ma si ebbe l'impressione che quel sesto consolato gli fu attribuito come forma di ringraziamento, una sorta di premio per un giusto e meritato ritiro dalla scena politica. Mario, quasi sessantenne, nel 100 a.C. mostrava i primi segni di disfacimento fisico, pur non mancando della presunzione di ottenere ancor più potere e ricchezze. Di ritorno dalle Gallie, si alleò con due biechi personaggi; il tribuno della plebe Saturnino e il pretore Glaucia. Il demagogo Saturnino, in cambiò dell'appoggio di Mario, era riuscito a far approvare una distribuzione di ager publicus ai veterani della campagna numidica. Nel 99 a.C. Saturnino reiterò la carica di tribuno, facendo approvare un provvedimento che obbligava i senatori a giurare di rispettare la legge. Glaucia si presentava al consolato. Metello "Numidico" se ne andò volontariamente in esilio. Durante le votazioni scoppiarono tumulti tra le opposte fazioni e l'altro candidato al consolato, un certo Memmio venne ucciso a bastonate. Il Senato non aspettava altro che emanare il temibile Senatus consultum ultimum che obbligava i consoli in carica ad agire con la forza per ripristinare l'ordine pubblico. Gaio Mario si trovò a dover intervenire contro i suoi alleati politici, eliminandoli. Il suo prestigio subì un contraccolpo pesantissimo tanto che egli fu costretto ad allontanarsi da Roma. Da privato cittadino andò a svernare nella provincia romana d'Asia, in un contesto nel quale stava sviluppandosi un nuovo e interessante teatro di guerra. Mitridate VI re del Ponto aveva allungato l'occhio sulla vicina Bitinia e sui possedimenti dell'ex regno attalide, passati dal 133 a.C. sotto la bandiera romana.

 

La Guerra Sociale e l'ascesa di Silla

 

Gli anni che vanno dal 91 all'88 a.C. videro la penisola italica percorsa da un conflitto interno violento e pericoloso per la sopravvivenza della stessa Roma. Gli alleati italici, stanchi di essere soggiogati alle volontà capitoline, senza nulla in cambio, videro nel tribuno della plebe Livio Druso la sola speranza di ottenere la tanto agognata cittadinanza romana. Ricordo a tal riguardo che gli appartenenti ai Municipia sine suffragio, alle colonie di diritto latino e alle città foederate non possedevano il diritto di votare e di essere votati nelle assemblee popolari romane. Di conseguenza non potevano accedere alle magistrature romane, né eleggere propri rappresentanti. Queste erano prerogative del cittadino romano. Gli italici erano obbligati a servire come socii nelle legioni e a pagare tributi ma in cambio ricevano parti irrisorie di bottino e in guerra dovevano sottostare alle direttive degli ufficiali capitolini. I loro terreni spesso venivano espropriati per essere distribuiti ai veterani romani. Inoltre gli italici erano esclusi dalle distribuzioni di grano e di ager publicus. Nel 91 a.C. Livio Druso propose di estendere la cittadinanza romana a tutti gli italici. Venne ucciso in circostanze misteriose. Per gli italici fu la goccia che fece traboccare il vaso. Scoppiò una rivolta che vide coinvolte tutte le comunità della penisola tranne Etruschi e Umbri. Silla si distinse per valore e determinazione nel conflitto, mietendo successi su successi. Mario al contrario, rientrato nell'Urbe e insignito di un comando, si comportò da temporeggiatore, dimostrando una volta di più che il peso degli anni aveva fiaccato il suo spirito combattivo. La Guerra Sociale terminò con una serie di leggi (lex Iulia de civitate, lex Plautia Papiria, lex Pompeia) che concessero per gradi la cittadinanza a tutti gli insorti. Nel frattempo, Mitridate VI, approfittando del momento delicato per l'Urbe, aveva intrapreso una efferata campagna di conquista nella penisola Anatolica. Contando sull'alleanza del genero Tigrane d'Armenia, si era impossessato della Bitinia per poi occupare l'Asia romana, sterminandone gli abitanti. Infine, superando l'Ellesponto era arrivato in Grecia, ergendosi a liberatore dell'Ellade dal giogo romano. E fu accolto da trionfatore! Atene e diverse altre poleis gli tributarono tutti gli onori del caso e passarono dalla sua parte.

 

 

 

 

La guerra in Oriente e la crisi dell'Urbe

 

La nuova guerra solleticò le ambizioni dei tanti condottieri capitolini, eroi della Guerra Sociale. Silla era il console designato per l'anno 88 a.C. e il Senato fu ben lieto di dargli un bel mandato per condurre la guerra contro Mitridate. Nell'ombra Mario osservava lo svolgersi degli eventi rodendosi il fegato. Mosse le sue pedine. Il tribuno della plebe Sulpicio Rufo si adoperò per tentare di risolvere il problema dei cives italici. Montava la polemica se i nuovi cittadini dovessero essere inseriti in tutte le trentacinque tribù, condizionando di molto l'andamento dei Comitia Tributa, oppure solo in una decina. Rufo optò per la prima soluzione e già che c'era riuscì a far privare Silla del comando della guerra mitridatica in favore del vecchio Mario. Esplosero disordini nell'Urbe. Silla raggiunse le sue legioni accampante nei dintorni di Nola. Dispensò chiunque non se la sentisse dal compiere l'impresa che aveva in mente e marciò su Roma. Per la prima volta nella Storia, il sacro pomerio veniva oltrepassato da romani in armi. I soldati fedeli al loro leader erano pronti a seguirlo fin dentro l'Ade. Ci furono scontri con i mariani ma lo sbilanciamento delle forze in campo costrinse Mario a darsi alla fuga da nemico pubblico dichiarato. Qui si apre una parentesi quasi comica per il vecchio condottiero. La nave che doveva portarlo in Africa, lo scaricò al Circeo. Qui, forse in compagnia di pochi fedeli rimastogli al fianco, tentò una disperata fuga a piedi raggiungendo Minturno nel disperato tentativo di reperire un nuovo imbarco. Si ritrovò solo alla foce del Garigliano. Si nascose in una palude dalla quale alcuni cavalieri mandati da Silla lo tirarono fuori a fatica per trascinarlo in catene a Minturno. I maggiorenti della città del basso Lazio decisero di eliminarlo. Incaricarono un mercenario gallo. Questi nottetempo entrò nella casa in cui era stato imprigionato Mario. Sollevò la spada per ucciderlo nel sonno ma quello si svegliò. Guardò negli occhi il proprio assassino. Gli intimò di deporre la spada in quanto si trovava al cospetto di Mario. Il gallo si impaurì dandosela a gambe. Trovo incredibile questo racconto. Fatto sta che il generale venne liberato e il giorno dopo già veleggiava verso le coste africane.

 

Cinna e l'epilogo di Mario

 

Silla per la fretta di partire per l'Oriente dove lo attendeva la guerra mitridatica (88-85 a.C.) non si curò dell'elezione dei consoli per l'anno 87 a.C.; un demagogo di nome Cinna salì alla massima carica dello Stato insieme al conservatore Gneo Ottavio. Il periodo che passò sotto il nome di "Cinnanum tempus" fu uno dei più tragici per l'Urbe, degno precursore delle successive proscrizioni sillane. Il primo atto di Cinna fu quello di dichiarare Silla nemico pubblico. Il secondo fu l'inserimento dei cives italici in tutte le 35 tribù capitoline. Il terzo comportò un provvedimento a favore dei debitori, estinguendo per tre quarti l'ammontare del debito stesso. Ovvio che Cinna spingesse per il ritorno di Mario dall'esilio, scontrandosi con la frangia conservatrice del potere rappresentata dall'altro console, Ottavio. Ne nacquero scontri, tanto che Cinna fuggì in Campania, spogliato dal Senato della sua carica. Li si incontrò col redivivo Mario e i due marciarono su Roma. A farne le spese, dopo giorni e giorni di tumulti e massacri, fu il povero Ottavio che ligio nel suo ruolo si fece uccidere senza protestare. La sua testa fu appesa ai rostri nel Foro, primo caso per un console. Mario rientrò in Roma con una scena degna di una tragedia. Capelli e barba lunghi, aspetto trasandato, vesti logore, percorse le vie dell'Urbe trascinandosi dietro i trofei numidici e cimbrici. Cinna lo accolse con un mandato proconsolare, promettendo nel contempo al Senato che non avrebbe perpetrato stragi di cittadini romani. Negli occhi di Mario potevano leggersi ben altri progetti. Il vecchio generale non si risparmiò in crudeltà verso tutti coloro che patteggiavano per Silla. Le strade di Roma si affollarono di cadaveri mutilati e lasciati a marcire senza sepoltura. La casa di Silla fu abbattuta. Combriccole di schiavi ingaggiati da Mario ebbero piena libertà di uccidere e depredare chiunque si fosse opposto al regime. Cinna e Sertorio cominciarono a considerare lo scomodo alleato come un problema da risolvere al più presto. Plutarco narra che sette aquilotti furono deposti da un'aquila nella culla del piccolo Mario. Erano il segno della futura gloria, di sette consolati. Nell'86 a.C. Mario ottenne il tanto agognato settimo consolato. Nello stesso anno morì, consumato dall'acredine nei confronti di Silla, vittorioso in Oriente. Il popolo salutò la sua dipartita con giubilo quando solo pochi anni prima lo avrebbe compianto come il migliore degli eroi. Chiudendo su Cinna. Rimase in carica fino all'84 a.C., anno in cui venne trucidato dai legionari accampati ad Ancona in attesa del ritorno di Silla dal Ponto. Questi si sarebbe preso Roma, inaugurando un ferreo regime dittatoriale fino al 79 a.C.; ma questa è un'altra Storia...

 

 

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Bibliografia

 

Storia Romana - Geraci, Marconi - Le Monnier Università

I Grandi Generali di Roma Antica - Andrea Frediani  - Newton Compton Editori

I Grandi Nemici di Roma Antica - Philip Matyszak - Newton Compton Editori