Servio Tullio, il secondo fondatore di Roma

 

di Andrea Rocchi C.

 

(tratto dal sito dell’autore Talento nella Storia)

 

 

 

Gli autori antichi, in primis Livio e Dionigi di Alicarnasso (entrambi del I secolo a.C.), trattano  le origini di Roma e il successivo periodo monarchico rispettivamente nelle opere “Ab Urbe condita” (Storia di Roma, dalla sua fondazione) e “Antichità romane”. Narrano di Servio Tullio, quale sesto re di Roma, succeduto a Tarquinio Prisco (616/579 a.C.). Secondo dei regnanti di stirpe etrusca governò per ben quarantaquattro anni dal 578 al 539 a.C. prima di cedere lo scettro al tiranno Tarquinio il Superbo che venne destituito e messo al bando nel 509 a.C. in seguito alla sollevazione del patriziato romano. Quando si parla di storia delle origini di Roma bisogna considerare che molto di quanto tramandatoci dagli annalisti romani, tra i quali spiccano i due storici di cui sopra, costituisce fonte secondaria che risente di molti elementi non certi. Come fonte primaria dobbiamo considerare tutta quella documentazione testuale, epigrafica e archeologica prodotta al tempo degli eventi storici a cui si riferisce. L'opera di Livio ad esempio è una fonte letteraria secondaria in quanto prende forma dagli scritti degli annalisti precedenti che risalgono, i primi, al III secolo a.C. con Fabio Pittore e Cincio Alimento i quali a loro volta costruirono le loro opere basandosi sui sommari elenchi di fatti principali tenuti dal Collegio dei Pontefici, sulla tradizione orale e su quella familiare propria delle grandi famiglie della nobiltà romana. Nei testi redatti dagli storici romani, riguardo la fondazione di Roma e il successivo periodo regio, prevalgono dunque gli aspetti leggendari con parecchie licenze letterarie e una discreta dose di scopi celebrativi della grandezza romana o di determinate casate nobiliari. In seguito analizzeremo alcune fonti epigrafiche e archeologiche riguardo la figura di Servio Tullio, ma la premessa di cui sopra è doverosa per affrontare con uno sguardo critico quanto narratoci riguardo le origini dell'Urbe. A tal riguardo un aspetto che mi ha fatto riflettere riguardo il periodo monarchico romano è quello secondo cui ognuno dei sette Re di Roma determinò grazie al suo operato un passo in avanti verso la futura grandezza dell'Urbe, rispettando un iter fin troppo preciso nelle sue tappe. Romolo provvide alla fondazione della città sul Palatino nel 753 a.C., dotandola del primo ordinamento, (ricordo che per alcuni anni governò insieme al sabino Tito Tazio), Numa Pompilio, altro sabino, si occupò degli aspetti religiosi, Tullio Ostilio della gens latina Ostilia, di quelli militari tra cui la distruzione di Alba Longa, Anco Marcio, ultimo re di origine sabina fondò il porto di Ostia allargando in tal modo i traffici commerciali della neonata potenza. Ordinamento, religione, espansione militare e commercio. Quattro contesti per quattro sovrani i quali governarono rispettivamente per trentasette, quarantadue, trentuno e venticinque anni. Alcuni storici nutrono infatti molti dubbi che i re di Roma siano stati solamente sette. In ogni caso nel VI secolo a.C. l'alternanza di re latini e sabini terminò. Non sappiamo se in modo brusco oppure come un naturale processo che vide l'influenza dell'elemento etrusco, presente nell'Urbe fin dalle origini con la tribù arcaica dei Luceres stanziata sul Celio, prendere il sopravvento. Tarquinio Prisco fu il primo etrusco ad essere eletto re di Roma dal Senato dei patres. Egli era figlio di Demarato, un nobile di Corinto rifugiatesi a Tarquinia. Nella città etrusca sposò una ragazza di origini aristocratiche, Tanaquil (latinizzata Tanaquilla) che si rivelò di fondamentale importanza per la sua futura ascesa. Che non avvenne a Tarquinia dove gli fu preclusa qualunque carriera in ambito politico-militare. La vicina Roma aveva fama di accogliere gli stranieri. Tanaquil spinse il marito nel tentare l'impresa. Il nome originario di Tarquinio era Lucumone (che in etrusco dovrebbe significare “re”) ma egli lo cambiò in quello di Lucio Tarquinio Prisco con il quale si fece accettare nella sua nuova patria. Era un uomo dall'ingente patrimonio e dotato di molte qualità. Anco Marcio lo prese sotto la sua ala protettiva, affidandogli la carica di Magister Populi, ovvero comandante dell'esercito a piedi. Sotto il suo comando c'era il Magister Equitum come comandate della cavalleria. A tal riguardo è interessante compiere una digressione. Sembra attestato che il passaggio tra la monarchia e la repubblica avvenuto ufficialmente nel 509 a.C. non sia stato così repentino, dall'oggi al domani. I primi decenni del nuovo corso potrebbero aver visto al comando due magistrati con poteri diseguali, ovvero un Magister Populi con al suo fianco un Magister Equitum. Torneremo in seguito su questo discorso. Alla morte di Anco Marcio, Tarquinio divenne il quinto re di Roma per elezione. Egli diede il via a una politica importante soprattutto dal punto di vista urbanistico. In guerra si scontrò sia con i Sabini che con i Latini e persino con gli Etruschi delle città vicine. Questo sovrano rappresentò evidentemente un elemento di disturbo nel sottile equilibrio di poteri nell'antico Lazio. Gli Etruschi dai quali discendeva raggiunsero il loro apice proprio tra il VII e il VI secolo a.C. estendendo la propria influenza oltre che su Roma, anche nel Meridione in danno ai possedimenti delle colonie Magnogreche e nel Settentrione grazie alla fondazione di alcune poleis nella Val Padana. La civiltà Etrusca, di stampo aristocratico, non era organizzata in uno stato unitario dalla forte identità nazionale ma in tante poleis indipendenti e governate dapprima da un re e in seguito da magistrature individuali o collettive tra cui distinguiamo la carica dello zilath paragonabile a quella successiva del pretore capitolino. Le dodici città etrusche principali erano riunite in una lega dagli scopi religiosi e difensivi. Negli etruschi, sia in campo civile che militare, è chiara l'influenza del mondo greco. Influenza che il famoso filologo Giorgio Pasquali ribadisce anche riguardo il contesto romano nel memorabile saggio “La grande Roma dei Tarquinii” pubblicato nel 1936. Egli denotava la Roma del VI secolo a.C. governata dalla monarchia etrusca come una città ricca e florida dagli spiccati aspetti commerciali con scambi mercantili con le vicine colonie della Magna Grecia e con i punici. Questo periodo aureo sarebbe stato segnato dalla vasta penetrazione culturale greca nella società capitolina, attestata non solo in linea teorica ma grazie a una confrontabile documentazione archeologica. Dalla presenza di frammenti architettonici di fattura ionica riconducibili a strutture monumentali a una serie di templi, riferibili al periodo suddetto dedicati a divinità greche e fino alla stessa riforma dell'ordinamento romano ascritta dalla tradizione a Servio Tullio ispirata forse alle evolute e analoghe costituzioni greche. E come dimenticare l'esercito che con i monarchi etruschi si organizzò nella classica falange oplitica di stampo greco sia negli equipaggiamenti che nelle tattiche. La visione del Pasquali suscitò e suscita tuttora molte perplessità ma è sacrosanto tenerla in considerazione. Tarquinio Prisco morì nell'ambito di una congiura ordita dai figli di Anco Marcio. Tanaquil decise di favorire l'ascesa al trono di suo genero, uomo di provato valore e coraggio. Egli si chiamava Servio Tullio e correva l'anno 578 a.C.

 

Condottieri e “sodales

 

Quali furono le origini di questo Servio Tullio. Si dice fosse figlio di una schiava di nome Ocresia che serviva alla corte di Tarquinio Prisco. La leggenda narra che alla sua nascita, una corona di fiamme gli cinse il capo senza ustionarlo. Era il segno del favore degli dei. Il Lazio dei secoli VI e V a.C. era percorso in lungo e in largo da bande armate di estrazione etrusca guidate da condottieri le cui intenzioni erano quelle di prendere il controllo di una comunità e magari fondare una propria città. Questo “fenomeno dei condottieri” è attestato da una fonte primaria costituita da un epigrafe risalente al V secolo a.C., il Lapis Satricanus. Trattasi di un'iscrizione su una pietra che poteva far parte del basamento di una statua, rinvenuta sul territorio dell'antica città di Satricum nel Latium Vetus. La scritta è in un latino arcaico e riguarda una dedica a Marte rivolta dai sodales (dal latino: compagni, soci) di un certo Publio Valerio. A tal riguardo ricordo che Publio Valerio Publicola fu, insieme a Giunio Bruto, tra coloro che cacciarono Tarquinio il Superbo da Roma e primo console della neonata Repubblica. Servio Tullio dovrebbe essere stato invece tra i sodales dei fratelli Celio e Aulo Vibenna, due condottieri etruschi di stirpe nobile che conquistarono il monte Celio e forse estesero la loro influenza su Roma stessa. Il famoso dipinto della Tomba Etrusca Francois di Vulci ci illumina in tal senso. A sinistra è raffigurato un uomo di nome Mastarna  intento a liberare dalle corde Celio Vibenna. Seguono alcune figure nell'atto di combattere tra cui Aulo Vibenna. A destra possiamo osservare la morte di Gneo Tarquinio di Rumach (Roma) che gli storici moderni non identificano con Tarquinio Prisco. Il Mastarna di cui sopra dovrebbe essere Servio Tullio. L'etimologia della parola Mastarna è curiosa: proviene dall'etrusco Macstrna e potrebbe essere il vero nome di Servio Tullio. In Mastarna però è anche facile intravedere la radice del latino magister che identificherebbe la parola come un termine latino etruschizzato. Non più un nome proprio ma una carica politico-militare o un titolo in battaglia. Possiamo immaginare Servio Tullio come Magister Populi di Tarquinio Prisco? Oppure, seguendo la tesi dell'archeologo Massimo Pallottino (forse più vicina a quanto detto finora), vedere in “macstr” il significato di magister e nel suffisso “na” il concetto di appartenenza. Dunque Servio Tullio sarebbe il servitore (sodalis) di Celio Vibenna. Il futuro re avrebbe occupato il Celio insieme a Aulo Vibenna e successivamente si sarebbe liberato proprio di Aulo rimanendo padrone incontrastato della città. La corrispondenza tra Mastarna e Servio Tullio è attestata da un importante documento epigrafico risalente al I secolo d.C. ovvero le Tavole bronzee di Lione. Riportano l'orazione che l'imperatore Claudio (storico di valore e appassionato di cultura etrusca) avrebbe sostenuto in Senato per perorare la causa dei maggiorenti della Gallia Comata che aspiravano ad aver la possibilità di ricoprire le magistrature romane e divenire senatori. Claudio portò proprio l'esempio di Mastarna/Servio Tullio, raccontandone la storia al fine di far comprendere quanto Roma, fin dalle sue origini fosse stata aperta nei confronti degli stranieri.

 

“Fu già un tempo in cui Roma era retta da re ma la monarchia non divenne mai ereditaria. Uomini estranei conquistarono la corona di Roma e persino forestieri come Numa Pompilio […] come Tarquinio Prisco. […] Succedette Servio Tullio che era di origine etrusca e figlio di una plebea, tale Ocresia. Era il fedele compagno del celebre etrusco Cele Vibenna, del quale condivise tutte le avversità; si dice che quando Cele fu sconfitto, Servio Tullio, che a quel tempo si chiamava Mastarna, alla testa dei resti dell'esercito si impadronì di quel monte cui impose il nome di Caelius, il monte Celio; poi mutò il proprio nome e conquistò la corona di Roma con sommo vantaggio dello stato.”

 

La leggenda narra che, entrato nelle grazie di Tanaquil, sposò la figlia di Tarquinio Prisco. All'uccisione di questi, l'astuta regina tenne segreta la congiura, favorendo l'ascesa al trono del genero che prese il potere non per elezione come i suoi predecessori ma in base a una procedura illegittima. Livio nella sua opera “Ab Urbe condita” (Storia di Roma dalla sua fondazione) ci riporta un passo utile per capire quanto tale presa di potere fosse stata inusuale per l'Urbe.

 

“Tarquinio (il Superbo) incominciò ad ingiuriare Servio, partendo dalle sue origini: dopo la nefanda uccisione di suo padre aveva occupato il regno, per dono di una donna, un servo figlio di una serva, senza che vi fosse avuto il tradizionale interregno, senza convocazione dei comizi, senza il voto del popolo e l'approvazione del Senato”.

 

La grande riforma

 

L'ultima parte di questo articolo è dedicata all'impresa più importante di Servio Tullio: la riforma dell'ordinamento di Roma. Fino a quel momento il corpo civico romano era stato organizzato in base ai Comitia Curiata, stabiliti dallo stesso Romolo. Le tre tribù arcaiche dei Ramnes, dei Tities e dei Luceres erano state suddivise ognuna in dieci curie forse in base a criteri territoriali o etnici. Trenta curie formavano i Comitia Curiata,  l'assemblea del popolo che includeva tutti i maschi in età adulta senza distinzione timocratica ad eccezione degli schiavi. Le funzioni di questa assemblea in età regia sono motivo di discussione. Di sicuro intervenivano nell'elezione del nuovo sovrano in quanto una peculiarità della monarchia romana, quantomeno per i primi cinque re fu quella di essere a carattere elettivo. Quando un sovrano veniva a mancare, il Senato ricorreva all'istituto dell'interregno. Livio narra che alla morte di Romolo, i cento patres si divisero in dieci decurie. Ognuna elesse un proprio rappresentante che governò per cinque giorni per poi passare il comando al successivo collega. Tale interregno durò un anno e  terminò con l'elezione di Numa Pompilio. La successione di Tullio Ostilio fu questione di poco tempo in quanto l'interrex di turno convocò i Comitia Curiata che elessero il sabino Anco Marcio. La decisione venne ratificata in seguito dal Senato stesso. In pratica l'interrex, interpretando la volontà del consiglio dei patres, indicava il candidato alla successione. Egli veniva presentato all'Assemblea del popolo che attraverso la Lex Curiata de imperio lo eleggeva investendolo del potere e della carica di rex. Di seguito lo stesso Senato ratificava la nomina. L'istituto dell'interregno si perpetrò in età Repubblicana, quando in caso di impossibilità dei due consoli in carica, un interrex era chiamato a convocare i Comitia Centuriata al fine di far eleggere due nuovi magistrati supremi. I Comitia Curiata non dovrebbero aver avuto una funzione legislativa. La esercitava unicamente il rex, il quale però doveva tenere in buon conto la possibilità di consultarsi sia con il Senato che con l'Assemblea del popolo senza escludere questi due organi dalla vita politica dell'Urbe come fece ad esempio Tarquinio il Superbo. Come ben sappiamo i Comitia Curiata sopravvissero anche in età repubblicana, occupandosi di tutta una serie di atti minori inquadrabili nel diritto civile, quali adozioni e testamenti. Investivano del potere anche i nuovi magistrati (eletti dai Comitia Centuriata) con l'antica Lex Curiata de imperio, una prassi puramente simbolica. Durante il periodo monarchico inoltre ogni tribù sopracitata era obbligata a fornire un contingente di mille fanti e cento cavalieri. Servio Tullio comprese che questo ordinamento non poteva più corrispondere alle esigenze di una città in espansione come Roma. Diede dunque il via ad una profonda riforma del sistema che avrebbe investito sia l'ambito civile che quello militare. In primis introdusse il census ovvero  l'organizzazione della popolazione in classi stabilite in base al patrimonio individuale, dunque su base timocratica. Interessante è ricordare che in epoca più tarda il census veniva effettuato ogni cinque anni da magistrati appositi, chiamati censori. Era una sorta di cerimonia che terminava con un lustrum, un rituale di purificazione nel quale tre animali sacri, una pecora, un bue e una scrofa venivano fatti passare intorno al popolo riunito in armi nel Campo Marzio. Da questa antica pratica è scaturito l'uso del termine “lustro” per indicare un arco di tempo di cinque anni. Ho citato il popolo riunito in armi. Il censo venne istituito da Servio Tullio proprio per individuare gli uomini atti a servire nell'esercito, a portare le armi. Non parliamo del corpo civico nella sua dimensione civile come era per le curie, ma del popolus exercitus. I Comitia Centuriata sono strettamente connessi a questa concezione. Attraverso l'organizzazione del popolo in base alla ricchezza, furono stabilite cinque classi di censo, ognuna delle quali forniva un determinato numero di centurie di combattenti. Vediamole nel dettaglio: troviamo la Classe degli Equites con 18 centurie assimilabile inizialmente alla Prima Classe di Pedites (patrimonio oltre 100.000 assi) con 82 centurie (40 di seniores, 40 di iuvenes e due di fabri), la Seconda Classe (oltre 75.000 assi) con 20 centurie (10 di seniores e 10 di iuvenes), la Terza Classe (oltre 50.000 assi) con 20 centurie (10 di seniores e 10 di iuvenes), la Quarta Classe (oltre 25.000 assi) con 20 centurie (10 di seniores e 10 di iuvenes), la Quinta Classe (oltre 11.000 assi) con 33 centurie (15 di seniores, 15 di iuvenes e tre di suonatori). Sotto gli 11.000 assi di patrimonio troviamo i proletari che non possono far parte dell'esercito. Questo era organizzato secondo il modello della falange oplitica di stampo greco, ripreso dagli etruschi. Ogni individuo doveva procurarsi l'armamento a proprie spese. Ne viene che ad ogni classe corrispondeva un determinato armamento. Le panoplie di maggior pregio per la prima e la seconda classe con armamento offensivo (lancia e spada) e difensivo (scudo). Simile equipaggiamento ma di minor qualità per la terza classe. Quelli della quarta scendevano in campo con asta e gladio senza scudi di protezione. In quinta erano frombolieri. In epoca Repubblicana, il popolo in armi riunito nei Comitia Centuriata sostituì in importanza i Comitia Curiata con un sistema di voto particolare atto a favorire gli esponenti delle classi più agiate. Il numero totale delle centurie era 193. Una centuria estratta a caso da quelle della prima classe era chiamata ad esprimere platealmente il proprio voto. Gli uomini delle altre votavano individualmente all'interno delle proprie centurie che esprimevano nel comizio il singolo voto in ordine decrescente dalla prima alla quinta classe. Raggiunto il numero di 97 preferenze uguali per singolo argomento, la votazione si dichiarava conclusa. Considerando che il numero complessivo delle centurie degli equites e della prima classe era 100, ne sovviene che di rado si giungeva a far votare la seconda classe. Le decisioni erano prese secondo la volontà dei ceti più agiati, in grado di influenzare con il proprio potere la politica dell'Urbe. I Comitia Centuriata eleggevano le alte cariche magistratuali e possedevano un limitato potere legislativo nelle faccende di politica estera. Servio Tullio provvide anche a suddividere il corpo civico romano in quattro tribù territoriali urbane, distinguendole da quelle rurali, organizzando pertanto la cittadinanza in base all'effettiva residenza e alle proprietà rurali. Cadde dunque la concezione di suddivisione in tribù di origine etnica differente come fu per i Ramnes, i Tities e i Luceres. In futuro si giunse a contare trentacinque tribù che diedero vita a una nuova assemblea del popolo di Roma, i Comitia Tributa.

 

 

 

Conclusioni

 

Appare improbabile che l'ordinamento centuriato organizzato in base al censo, nella sua complessità, sia stato concepito durante il regno di Servio Tullio. Sussistono profondi aspetti anacronistici soprattutto nella valutazione monetaria delle classi, aspetto che dovrebbe appartenere ad epoche successive. Dato certo è che la prima monetazione romana compare a partire dal III secolo a.C. ma non possiamo escludere, che proprio al fine di provvedere alla rifondazione dell'esercito, il sesto re di Roma abbia provveduto a una embrionale suddivisione del popolo in armi in base al patrimonio individuato nel peso del metallo, come ci spiega Plinio il Giovane in “Storia Naturale”. Incerta è anche la funzione che ebbero i Comitia Centuriata nel periodo monarchico. Li possiamo denotare come un'assemblea del popolo in armi senza quelle prerogative e funzioni politiche che si svilupparono gradualmente nell'epoca repubblicana. Di sicuro sotto il sesto re di Roma iniziò un periodo di forti cambiamenti nel tessuto civico e militare dell'Urbe. Tornando al Pasquali, siano dinanzi a “La grande Roma dei Tarquinii”, un periodo aureo prima della flessione del V secolo a.C. La Repubblica scaturì dalla tirannide dell'ultimo re di Roma, dando vita al capitolo per me più affascinante dell'intera Storia dell'Urbe... Vi lascio con Livio.

 

“Tarquinio [il Superbo] infatti, primo fra i re, venne meno alla norma seguita dai predecessori di consultare il senato su ogni questione: fece e disfece da solo la guerra, la pace, i trattati, le alleanze, a suo arbitrio, con chi volle, senza consultare il volere del popolo e del senato.”

 

 

Home Page Storia e Società

                                                               

 

Bibliografia

 

Fonti per la Storia Romana – G. Geraci e A. Marcone – Le Monnier Università

Storia Romana – G. Geraci e A. Marcone – Le Monnier Università

Testo Atlante di Storia Antica – S. CrinòSoc. Editrice Dante Alighieri

La Civiltà dell'Antica Roma – Pierre Grimal – Newton Compton Editore

Introduzione alla Storia Romana – A. Garzetti – Cisalpino-Goliardica

 

 

 

-Roma Arcaica – E. Gabba – Edizioni di Storia e Letteratura Roma 2000