Spartaco: lo schiavo che sfidò la potenza di Roma

di Giampiero Lovelli

 

Si possiedono scarse informazioni sulla gioventù di Spartaco. Sicuramente venne alla luce in Tracia, molto probabilmente nel 109 a.C., da una famiglia, che si occupava di pascolare e custodire mucche, pecore, capre, facente parte della tribù dei Maedi. Fu un pastore sin dalla giovinezza e le sue giornate si caratterizzarono nella difesa delle mandrie da lupi, orsi e banditi o da ore che trascorreva nel dolce far nulla. Tutto questo lo portò ad amare i combattimenti e pertanto divenne ben presto un soldato. Per alcuni storici fra i quali annoveriamo Appiano, Spartaco lottò contro i Romani, finendo per essere imprigionato. Non essendo in grado di comprarsi la libertà, fu ceduto come gladiatore. Altri storici sono persuasi che egli fosse stato un soldato ausiliario nell’ esercito romano. In questo modo si comprenderebbe come mai Spartaco conoscesse molto bene le tecniche romane riguardanti l'impiego di mezzi e di reparti militari in un combattimento. In seguito abbandonò l’ esercito, preferendo una vita alla macchia caratterizzata da azioni violente contro persone e cose sulle vie deserte della Tracia. Nell’ attaccare dei viaggiatori venne catturato e questi lo vendettero come gladiatore per ricavare una somma di denaro. Pertanto Spartaco e banditi simili a lui furono condotti a Capua nella scuola di Lentulo Batiato, che preparava moltissimi gladiatori per i combattimenti negli anfiteatri. Spartaco, irritato a causa dell’ indegno trattamento che Lentulo infliggeva a lui e agli altri prigionieri di sua proprietà, volle opporsi ai soprusi e nel 73 a.C. fuggì dall'anfiteatro capuano nel quale veniva relegato. Settanta gladiatori andarono con lui fino al Vesuvio. Sulla via che conduceva al vulcano i rivoltosi affrontarono un gruppo di uomini armati, appartenenti alla guarnigione dislocata in quella città, che avevano l’ ordine di sconfiggerli ed imprigionarli. Ma ad avere la meglio furono Spartaco e i suoi gladiatori, nonostante che adoperassero strumenti adatti al lavoro dei campi, arnesi da taglio usati come armi e aste appuntite di ferro di cui si erano impadroniti nella caserma e nei locali in cui si consumavano i pasti della scuola gladiatoria, e pertanto vennero in possesso delle armi dei soldati romani uccisi. Spartaco venne scelto dai rivoltosi come comandante e come suoi aiutanti ebbe i galli Enomao e Crisso. Si diressero alle pendici del Vesuvio sia per accrescere il proprio numero, accettando numerosi schiavi in fuga e rendendoli pronti a sostenere un combattimento corpo a corpo, sia per stabilire come muoversi in futuro.

I Romani, consci che la rivolta di Spartaco stava assumendo risvolti pericolosi ed inaspettati, conferirono il comando all’ aristocratico Appio Claudio Pulcro (disponeva di tremila soldati) con il compito di punire i ribelli. Pulcro accerchiò i nemici e gli stessi, avvantaggiandosi della mancanza di luce, furono in grado di arrivare alle spalle degli uomini armati romani posti di guardia all’ accampamento senza far rumore, per cui seppero cingerlo d’ assedio e lo assalirono, massacrando buona parte dei legionari, mentre i pochi rimasti in vita scapparono. Questo scontro viene ricordato dagli storici come la «battaglia del Vesuvio». Questa incredibile vittoria militare venne raggiunta grazie alle conoscenze acquisite da Spartaco sui campi di battaglia e alla suo acume nel preparare le tattiche da combattimento e moltissimi schiavi fuggiaschi, pastori e contadini in condizioni di estrema povertà, che abitavano nei pressi del Vesuvio, decisero di unirsi ai rivoltosi, raggiungendo l’ armata di Spartaco l’ incredibile cifra di quarantamila unità. Per poter nutrire così tanti uomini l’ ex pastore trace iniziò a saccheggiare i terreni appartenenti agli aristocratici per poi passare alle città di Cori, Nocera e Nola.

Spartaco sconfisse più volte i Romani, ma la vittoria militare più importante venne ottenuta dai ribelli contro il pretore Publio Varinio e i suoi inviati propretori, Furio e Cossinio. Spartaco non solo vinse in battaglia i soldati, ma si impossessò dei cavalli, dei vessilli delle unità militari dell' esercito romano e dei fasci littori del pretore. Da questo momento egli ebbe il pieno controllo su tutto il fertile territorio della Campania. Successe che Cossinio venne sorpreso mentre si rilassava  bagnandosi nelle acque di Saline, una cittadina posta tra Ercolano e Pompei. Fortunosamente gli risultò possibile sottrarsi alla morte in un primo momento. In seguito braccato da Spartaco venne ucciso insieme a numerosi soldati. Non può in alcun modo cogliere di sorpresa una sconfitta di tali proporzioni sopportata dalle truppe romane, sia perché non erano state utilizzate le legioni che offrivano maggiori garanzie, sia perché i pretori e i loro rappresentanti, provenienti dalla comune cerchia politico–amicale, non avevano molto spesso alcuna conoscenza di come condurre una manovra bellica  e di come impiegare mezzi e reparti militari in un combattimento, visto che a Roma il loro compito principale consisteva nella concreta applicazione delle norme giuridiche e di rado, e in alcune occasioni straordinarie, si occupavano di dirigere operazioni militari. Dopo un anno trascorso in razzie e saccheggi, Spartaco comprese che non era opportuno soggiornare ancora in Italia. Parecchi uomini del suo esercito erano galli, germani e traci, che desideravano tornare nelle loro terre. Pertanto era necessario raggiungere e superare le Alpi. Ma vi era un ostacolo rappresentato dall’ esercito del pretore Publio Varinio. L’ ex pastore trace con un piano astuto riuscì ad eludere le truppe romane. Lo storico Frontino ci racconta l’ episodio con dovizia di particolari :«Circondato dai soldati del pretore, Spartaco fece erigere dai suoi uomini dei pali ad intervalli regolari davanti alle porte del campo. Legò a questi pali dei cadaveri che armò, in modo che in lontananza sembrassero delle sentinelle. Fece anche accendere dei fuochi per il campo e mentre i nemici erano ingannati da questa vuota esibizione, Spartaco e il suo esercito sgusciarono via nottetempo (Stratagemmi, 1, 5, 22)». Dal momento che non era più possibile attraversare le Alpi, poiché si era in pieno autunno, Spartaco decise di svernare, insieme ai suoi settantamila uomini, nel mezzogiorno d’ Italia, controllando pienamente la Campania, la Lucania e la Calabria. Favorì l’ acquisto di ferro in modo tale che i fabbri preparassero nuove armi e corazze protettive per gli uomini che da poco erano entrati a far parte del suo esercito. Desiderava affrontare i Romani non più con un’ accozzaglia di gente disprezzabile e disonesta, ma con dei veri e propri soldati.

Nel 72 a.C. il Senato romano iniziò a considerare seriamente l’ insurrezione spartachista, dal momento che il popolo era disgustato dalle stragi, razzie e atti sessuali imposti con la forza compiuti dagli schiavi in fuga, e stabilì che i consoli di quell’anno, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano sconfiggessero una buona volta i ribelli. Crisso, capeggiando un buon numero di rivoltosi celti e germanici, raggiunse la Puglia, ma qui venne vinto in battaglia da Publicola nella penisola del Gargano e messo a morte. Spartaco, però, non fu preso da timore quando seppe dell’ uccisione dell'alleato, e anzi ebbe la meglio per l’ ennesima volta sulle legioni romane, guidate dai consoli Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano. Le truppe dirette dal console Clodiano Lentulo, nell’ azione volta a bloccare il transito ai ribelli, molto probabilmente furono battute nell’ estate del 72 a.C. sull' Appennino tosco-emiliano. Spartaco sconfisse pure il governatore della Gallia cisalpina, il proconsole Gaio Cassio Longino Varo, che lo affrontò nelle vicinanze di Modena con circa 10.000 uomini, e con molta fortuna riuscì a salvare la sua vita, dopo che moltissimi soldati romani furono massacrati. A questo punto nessuno poteva impedire a Spartaco e ai suoi uomini di attraversare le Alpi. Ma in quei mesi i ribelli guidati da Spartaco conducevano una vita sicuramente migliore di quella che avevano mai avuto in passato e pertanto rimandarono il loro ritorno in patria. A quel punto con i suoi uomini raggiunse la Lucania e si stabilì vicino a Turi, dove equipaggiò di nuove armi le sue truppe, proseguì con le scorrerie e le devastazioni, e affrontò nuovamente i Romani, i quali patirono numerose perdite per l’ ennesima volta.

A Roma il popolo non credeva più che ci fosse qualcuno in grado di battere Spartaco, che da tre anni girovagava per la penisola. Solamente l’ aristocratico Marco Licinio Crasso, uomo molto facoltoso, accettò dal Senato il compito di eliminare Spartaco. Con prontezza Crasso riuscì a raccogliere otto unità militari comprendente ognuna da 4000 a 6000 uomini (una volta aveva confidato ad un amico che una persona non poteva definirsi abbiente se non fosse stato in grado di formare una unità militare con i propri denari). Tutto questo evidenzia come il nobile volesse sconfiggere una volta per tutte Spartaco. Intanto lo stesso era sempre convinto che fosse necessario abbandonare l’ Italia e pertanto raggiunse con i suoi uomini Reggio Calabria. Qui contattò i pirati cilici, che vollero subito essere pagati da Spartaco. Ma gli stessi abbandonarono le coste calabresi, senza imbarcare i rivoltosi. È molto probabile che Crasso abbia elargito oro ai pirati affinché lasciassero la penisola senza prendere passeggeri a bordo delle loro navi. Questo avvenimento indica che era appena cominciata la parabola discendente dei ribelli. A quel punto Crasso comandò di costruire una imponente muraglia nella parte meno ampia della Calabria, che divideva il mar Ionio dal mar Tirreno, difesa da un fosso esteso nel senso della larghezza e di notevole profondità, che fermasse l’ ex pastore trace e non permettesse approvvigionamenti di nessun tipo al suo esercito. Pertanto succedeva che Spartaco avesse soccorso da banditi, schiavi in fuga e militari che abbandonavano senza permesso la legione in cui prestavano servizio, ma non dagli agricoltori o dalle popolazioni delle città impauriti dalle sue scorrerie. Comunque, Spartaco, indeciso sul da farsi, dato che in due battaglie contro le legioni romane aveva perso dodicimila uomini, alla fine si propose, insieme ai rivoltosi, di utilizzare tavole di legno per superare il fossato romano e scale per oltrepassare le mura difensive romane. Dopo questa ulteriore impresa gli uomini di Spartaco si separarono tra chi desiderava proseguire le razzie e chi voleva allontanarsi definitivamente dall’ Italia. Fra coloro che anelavano abbandonare la penisola vi erano molti galli che elessero come loro comandanti Granico e Casto. Crasso li assalì nei pressi della rinomata città di Crotone, trucidando più di trentamila uomini. In questa occasione l’ esercito di Crasso rientrò in possesso dei vessilli della magistratura sottratti a Glabro. Gli eventi sembravano volgersi a favore dei Romani, quando Spartaco vinse in battaglia Quinto Tremelio Scrofa, posto da Crasso a nord insieme ad un buon numero di soldati, affinché impedisse ai ribelli di scappare verso quei luoghi. Spartaco desiderava arrivare a Brindisi per raggiungere a bordo di una nave la natia Tracia, ma nel porticciolo stazionava l’ armata di Lucullo, sollecitato a venire dalla Grecia, e l’ ex pastore trace decise di attraversare per l’ ennesima volta l’ Italia. È molto probabile che volesse portare i rivoltosi oltre le Alpi, dal momento che a nord della penisola non vi erano legioni che potessero fermarlo. Ma Crasso venne a sapere con grande sorpresa che gli uomini di Spartaco erano fiduciosi di sconfiggere i Romani in battaglia. Spartaco non era dello stesso avviso e mandò a Crasso dei messi per raggiungere un patto di non belligeranza. La risposta del comandante romano fu che Roma non stipulava accordi con chi aveva perso la libertà.

Lo scontro finale violentissimo (dove Spartaco venne sconfitto ed ucciso) ebbe luogo nel 71 a.C. in Campania vicino al punto in cui nasce il fiume Sele. L’ ex pastore trace aveva a disposizione novantamila uomini pronti a tutto. Sessantamila ribelli vennero trucidati. I Romani subirono una perdita di 1.000 legionari e catturarono 6.000 rivoltosi. Raccontarono diversi soldati romani che Spartaco si lanciò con veemenza contro di loro e dopo aver ammazzato numerosi soldati romani ricevette un numero talmente elevato di colpi di spada che la sua salma non fu mai recuperata. Una parte delle sue truppe scappò e si rifugiò sulle montagne vicine. Crasso stabilì di inchiodare alla croce per metterli a morte tutti i ribelli catturati, non coperti da indumenti, sul tratto della via Appia che congiunge Capua a Roma. Una parte dell'esercito dei rivoltosi, probabilmente 5.000 uomini, si diressero verso nord, ma furono fermati e sconfitti da Gneo Pompeo Magno, che proveniva con le sue legioni dalla Spagna. Si concludeva in questo modo l’ insurrezione violenta di Spartaco. Spartaco, per diversi storici che narrarono le sue azioni, era un uomo alto, di bell’ aspetto, perspicace, di modi amabili, dotato di grande ascendente, coraggioso, un comandante geniale capace di valutare con equilibrio e imparzialità, che anelava allo stesso tempo di raggiungere la sua terra e trattenersi in Italia per proseguire a depredarla. Ebbe la capacità di affrontare Roma in Italia, cosa che fu in grado di fare solo Annibale, ma lo stesso con il sostegno delle forze alleate spagnole e galliche. Parla delle epiche imprese dell’ ex pastore trace il poeta latino Claudiano, cinque secoli dopo tali eventi, nella composizione in versi di carattere narrativo «De bello Gothico», paragonando la mancanza di saldezza e di risolutezza morale dei Romani del V secolo alla vergognosa disfatta delle truppe romane per merito dello schiavo e gladiatore Spartaco. Anche Karl Marx si occupò di Spartaco e in una missiva del 27 febbraio 1861 in questo modo si espresse con Engels :« La sera per passare il tempo stavo leggendo "Le guerre civili Romane" di Appiano, nel suo originale testo greco. Un libro di gran valore. ……Spartaco emerge come uno dei migliori protagonisti dell'intera storia antica. Un grande generale (a differenza di Garibaldi), un carattere nobile, un genuino rappresentante dell'antico proletariato».

Lo scrittore e garibaldino Raffaello Giovagnoli nel 1873 dette alle stampe il romanzo storico «Spartaco», un modo per esaltare il valore e la forza d'animo straordinaria di Garibaldi, e l’ opera stessa includeva una missiva di Garibaldi che aveva lo scopo di introdurre il testo, nella quale affermava, l’ eroe dei due mondi, di essere uno schiavo liberato e concludeva con la speranza che negli anni futuri non esistessero più né schiavi o prigionieri che combattessero nell'arena armati di gladio né comandanti. Spartaco è stato il personaggio principale in romanzi, pellicole cinematografiche, e diversi politici, come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, nel 1919 istituirono la «Lega di Spartaco» e furono denominati per questo motivo «spartachisti». Infine la squadra di calcio russa «Spartak Moscow» deriva la sua denominazione dal gladiatore trace.

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BIBLIOGRAFIA

A. GUARINO, Spartaco: analisi di un mito, Liguori, Napoli 1979;

M. MARCIALIS, Spartaco. Il gladiatore, Oscar Mondadori, Milano 2012;

A. SCHIAVONE, Spartaco. Le armi e l'uomo, Einaudi, Torino 2011;

B.S. STRAUSS, La guerra di Spartaco, Laterza, Bari 2009.