Il caso di Nerone    di Bianca Misitano



Ciò, che caratterizzò il periodo più immediatamente posteriore alla morte di Augusto, ossia quello della dinastia che da lui prese le mosse, la giulio-claudia, fu la stabilizzazione e la definizione dei rapporti con il Senato.

Quello di Augusto era stato, infatti, un esperimento in seguito al quale, ed in seguito all’emergere di personalità ben diverse da Ottaviano, ci si cominciò ad interrogare sull’effettiva regolamentazione dell’equilibrio fra patres ed imperator, figura, questa, che iniziava a divenire chiaro, non sarebbe scomparsa con il tempo.

A complicare questa delicata situazione fu la seria entrata in gioco di una terza forza di potere: quella dell’ordine equestre.

Già Augusto aveva previsto per gli uomini di questa classe dei ruoli di primo piano nel governo dell’impero, cosa assolutamente inaspettata e nuova, che scuoteva non poco le sicurezze della classe senatoria.

Le cariche più importanti che furono loro concesse e che resero chiare come non mai le intenzioni dell’imperator furono la prefettura dell’Egitto, la provincia che lo stesso Augusto aveva conquistato e che fu l’unica a non essere affidata ad uomini di rango senatorio, e poi, dopo la creazione della guardia pretoriana da parte di Tiberio, l’affidamento del comando di questa ugualmente ad un prefetto di rango equestre.

Quest’ultima carica, ricoprendo la quale si poteva avere il controllo della guardia del corpo dell’imperatore ed anche dell’unica “legione” (in realtà, composta non da dieci, ma da nove coorti, in modo tale che la guardia pretoriana non avesse effettivamente status di legione e che quindi potesse essere stanziata all’interno del pomerium) autorizzata a permanere in armi a Roma, assunse un’importanza così notevole che chi assumeva la carica di prefetto al pretorio aveva la reale possibilità di influenzare l’andamento del governo dell’imperatore, quando, non addirittura, di spodestarlo per prenderne il posto.

Oltre a questi due incarichi, di rilevanza fondamentale, Augusto da subito cominciò a circondarsi di “funzionari” selezionati non all’interno dell’ordine senatorio, in modo da legarli in maniera più stretta alla sua persona e alla carica imperiale. Il culmine di questa carriera “parallela” a quella in Senato potevano essere le prefetture più importanti che, oltre a quella d’Egitto e la pretoriana, erano quella della flotta, dei vigili, dell’annona, tutte esclusivamente destinate ad individui di rango equestre.

Man mano che si andrà avanti la preponderanza dei cavalieri all’interno dell’amministrazione imperiale arriverà a tali livelli che sarà in grado di surclassare il Senato.

Questa novità, introdotta da Ottaviano, piacque poco da subito ai patres romani, che, manco a dirlo, sentivano la loro autorità messa in pericolo, nonostante a loro rimanessero parti ancora abbastanza importanti dei governo romano e nonostante Augusto avesse fatto molto per assicurare la tutela della loro dignità.

Alla fine, insomma, gli equilibri di governo dovranno essere gestiti non più tenendo in considerazione solo imperatore e senato, ma la classe equestre entrò di pieno diritto all’interno di questo delicato scenario, contribuendo a comporre un triangolo la cui stabilità subiva continue modificazioni e cambi di orientamento.

Se i cavalieri erano riusciti, finalmente, ad accaparrarsi posti fondamentali nell’amministrazione romana, la cultura, però, continuava a rimanere sostanzialmente appannaggio della classe senatoria e ciò giocò un ruolo non indifferente.

Con l’affermarsi della nuova figura dell’imperator ci si cominciò a porre il problema di quello che sarebbe potuto essere l’ideale del buon governante. Gli unici che, fondamentalmente, possedevano gli strumenti per elaborare questa sorta di ideale “filosofico”, ossia la figura a cui ogni imperatore che avesse voluto essere un buon imperatore avrebbe dovuto ispirarsi, erano, ovviamente, i senatori.

Il periodo di forte rivalità con gli equites, unito al loro proverbiale ed inossidabile orgoglio di “classe” ed al ricordo di Augusto, saggio ad averli lasciati liberi di non rinunciare formalmente a nulla o quasi, contribuì a comporre i caratteri del buon modello di imperatore nel senso di una sua condotta filosenatoria.

Il princeps, infatti, secondo tale modello, avrebbe potuto sperare nella buona riuscita della sua attività governativa solo mantenendo l’efficienza dei rapporti con la Curia romana, piuttosto che, magari, accontentare il popolo, sedizioso e volubile per natura. Porre eccessiva attenzione alla plebe avrebbe significato cadere nella demagogia, mentre onorare il Senato significava, in qualche modo, onorare la stessa essenza di Roma.

I senatori erano i reali custodi delle tradizioni e delle virtù romane, la loro assemblea era l’artefice principale delle glorie repubblicane, epoca tramontata ma il cui ricordo rimarrà vivo e presente fino alla fine ed, in quanto tale, unico ordine degno di essere realmente preso in considerazione.

D’altronde, il problema fra imperatore e senato, non si presentava solo come una questione “filosofica”, ma era, invece, anche una faccenda di prosaica realtà.

Tutti i giulio-claudii, che saranno personalità di spessore assai minore rispetto ad Ottaviano, cercheranno effettivamente di barcamenarsi in un modo o nell’altro per garantire l’equilibrio di poteri che loro ritenevano fosse il migliore e questo dilemma occupò una grande parte della loro attività.

Emblematico ed esemplare per spiegare quale sia stato questo primo ideale di imperatore, dipinto quasi come un senatore solo un po’ più potente, può essere la figura di Nerone, soprattutto per come la tradizione ce l’ha tramandata.

Il fatto di essere l’ultimo dei giulio-claudi, dopo Tiberio, Caligola e Claudio, ci permette di confrontarci con un imperatore al cui tempo questo ideale filo-senatorio aveva già assunto abbastanza forza.

Il giovane principe ebbe, all’inizio della sua “carriera”, una fortuna eccezionale: suo precettore fu il grande filosofo Seneca, padre dello stoicismo romano.

Lo stesso Seneca contribuirà ad alimentare l’ideale filosofico del buon sovrano, anche e soprattutto scrivendo un trattato indirizzato al suo stesso, illustre allievo, il De Clementia.

In esso il filosofo prova ad esporre come, per dare vita ad un governo imperiale degno di stima, ci si debba affidare alla moderazione e, come lo stesso titolo del trattato indica, alla clemenza. Interessante notare come, nella concezione del filosofo, la superiorità e l’egemonia dell’imperatore non siano ormai messe in discussione. Il suo ruolo di reale e principale guida di Roma e dei suoi territori risulta già lampante e chiaro, una realtà ovvia e radicata.

La figura delineata nel trattato di Seneca è, chiaramente, ispirata all’ideale stoico. In conseguenza di ciò lo stesso imperatore ideale dovrebbe essere imbevuto di filosofia, fin quasi a divenire egli stesso un filosofo.

Questa “tendenza” diverrà predominante qualche tempo dopo, per adesso, il giovane Nerone si rivelerà presto una delusione per Seneca, il quale troverà la morte proprio per suo mandato.

Nerone, da parte sua, inaugurerà un’altra tendenza, quella filoellenica.

All’inizio del suo regno, però, Nerone viene ancora guidato dalla gente vicina a lui, ossia, oltre a Seneca, il prefetto al pretorio Burro e sua madre Agrippina, così da non poter manifestare del tutto le sue intenzioni e le sue idee.

Il regno neroniano viene inaugurato con l’intenzione di ricercare accordi con l’esercito e soprattutto con il Senato. E’ il periodo in cui l’influenza di Seneca si fa sentire di più, il filosofo in questi anni ha una grande parte nella gestione del potere del ragazzo.

In merito ci qualche informazione lo storico Cassio Dione, che scrive: “Aveva diciassette anni quando assunse il potere: come primo atto entrò nel castro pretorio e, dopo aver letto il discorso che Seneca aveva scritto, promise ai soldati tutto quello che Claudio [il suo predecessore] aveva concesso loro. Anche di fronte al Senato tenne un discorso simile, questo pure scritto da Seneca, di importanza tale per cui venne decretato che fosse iscritto su di una stele d’argento e fosse letto ogni volta che i consoli si avvicendavano alla carica. E i senatori, conseguentemente, si preparavano ad avere un buon governo proprio per il fatto di aver ricevuto una sorta di garanzia scritta.

E questo è, non a caso, l’unico “stralcio” del regime di Nerone su cui le fonti storiografiche sono indulgenti. La politica filo-senatoria, infatti, si traduce immediatamente nel segnale per eccellenza di un governo orientato bene.

E che questo non fosse solo uno stereotipo adottato dagli scrittori, ma una convinzione comune di tutta l’elite dell’impero, lo dimostra il fatto stesso che Seneca scelga realmente di orientare Nerone verso una concreta politica di appoggio al Senato.

Sul conseguente declino a precipizio del comportamento di Nerone e su come questo sarà dipinto dalle fonti, poi, possiamo osservare come si formi anche un altro cliché, quello dell’anti-imperatore, dell’imperatore folle per eccellenza.

Man mano che il ragazzo cresce, infatti, cresce anche la sua volontà di affrancarsi da quei consiglieri che arriveranno a sembrargli più un ostacolo che un aiuto e di cui alla fine si libererà in maniera alquanto violenta.

Dopo un certo periodo di allontanamento dalla corte, infatti, Nerone fece uccidere sua madre Agrippina e nel 65, nell’ambito della grande repressione della congiura dei Pisoni, l’imperatore fece comandare a Seneca di uccidersi tagliandosi le vene, ordine prontamente eseguito dal grande filosofo stoico che, si racconta, fino all’ultimo momento continuò a disquisire con grande serenità di filosofia.

Solo Burro morì nel 62 forse per cause naturali e fu sostituito con un uomo destinato, da allora in poi, ad avere un grande ruolo nel governo imperiale: Tigellino.

Dipinto dalle fonti come untuoso, sfuggente, ambiguo, ambizioso divenne il più fidato consigliere di Nerone, che ormai continuava a scivolare sempre più rapidamente nella follia.

Ed è qui che, per quanto riguarda le fonti, va notato un elemento importante: la pazzia di Nerone diviene evidente soprattutto perché comincia a sostenere il popolo.

La sua politica, infatti, cambia radicalmente: Nerone comincia ad appoggiarsi alle classi popolari, perdendo interesse, invece, per quel che riguarda la regolarizzazione dei rapporti col Senato.

La plebe romana viene lusingata con abbondanti elargizioni e giochi fastosi, in cambio questa gente lo venera quasi come un dio.

L’ambiente intellettuale, riflesso nella storiografia, si scaglia violentemente contro questo comportamento: l’imperatore filo-plebeo non è altro che un demagogo, sottostante alle volontà velleitarie della massa dei cittadini, invece di prendere le parti del baluardo più integro e fiero della romanità, ossia il Senato.

Ecco, quindi, che Nerone d’ora in poi, per questi uomini, diviene lo stereotipo dell’imperatore sconsiderato e pazzo, non tanto per i suoi comportamenti individuali (che pure, comunque, furono messi alla berlina) quanto per il suo secco rifiuto di continuare sulla linea che Seneca gli aveva fatto inaugurare, scegliendo, invece, di puntare in basso, sulla plebe. Plebe che non lo dimenticherà facilmente ma che anzi, come le testimonianze ci indicano, continuerà a celebrarlo anche tempo dopo la sua morte.

Intrecciato profondamente con questo comportamento demagogico è la piega filellenica che la politica di Nerone prenderà.

In realtà il filellenismo sarà una tendenza che avrà successo anche in seguito, anche se con Nerone essa si esprimerà nei modi di un inquietante fanatismo, mentre con altri imperatori essa si tradurrà soprattutto in un culto, molto più equilibrato, della filosofia e delle arti elleniche.

Questo punto delle idee di Nerone sfociò sia in manifestazioni personali molto accentuate, ma anche in decisioni politiche non di poco conto. Queste ultime, poi, ci aiuteranno ad avere più chiaro il quadro di quella separazione ideologica fra classe dirigente tradizionalista e popolo che cominciava ad avanzare anche in ambienti, come le province orientali, più difficili da “assimilare” poiché dotati di un retroterra culturale più solido.

Molto si dilungheranno i detrattori di Nerone sul suo modo, quantomeno singolare, di manifestare la sua ammirazione per la Grecia. L’imperatore arrivò, infatti, a lasciare l’Urbe ed a recarsi in Ellade per un “tour” , con l’obiettivo di partecipare come concorrente a vari giochi, fra cui quelli Olimpici, presentandosi come citaredo e poeta.

Questa sua “passione” verso queste arti greche, fu dipinta in maniera così accentuata come sintomo della sua follia dalle fonti, che la tradizione letteraria più famosa ce lo mostra proprio mentre suona la cetra durante il terribile e disastroso incendio di Roma del 64 d. C.

Ma a parte questi comportamenti che appartengono più che altro all’individualità, folle o no, dell’imperatore, egli delibera su una questione di politica estera di non secondaria importanza. In occasione, infatti, della sua visita in Grecia, egli proclama la libertà e l’immunità per tutte le città della provincia dell’Acaia.

Il popolo greco gli dona, in cambio, ampie dimostrazioni di gratitudine, fra le quali la dedica di varie statue nei templi “accanto a quelle dei nostri dei padri” per dirla con le parole di un’iscrizione che proprio questi atti di riconoscenza vuole testimoniare.

Anche questo atto di ammirazione per la Grecia viene letto come volontà di accattivarsi il favore della popolazione attraverso la demagogia.

Illuminante il fatto che la stessa “opinione pubblica” greca si spacchi, in maniera speculare a quella di Roma: il popolo ellenico continuerà a ricordare con simpatia l’imperatore, esattamente come la plebe romana gli rimarrà affezionata per via per la sua politica di elargizioni pubbliche e di organizzazione di grandi giochi ed eventi, mentre l’elite greca, nonostante il dono dell’immunità, si allineerà con quella romana nel condannare su tutti i fronti Nerone.

Eppure una sorta di sentimento “nazionale” era rimasto nell’animo di tutti i Greci, anche e forse soprattutto di quelli colti, che continueranno a parlare la loro lingua, a rammaricarsi per il loro perduto passato di indipendenza e a considerare la loro cultura la più evoluta dell’impero. E’ vero anche però che l’intellighenzia locale fa causa comune con quella di Roma, nonostante Nerone avesse voluto in parte restaurare quell’indipendenza perduta e da sempre rimpianta. Ecco, allora, che le posizioni riguardo agli imperatori diventano un fattore di appartenenza. Un greco della classe alta è ostile ad un imperatore ostile al Senato nella misura in cui ciò testimonia il proprio far parte del ceto aristocratico dell’impero ed è, quindi, una maniera di uniformarsi all’identità romana.

E’ così che l’ideale dell’imperatore giusto, con i suoi vari cambiamenti nel tempo, si diffonderà. Esso non avrà parte solo nei dibattiti dei filosofi, ma diventa un vero argomento politico, un sistema di idee in cui riconoscersi, con cui proclamare la propria posizione. Ecco perché questo ideale diverrà talmente forte da avere reale influenza sulla condotta degli imperatores, e che non rimarrà relegato nei dibattiti fra intellettuali.

Coloro i quali vorranno essere ricordati come dei degni imperatori dovranno perseguire questo ideale, al punto tale di diventare essi stessi un esempio per i loro successori e per i loro sostenitori. Il tramandare, a loro volta, la memoria di questi optimi principes farà sì che essi stessi contribuiscano ad alimentare e a far evolvere questo ideale, in un continuo scambio fra l’ambiente senatoriale propugnatore del modello perfetto di capo, e quegli imperatori che, con oculatezza, seppero adeguarvisi ed allo stesso tempo innovarlo, imprimergli nuove direzioni e fare accettare tali novità dalla tradizione.

Fra questi ovviamente non ci fu Nerone, dipinto sempre a fosche tinte anche perché, fra gli altri innumerevoli motivi, con la sua fine, si chiuderà la prima fase dell’impero, ossia quello della dinastia giulio-claudia e si chiuderà nella maniera più tragica che un Romano potesse immaginare.

A causa, infatti, di una serie di rivolte militari (sinistro presagio di quelli che saranno i cosiddetti “anni dell’anarchia militare”), la posizione di Nerone iniziò a vacillare pericolosamente fino a quando, nel 68, lo stesso Senato decise di non riconoscerlo più, delegittimandolo. Il principe, piuttosto che attendere che il proprio destino venisse deciso da qualcun altro, preferì suicidarsi. Se, secondo i pettegolezzi dei suoi detrattori, egli in punto di morte si sarebbe ricordato di ribadire la sua natura di artista, proferendo le parole: “Qualis artifex pereo!” (“Quale artista muore con me!”), forse meglio sarebbe stato se, piuttosto, si fosse ricordato di designare un eventuale successore.

I tumulti militari, la deposizione e la conseguente morte di Nerone, lasciavano infatti una situazione aperta a qualsiasi avvenimento e che inevitabilmente scatenò una sanguinosa lotta per il potere. Il sogno augusteo di una Roma mai più funestata da guerre civili ha palesemente termine, mentre l’assenza di una regolarità per la successione dimostra quali eventi distruttivi fosse capace di scatenare, e di tali eventi ne approfitteranno soprattutto i nuovi poteri per entrare decisamente sulla scena del potere politico romano. Questo anno 68 d.C. passerà, poi, indissolubilmente alla storia come l’ “annus horribilis”.

 

Articolo pubblicato già su SIGNAINFERRE

 

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