IL GATTO TRA STORIA E CULTURA   di Emanuela Cardarelli

 

 

UN PO’ DI STORIA

 

Gli antenati del gatto

Le prime creature simili al gatto di cui abbiamo notizia comparvero sulla terra circa 40 milioni di anni fa, pressappoco nello stesso periodo in cui comparvero i primi antenati del cane. Fu allora che dal gruppo comune di antenati, i miacidi, si distaccarono gli aeluroidi (antenati del gatto) e gli arctoidi (antenati del cane). I miacidi, piccoli carnivori arboricoli, avevano fatto la loro comparsa circa 20 milioni di anni orima.

Dal comune genere degli aeluroidi i gatti ebbero un’evoluzione che diede origine agli attuali tre generi: Acinonyx (il ghepardo), Panthera (i grandi felini come il leone e la tigre) e Felis, i piccoli felini come il gatto domestico e altri piccoli felini selvatici quali l’ocelot e il gattopardo.

Nel corso dell’evoluzione vi furono degli altri esperimenti che non ebbero successo. Un esempio per tutti può essere lo Smilodon, un felino dai denti a zanna  che fu un eccezionale predatore fino a circa 13.000 anni fa, quando si estinse definitivamente.

Anche i canidi dei giorni nostri quali il cane domestico, il lupo, il dingo, la volpe e simili hanno trovato la loro strada nel cammino dell’evoluzione come cacciatori, anche se hanno integrato la carne con una gamma di prodotti vegetali molto più ampia di quanto qualunque felino abbia mai preso in considerazione.

Comunque, i canidi e i felidi hanno trovato diversi modi di sviluppare la loro vita di cacciatori. E questo è di fondamentale importanza per la comprensione degli attuali cani e gatti domestici.

I canidi si sono sviluppati come cacciatori da gruppo, formando dei branchi nei quali si collabora per l’inseguimento e la cattura della preda. I felidi, in genere, si orientano verso un modello di caccia individuale, che fa ricorso alle imboscate e alla velocità per la cattura della preda.

Ci sono, naturalmente, delle eccezioni a queste regole. Alcuni canidi, come il coyote degli Stati Uniti occidentali, vanno quasi sempre a caccia da soli. Alcuni felidi, il leone ad esempio, hanno fatto la scelta di vivere in gruppo.

Lo stile di vita da branco dei canidi richiede un animale fortemente sociale che sia ben consapevole del suo ruolo subordinato nei confronti di alcuni e dominante verso altri membri del suo stesso branco. Le attività del gruppo rappresentano la base stessa dell’esistenza, assieme ad una forte esigenza di ordine.

Lo stile di vita da cacciatore individuale dei felidi si adatta ad un animale indipendente che di norma esercita il proprio dominio sugli animale più deboli, evitando quelli più forti. La sopravvivenza, per i cacciatori individuali, dipende quasi completamente dalle abilità e dalle conoscenze dei singoli individui.

 

Il gatto sacro egiziano

Il moderno gatto domestico (Felis Silvestris Catus) discende da un tipo di gatto selvatico, il Felis Lybica, tuttora esistente in Nord Africa.

Molto probabilmente fu questo il gatto che venne per la prima volta “addomesticato”, all’incirca tra i 4000 e i 3000 anni fa tra l’Egitto e la Mesopotamia. Infatti, finché gli uomini sono stati nomadi il gatto non si avvicinò a loro, ma abbandonò il suo fiero isolazionismo quando l’uomo divenne sedentario e cominciò a coltivare la terra.

In Egitto, l’intero sistema statale si fondava sulla coltura del grano. Le riserve di cereali venivano conservate in enormi granai, costantemente minacciati da un numero sempre crescente di voraci roditori.  Attirato dalla ricca disponibilità di cibo, il gatto si avvicina all’uomo e si dedica alla sorveglianza dei granai. Nacque inizialmente come una collaborazione, ma pian piano gli uomini si accorsero che questa creatura (che essi chiamavano Miù o Mau) aveva anche molte altre caratteristiche interessanti. Del resto anche il gatto si accorse che stando vicino agli uomini aveva molto da guadagnare. Così il legame si strinse e l’uomo, riconoscente, ne fece una divinità.

Oltre che per la loro abilità nel cacciare i topi, gli egizi ritenevano il gatto un animale con caratteristiche sovrannaturali anche perché era l’unico animale in grado di cacciare i serpenti (compresi quelli velenosi) e per la sua capacità di vedere anche di notte.

Il gatto venne associato alla dea dell’amore Pasht, compagna del dio sole Ra, nota  anche come Bast, Bastet o Bubasti e raffigurata come una donna con la testa di gatto. Gli vennero dedicati templi e cimiteri ed era un onore speciale poter seppellire il proprio gatto nella vasta necropoli di Bubasti, principale luogo di culto della dea-gatta. E chi faceva soffrire o uccideva un gatto poteva essere punito con la morte. Quando il gatto di casa moriva i suoi "padroni" si vestivano a lutto e si radevano le sopracciglia, come se fosse morto un familiare. Il gatto morto veniva mummificato e seppellito con tutti gli onori, come una persona.

I sacerdoti che nei templi si occupavano dei gatti erano tenuti nel massimo rispetto ed erano considerati degli eletti.

Lo storico romano Clemente Alessandrino (150-215 d.C.) trovava ridicola questa pratica e descrive la sua somma delusione quando, ammesso ad uno fra i più sacri misteri della religione egizia, si trovò poi di fronte "niente altro che" un gatto acciambellato su un cuscino di seta.

I gatti erano anche considerati curativi e addirittura si arrivava a confezionare amuleti fatti di escrementi di gatto che, a detta degli antichi egizi, avevano grandi poteri terapeutici.

Anche in Thailandia e in Sud America il gatto era ritenuto sacro: vi sono tracce della sua venerazione già nell'arte precolombiana

Il gatto alla conquista del mondo

Gli egizi erano così gelosi dei loro gatti da emanare una legge che ne vietava l’espatrio. Inoltre, durante le campagne militari uno dei compiti dei soldati era di rintracciare i gatti presenti "in territorio nemico" e riportarli immediatamente in Egitto.

I gatti però, attratti dalla presenza di cibo (pesce, ma anche topi) sulle navi mercantili, non esitarono ad imbarcarsi, raggiungendo così terre lontane come la Grecia, l'Italia del sud e anche l’Asia, dando origine alle numerose razze feline orientali che ormai ben conosciamo.

Il gatto dovrebbe essere giunto in Europa nel II millennio a. C. A Cnosso, infatti, sono stati ritrovati dei sigilli (risalenti al 1600 a. C.) recanti il ritratto di felini tigrati che sembrerebbero essere dei gatti domestici. Inoltre, la scrittura minoico-cretese Lineare A (1400 a. C. circa) presenta un simbolo che parrebbe riferirsi proprio al gatto domestico. In generale, comunque, sono molti gli esempi di arte greca in cui vengono raffigurati gatti tenuti al guinzaglio e portati a spasso.

Non si sa di preciso quando il gatto giunse in Italia. Una moneta risalente al 450 a.C.  mostra Iokastos, fondatore di Rhegion (l'attuale Reggio Calabria), che gioca con un gatto tendendogli un pezzo di tessuto. Sembra però che, in realtà, il gatto si diffuse nella penisola solo più tardi.

Nonostante non fosse più sacro, il gatto era comunque accomunato a diverse divinità, prima fra tutte Artemide e in seguito Diana Cacciatrice, vista la sua abilità di predatore notturno.

Il gatto si spinse appare anche in opere etrusche come crateri e dipinti. Nella Tomba del Triclinio a Tarquinia (470 a.C.) è possibile osservare, acquattato in attesa di un buon boccone sfuggito ai commensali, proprio un gatto soriano.

Presso gli antichi romani il gatto si trovò ad affrontare un rivale: il furetto, l'animale più popolare come predatore di topi. Il gatto però aveva qualche marcia in più. Per prima cosa, non è onnivoro come il furetto e questo significava che non avrebbe minacciato le scorte di cereali messe da parte dai padroni. Il gatto inoltre sapeva cavarsela anche andando a caccia da solo, mentre il furetto aveva bisogno di essere nutrito con cibo sottratto ai padroni. Infine, il suo stile di caccia per appostamento non creava gli stessi problemi di quello del furetto, che insegue la preda fin dentro la tana (e questo voleva dire scavare cunicoli nei pavimenti o nei tetti di paglia).

Mosaico pompeiano

 

I secoli bui e la riabilitazione

Verso il 1200 in Europa il gatto conobbe un periodo di persecuzione e crudeltà perché, per il suo carattere anarchico ed enigmatico, fu messo in relazione con misteriosi riti pagani (legati al culto norvegese della dea Freya) e associato alla stregoneria. Per 450 i gatti vennero perseguitati ed uccisi, ma tale caccia spietata alla fine si rivolse contro quelli che l’avevano messa in atto poiché i topi proliferarono a dismisura e con essi i loro parassiti. Durante il Medioevo si ebbero così diverse epidemie di peste, che sterminarono milioni di persone. Il gatto fu riabilitato solo quando si scoprì che la causa dell’epidemia risiedeva nel topo.

Si dovette però aspettare il XVIII secolo per vedere l’inizio dell’affermazione del gatto come uno degli animali domestici più amati dall’uomo.

La riabilitazione cominciò nel 1697 con la pubblicazione della favola Il gatto con gli stivali, di Charles Perrault, che mostrava il gatto sotto una luce completamente nuova: da animale “familiare” delle streghe era diventato fedele amico dell’uomo. I contadini, che lo apprezzavano come cacciatore di topi, avevano capito già da tempo la sua utilità, ma ora si rivolgeva al gatto anche l’interesse della gente istruita e dei nobili.

Alla metà del XVIII secolo Louis Pasteur dimostrò che i batteri erano la causa di molte malattie ed epidemie e introdusse la vaccinazione per combatterle. Di conseguenza, nelle case si cominciarono a seguire maggiori norma igieniche e il gatto venne rivalutato anche come esempio di scrupolosa pulizia.

La prima mostra felina tenutasi a Londra nel 1871, la fondazione di club in Inghilterra e in America sul finire del XIX secolo e l’inizio dell’allevamento sistematico, segnarono la definitiva riabilitazione dell’ex “animale delle streghe”.

Il gatto con gli stivali (disegno di Gustav Doré)

 

 

ROBA DA GATTI

 

Differenze tra gatto e altri animali

Com’è noto, il cane riproduce nella sua famiglia i meccanismi del branco in cui vivevano i suoi antenati, e i suoi simili vivono ancora oggi. Di conseguenza, vede nel suo padrone il capobranco e per questo motivo gli obbedisce e ha nei suoi confronti una forte dipendenza non solo “fisica” (cioè per quello che riguarda la sua sopravvivenza) ma anche emotiva.

Il gatto, invece, non è un animale da branco e quindi non sviluppa un rapporto di sottomissione verso l’uomo. D’altro canto, a differenza di cani, cavalli e altri animali che l’uomo ha addomesticato per i propri interessi, abbiamo visto che fu il gatto a decidere che era per lui conveniente unirsi all’uomo. Per il gatto, dunque, l’uomo è una specie di madre sostitutiva, che lo protegge e lo nutre, ma se questa figura dovesse improvvisamente venire a mancare il gatto riuscirebbe a riorganizzarsi e sopravvivere ugualmente.

Il rapporto con l’uomo, dunque, parte da termini utilitaristici, tanto che ancora oggi circola la leggenda metropolitana secondo cui il gatto si affeziona alla casa e non al padrone. E’ vero che il gatto tende a marcare il territorio intorno alla sua casa, ma ciò non toglie (come può testimoniare chiunque possieda un gatto) che si affezioni anche al suo padrone e cerchi di stabilire con lui un rapporto soddisfacente per entrambi.

Un’altra differenza tra cani (e altri animali domestici) e gatti è il modo in cui essi rispondono ai comandi.

Animali come cani, cavalli o delfini possono imparare decine e decine di comandi, ai quali rispondono con grande precisione. Il cane, ad esempio, si sforza di imparare i comandi per il solo fatto di avere la certezza di compiacere il padrone (cioè, dal suo punto di vista, il capobranco).

Per i gatti, invece, il concetto dei comandi ai quali bisogna ubbidire è quantomeno vago. Anche nei casi in cui ai gatti siano stati insegnati dei comandi, non c’è mai stato un gatto che nel cento per cento dei casi facesse ciò che ci si aspettava da lui quando riceveva un certo comando.

E’ vero che vi sono comandi e semplici parole che entrano a far parte del “vocabolario” di un gatto grazie ad una costante esposizione e/o di un sistema premiale. Si ha però l’impressione che, per i gatti, l’obbedienza ad un comando sia un fatto di capriccio. E’ molto probabile che obbediscano se il comando coincide con i loro desideri e le loro necessità. Le necessità (e dunque gli stimoli positivi) nella vita di un gatto sono il cibo, la comodità (che quasi sempre corrisponde al caldo) e il gioco o la compagnia. Gli stimoli negativi invece sono l’umidità, la scomodità (che quasi sempre corrisponde al freddo) e i rumori forti. E’ per questo motivo che tutti i tentativi di insegnare dei comandi ai gatti usando la forza o la punizione fisica sono destinati a naufragare. Con tutta probabilità, il gatto reagirà o tirando fuori le unghie o semplicemente scappando via.

Ne consegue che l’obbedienza non è in alcun modo un parametro della loro intelligenza, e anzi alcuni dei gatti considerati più “intelligenti” erano tra i meno costanti nell’obbedire ai comandi.

Lo stesso discorso vale per tutti i test sul QI animale che si sono elaborati. Gli strumenti a pulsanti o ad associazioni cromatiche che riescono a tener occupato un cane o uno scimpanzé, nel lungo periodo non farebbero che addormentare un gatto.

Comunque, anche se non siamo in grado di misurare il QI dei gatti, sappiamo che un’intelligenza felina esiste. I gatti sono animali relativamente prudenti, spesso analizzano le situazioni, valutano le alternative, e prendono le decisioni basandosi sull’equazione costi-benefici. Sono grandi solutori di problemi, veloci nello scoprire e nel mettere a punto le tecniche in grado di soddisfare le loro necessità primarie. Sono inoltre dotati di una curiosità praticamente inestinguibile per tutto ciò che li circonda, e compiono regolari esplorazioni tanto nelle zone note quanto in quelle sconosciute.  

Vieni, mio bel gatto….

Jean-Jacques Rousseau diceva: “Gli artisti, i ribelli e gli introversi preferiscono i gatti; i soldati, gli estroversi e gli autoritari preferiscono i cani”.

Effettivamente, sembra proprio che a preferire il cane siano coloro che amano l’obbedienza, la fedeltà, il gioco di squadra: nelle loro file si possono trovare militari, aspiranti uomini politici, giocatori di professione, manager ambiziosi.

Il gatto invece, è notoriamente preferito in maggioranza dalle donne, dai cultori delle arti in generale e in particolare dagli scrittori.

Sono molti, infatti, gli autori che hanno dedicato opere al gatto. Oltre a Charles Perrault e al suo Il gatto con gli stivali. ricordiamo, ad esempio, Felix Lope de Vega (che scrisse La Gattomachia, un intero poema burlesco in sette canti, per raccontare gli amori del valoroso soriano Marramachiz e della bella gatta Zapachilda), Kipling, E. T. A. Hoffman, Lewis Carroll (che fa colloquiare Alice nel paese delle meraviglie con un gatto del Cheshire).

Edgar Allan Poe nel suo racconto gotico The Black Cat, riscrive in chiave di perversione psicologica, dovuta all'alcolismo del protagonista, la storia della gratuita crudeltà umana verso i gatti e della conseguente vendetta di questo felino. Un vero e proprio monumento al gatto è Il libro dei Gatti Tuttofare di Thomas S. Eliot (“è una faccenda difficile mettere il nome ai gatti”). Ricordiamo inoltre Luis Sepulveda, con Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, romanzo ispirato dal suo gatto Zorba.

Scrittori gattofili italiani furono italo Calvino, Elsa Morante e Eduardo de Filippo, che, si racconta amasse scrivere con la gatta seduta sulla pagina sinistra del quaderno,

Fra i poeti, Charles Baudelaire ha dedicato diverse opere al gatto, come la poesia che inizia coi versi “Vieni mio bel gatto, sul mio cuore innamorato…”. Pablo Neruda ha addirittura scritto un’ode, l’Ode al gatto.

Per quello che riguarda i titoli della letteratura contemporanea, si va da Come vivere con un gatto nevrotico, di Sthephen Baker, dove si scopre che nevrotico è il padrone, a Che ha detto il gatto?, un dizionario ragionato gattese-italiano curato da Grazia Valci. C'è Il gatto che mi rubò il cuore, di Richard e Teresa Capuzzo e ci sono i Gatti con le ali di Doreen Tovey; poi, dei veri classici per i gattofili, come lo splendido Gatti molto speciali, di Doris Lessing, con la vita bella e dolente dello spaventato Rufus o la tenera favola di Antonia White, Mila e Cuor di Leone, e l'intramontabile James Herriot, Storie di gatti. Ci si può divertire con Il gatto che andò a Parigi, di Peter Gethers, o magari con le Meditazioni per gatti che hanno troppo da fare di Michael Cader.

P. A. Renoir, ritratto di M.lle Julie Manet con gatto

 

Per quello che invece riguarda l’amore delle donne per il gatto, le teorie sono innumerevoli, e ognuna trova ferventi assertori quanto appassionati denigratori.
Gli esteti, per esempio, cercano ragioni fondamentalmente "fisiche": sia gatto che donna sanno essere dolci, avere movenze aggraziate ed eleganti, ma, all'occorrenza, saper sfoderare gli artigli. A riprova di questo c’è il trucco, che le antiche egizie applicavano agli occhi (trucco che poi è stato usato dalle donne nel corso dei millenni fino a oggi): sottili linee di kajal che rendevano i loro occhi simili a quelli dei gatti.

I moralisti del medioevo accomunavano gatti e donne in senso negativo: entrambi incostanti, infedeli e assai poco affidabili (secondo loro).

Gli psicologi sostengono che le donne vedano nei gatti una proiezione dei bambini. In fondo un gatto adulto è grande più o meno quanto un neonato, emette un verso simile al vagito, ha testa e occhi grandi che fanno tenerezza, lo si può tenere in braccio e cullare, dorme molto e quando gioca è buffo e divertente.
I più moderni cultori del new age affermano che le donne vedano nel gatto un'incarnazione dei loro ideali: creature capaci di amare e di stabilire forti legami, ma allo stesso tempo forti, libere e indipendenti, che non temono di esternare i propri sentimenti e non hanno bisogno di un capo.
La scrittrice Colette diceva che donne e gatti si somigliano perché "entrambi possono essere costretti a fare solo ciò che vogliono fare".

E poi ci sono quelle che amano i gatti senza chiedersi perché....

 

Ed infine, alcune curiosità su gatti e gattofili famosi…

- La nascita del gatto. Durante il Diluvio Universale sull'Arca i topi si riproducevano a grande velocità, rischiando di consumare tutte le scorte di cibo. Non sapendo più che fare, Noé chiese aiuto al Signore. Subito il leone starnutì, e dal suo starnuto nacquero due gatti che riportarono il numero dei topi a un giusto livello.

 

- Secondo la leggenda, Maometto aveva un gatto al quale era molto affezionato, Muezza, il quale aveva il privilegio di poter dormire sulle maniche dell’abito del Profeta. Un giorno Maometto dovette allontanarsi proprio mentre Muezza riposava e, per non disturbarlo, si fece tagliare la manica del vestito. Al suo ritorno, in segno di riconoscenza Muezza si inchinò al padrone e Maometto lo accarezzò per tre volte sul dorso, donando così al gatto la capacità di atterrare sempre sulle zampe. Secondo un’altra leggenda, fu sempre un gatto a salvare Maometto dal morso di un serpente velenoso.

 

- Isaac Newton (1642-1727). Fu un grande amante dei gatti e pare sia stato proprio lui a inventare la gattaiola, la porticina basculante che permette ai gatti di entrare e uscire di casa a proprio piacimento.

 

- Ernest Hemingway (1899-1961). Boise, un gatto nero a pelo corto, fu per anni il migliore amico di Hemingway durante i suoi soggiorni a Cuba. Lo scrittore lo amava moltissimo, tanto da farlo apparire in un suo romanzo, "Isole nella corrente". Ma Hemingway amava tutti i gatti e ancora oggi nella sua casa di Key West (Florida), trasformata in museo, abitano i discendenti dei suoi mici, quasi tutti polidattili (cioè con più dita del normale).

 

- Theodore Roosevelt (1858-1919). Presidente americano dal 1901 al 1909, aveva un gatto di nome Slippers al quale era permesso di partecipare ai pranzi ufficiali della Casa Bianca.

 

- Colette (1873-1954). La celebre scrittrice francese non nascose mai il suo amore per i gatti, che in un modo o in un altro riusciva sempre a infilare nelle trame dei suoi racconti. Al suo "blu di Russia" dedicò nel 1933 un intero romanzo, "La Gatta", che ha come protagonista la gatta Saha. Resta famoso un episodio che vide protagonisti Colette e un randagio. Colette si trovava negli USA e, tornando da una festa, incontrò un gatto per strada. Subito lo avvicinò e i due si miagolarono a vicenda per una buona mezz'ora. "Finalmente - commentò lei - ho trovato qualcuno che parla francese!"

 

- Florence Nightingale (1820-1910). La famosa infermiera, oltre a curare i militari inglesi feriti in battaglia, assisteva anche circa sessanta gatti randagi.

 

-Théophile Gautier (1911-1872)  Da buon artista romantico ed esteta, Gautier era profondamente innamorato dei gatti. Alla sua numerosa colonia felina casalinga l'artista dedicò un libro, Ménagerie Intime, del 1860, pieno di pagine molto commoventi. Tra i protagonisti, ricordiamo la bianca e rossa Madame Théophile: la gatta, che lo scrittore considerava la propria "tata", era abituata a mangiare prendendo il cibo direttamente dalla forchetta dello scrittore. Aveva un suo posto fisso a tavola e spettava a lei il compito di accogliere gli ospiti del padrone. Gautier si fidava molto dei suoi gatti e accettava di stringere amicizia solo con quelle persone che risultassero simpatiche anche a loro.

 

-Cosa avevano in comune Giulio Cesare, Enrico II, Carlo XI e Napoleone? No, non erano gattofili. Al contrario, soffrivano di ailurofobia, cioè avevano paura dei gatti. Questo disturbo provoca, in persone altrimenti estremamente coraggiose, addirittura il rischio di svenire in presenza di un felino.

 

Terminiamo questo articolo con le parole di Leonardo da Vinci: “Il felino più piccolo è un capolavoro”.

Donna con gatto, di Lilla Cabot Perry

 

 

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(il testo è stato pubblicato già  sul sito Qui non è Hollywood)

 

Bibliografia:

Tutto Gatto, di Katrin Behrend e Monika Wegler, ed. CDE SpA

Tu sei ok, il tuo gatto è ok, di Marcus Schneck e Jil Caravan, ed. Calderini

 

Webgrafia:

IDAG, il sito per chi ama i gatti, http://www.idag.it/Home.php