IL GUERRIERO DI CAPESTRANO
di Marisa Uberti
Il Guerriero di
Capestrano, come oggi è conosciuto, è uno dei reperti più misteriosi che il passato ci abbia restituito.Naturalmente
il suo epiteto è una definizione fittizia, poiché nessuno sa realmente chi
raffiguri. Le ultime ricerche lo vorrebbero un capo del territorio
occupato dagli antichi Vestini, all'epoca della sua supposta realizzazione, collocata-secondo gli studi più recenti- alla
prima metà del VI sec.a.C.
Quando si entra nella sala dove è conservato, nel Museo
Archeologico Nazionale d'Abruzzo a Chieti, si rimane affascinati
dalla sua imponenza. È una statua di oltre due metri, in piedi, addobbata
soltanto da elementi 'bellici', che tra poco analizzeremo,
ma sicuramente l'oggetto che colpisce
l'attenzione è l'enorme copricapo a tesa larga piatta, del diametro di circa 65
cm, al di sopra del quale si trova un elemento ancora da decifrare, una sorta
di 'calotta'decorata da una cresta di penne oblique, fermate da alette
parallele, sottolineate da un fregio a meandro.Sorge subito una prima
considerazione: che razza di guerriero sarebbe mai andato
in battaglia con quel tipo di cappello o elmo che dir si voglia? Doveva
essere-quanto meno- 'ingombrante' per le manovre
veloci.Se fosse stato di un tessuto leggero, che
utilità avrebbe avuto durante la lotta? Se fosse stato di altro
materiale, appunto si sarebbe verificato un problema di assoluta apraticità.
Non resta che pensare che fosse indossato a solo scopo
cerimoniale? Altro dubbio è rappresentato dal volto.E' l'originale o no? Esiste
una visibile 'sproporzione 'tra il viso e il resto della testa. Inoltre quel 'solco' che contorna tutta la faccia, cosa significa?
Potrebbe essere un 'reggi-copricapo', ma c'è chi dice
che sia in realtà una maschera...
Il copricapo è
l'unico elemento della statua ad essere stato realizzato in materiale diverso
(fango carbonatico), appartenente però alla stessa formazione geologica.La
statua fu scolpita in un unico blocco (monolito) di calcare ed è al momento un 'unicum'. Il materiale lapideo è coerente con il contesto geologico che circonda l'area archeologica di
Capestrano (località in provincia de L'Aquila) e i moderni lapicidi o
scalpellini utilizzano ancora questo materiale, che viene detto 'pietra gentile
o tenera della Majella'. Vennero impiegati diversi
strumenti per lavorarlo, e per lisciarlo.E' possibile ricostruire gli angoli
tra scalpelli e pietra, la direzione dei colpi, i tratti...
Anche se pare 'in
buona salute', il Guerriero presenta varie lacune, purtroppo: fratture alle
gambe, 'riparate'con inserti metallici (perni in lega)
definiti da un'indagine quali/quantitava dai tecnici dell'ENEA. Altre 'lacune'
sono sparse un po' su tutto il 'corpo', causate da
agenti chimici e biochimici gravanti nei lunghi secoli in cui la statua stette
a contatto con il terreno che la inglobava, così dicono gli esperti.Le mancanze
sono state 'stuccate', in parte, e in altra parte sono
state 'sigillate'in occasione delle più recenti esposizioni. L'assetto
statico-dinamico e la dilatazione naturale della pietra stanno alla base del
progetto diagnostico del degrado sofferto dalla scultura, che viene monitorata tramite indagini archeometriche, analitiche
(fluorescenza, difrattometria) che hanno il vantaggio di non essere invasive
(non distruggono parti di statua).
La statua fu
rivenuta nel 1934 del signor Michele Castagna, il quale stava
trattando il proprio terreno per lavorarlo, in una località situata nei pressi
di Capestrano (da cui ha tratto il nome il reperto), e mai avrebbe
immaginato che il suo nome sarebbe rimasto per sempre legato a questo
casuale ritrovamento, che rappresenta uno dei più importanti per la storia
dell'archeologia italiana. Vennero ritrovate anche una
statua di figura femminile e altri reperti nella stessa zona. Ma ovviamente la
più eclatante resta quella del guerriero, che la gente del posto chiamava 'nu mammocce',
che in dialetto abruzzese significa il
bamboccio (di pietra), non potendo capire lì per lì il suo valore
storico, artistico ed archeologico, nonchè
antropologico.Dopo le iniziali incertezze, venne
osservato da alcuni studiosi che, comprendendone l'importanza, lo trasferirono
presso il museo delle Terme a Roma, dove venne analizzato in toto.Tra le varie
ipotesi che furono formulate, vi fu anche quella che si potesse
trattare di una donna, anche perché la statua non presenta uno sesso
distinguibile, ma appare androgino.Inoltre ha i fianchi 'larghi', la
vita stretta, e gambe che
non defineremmo certo 'virili'.
Come oggetti di ornamento indossa: un collare in bronzo, con capi aperti,
da cui pendono due pendagli rettangolari; sulle braccia ha due armille
(bracciali), verosimilmente in bronzo; un cinturone a cui è appeso un perizoma
in cuoio(mitra o mitria) e i calzari.
La panoplia ai fini
della datazione è costituita da armi i da offesa e armi da difesa: una coppia
di dischi-corazza in bronzo, lisci e privi di emblema
centrale; una spada lunga in ferro con elsa a croce sul cui fodero è fissato un
lungo coltello(pugnale). Il tutto molto ben lavorato e arricchito con
figurazioni simboliche, per quanto è possibile vedere in base
a ciò che ci è pervenuto. Un'assoluta rarità nel panorama protostorico
abruzzese è l'ascia in ferro impugnata nella mano
destra.
Sull'elsa della
spada sono scolpite due figure umane, in verticale:una
sopra all'altra mentre sull'impugnatura del pugnale sono scolpite due figure
animali, che non ci sentiamo di identificare.
Il personaggio
sembra tenere fieramente le sue belle armi.La mano destra appoggia sul petto,
in un gesto quasi carezzevole di volerle trattenere a sè (simboli del suo
potere?); la
mano sinistra è invece appoggiata alla parte superiore del 'gonnellino'che gli
scende fin sotto gli inguini, terminando posteriormente.
I piedi del 'Guerriero'sono infilati in calzari aderenti, noti in altri
esemplari rinvenuti sul territorio delle necropoli Vestine.Si noti come l'aspetto delle gambe del Guerriero sia
particolarmente 'affusolata'. Perchè?
Ma la dotazione
bellica del bellissimo e remoto personaggio non è
ancora terminata. A 'sorpresa', ai lati del suo corpo, su ciascun lato dei due 'supporti' che inquadrano la statua, sono
incise due lance (una per parte).
Il Guerriero non ci
ha lasciato con tutta la 'suspance' derivante da un rigoroso anonimato!
Credevate? Chi lo realizzò, con il benestare di chi lo commissionò molto
probabilmente, pensò di vergare -nella propria lingua, sul pilastrino destro e
verticalmente, un'iscrizione che per decenni(da quando fu ritrovato) non ebbe
una decifrazione.Si diceva fosse una lingua osco-peligna, o una di quelle
lingue locali delle popolazioni di origine indoeuropea
stanziate in Abruzzo prima dell'arrivo dei Romani. Di esse
si comincia a sapere qualcosa di più grazie allo studio sistematico delle
necropoli e degli insediamenti che in alcuni casi emergono alla luce. Attualmente l'iscrizione presente sul Guerriero di
Capestrano è attribuita ad una lingua
sud-picena che è stata interpretata come "ME BELLA IMMAGINE FECE
ANINIS PER IL RE NEVIO POMPULEDIO".
Avete visto?
Abbiamo di fronte niente meno che il ritratto di un re! Ciò spiegherebbe
perchè fu così ben curata la sua lavorazione, l'uso dei dettagli, la
posa ieratica. Ma la stessa iscrizione potrebbe indicare che lo scultore si
chiamava Aninis e che venne fatta per il re, ma non
sappiamo con certezza che essa rappresenti effettivamente il sovrano.La fece
Aninis per il re, ma è il ritratto dello re stesso o
questi volle, magari, che gli si scolpisse una statua ad altezza reale di un
Guerriero (straniero o locale?) di cui magari ammirava la forza e il coraggio o
che si era distinto per particolari prodezze,o con 'poteri' particolari(sciamano?).
Non lo sapremo forse mai, comunque ufficialmente è
oggi riconosciuto essere proprio lui, il re Nevio Pompuledio.
Sono in corso studi, da parte della Soprintendenza e di altri
organi come il C.N.R e l'E.N.E.A., per acquisire maggiori informazioni relative
al contesto in cui fu ritrovato il reperto, nonchè per fornire linee-guida per
eventuali interventi di restauro (che, viene specificato in loco, sono da
eseguirsi solo se strettamente indispensabili)e di conservazione.
Il linguaggio
figurativo con cui un popolo fu in grado di esaltare se stesso, dimostra come
le conoscenze degli antichi abitatori 'italici' siano ancora
avvolte dalle nebbie del mistero, anche se molti progressi sono stati
fatti negli ultimi decenni. Il Guerriero di Capestrano, o il re Nevio
Pompuledio è, ad oggi, l'unico esempio pervenutoci di statuaria simile, perchè
nella stessa sala sono allestiti altri reperti ,
ritrovati in contesti limitrofi, ma piuttosto diversi nella tecnica di
esecuzione, nella precisione dei tratti, nella espressione artistica.Si ritiene
che questa sia la risultante di un'evoluzione (dai menhir all'antropomorfizzazione
delle statue-stele) ma ciò non spiega perchè 'il re
Nevio' sia così diverso anche dalla sua vicina, la stele di Guardiagrele, da
cui 'fisicamente' lo separa, nella sala, solo qualche passo e, temporalmente,
forse meno di un solo secolo(stando alle datazioni ufficiali).Gli esperti hanno
proposto che tra il VII e il VI secolo a.C.,
popolazioni che abitavano l'area adriatica possano aver 'mutuato'lo stile
scultoreo /ritrattistico degli Etruschi: stessa gestualità, con le braccia
aperte portate l'una sul petto e l'altra sull'addome, indice di alto rango,
come nel caso del nostro Guerriero/re, acuito dal fatto che porti anche l'ascia
dal lungo manico.