I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE  di Enrico Galavotti

Per una filosofia della storia

(tratto dal sito dell’autore http://www.homolaicus.com)

 

I quattro cavalieri dell'Apocalisse (Giovanni - cap. 6) che cosa rappresentano ? Essi portano distruzione e rovina. Non sono presentati come liberatori d’Israele dal giogo romano, ma come flagelli dell'umanità intera. Quindi sono simboli astratti, che si succedono nel corso del processo storico a motivo della diversa tipologia di male che simboleggiano.

Una certa tradizione cristiana ha creduto di ravvisare p.es. nel cavaliere del cavallo bianco la popolazione barbarica dei Parti, grandi esperti nell'uso dell'arco e grandi nemici dei romani nel I sec. Ma questa interpretazione è riduttiva.

La vera novità nel quadro a tinte fosche dipinto dall'autore dell'Apocalisse sta piuttosto nell'aver voluto dare a questi emblemi della negatività una connotazione storica, seppure in chiave di filosofia e teologia della storia.

Nell'Antico Testamento già i profeti come Ez. 14,21 o Ger. 15,2 avevano individuato le disgrazie peggiori dell'umanità: fame, guerra, peste, bestie feroci e schiavitù.

Ma, questi mali venivano considerati equivalenti, tant'è che potevano anche colpire contemporaneamente in luoghi diversi (p.es. le bestie feroci colpivano in genere i lavoratori della terra). Non c'era una vera e propria filosofia o teologia della storia.

Quelle figure non erano evocative di processi storici, né rappresentavano delle categorie metastoriche (che nell'Apocalisse, peraltro, vengono in qualche modo standardizzate).

In Zc. 1,8-10 si nota benissimo che l'arrivo dei quattro cavalieri è simultaneo; peraltro essi hanno semplici funzioni di controllo e non di conquista stricto sensu, in quanto il dominio (in quel caso del sovrano Dario) è già consolidato.

In Lv. 26,14 ss. le sciagure non sono che maledizioni che si susseguono come minacce terribili il cui grado di severità aumenta in misura proporzionale alle forme di disobbedienza nei confronti della legge mosaica.

Non c'è filosofia della storia, ma solo ipotesi di castighi severissimi: il paternalismo autoritario e moralistico del Levitico è evidente.

Viceversa, nell'Apocalisse si ha la netta sensazione che i mali rappresentati dai quattro cavalieri siano delle realtà inevitabili, imprescindibili, in quanto la perdizione del genere umano appare senza via di scampo.

La colpa è priva di remissione e deve essere scontata in mezzo al sangue e ad una desolazione infinita.

Il cavallo bianco, in tal senso, sembra rappresentare l'uso della forza pura e semplice, senza ideologia. Il cavaliere è un campione nell'uso dell'arco. Tutti gli riconoscono la supremazia bellica. E' il trionfo dell'individualismo basato sull'abilità fisica. Potrebbe rappresentare benissimo gli imperi schiavistici.

Il cavallo rosso invece sembra rappresentare una sofisticazione dello schiavismo, forse il servaggio. Il cavaliere, infatti, ha il potere non solo di dominare con la forza delle armi, ma anche di far uccidere tra loro i sudditi che domina.

Questo significa che con la sua spada egli difende questa o quell’ideologia astratta, per un fine che resta sempre quello del potere politico.

Il terzo cavallo non sembra feroce, in apparenza, poiché il cavaliere ha in mano una bilancia con cui dà un valore alle cose: "una misura di frumento per un denaro e tre misure d'orzo per un denaro"(6,6).

Cose, queste, che, a differenza dell'olio e del vino, vengono "danneggiate" - il che porta inevitabilmente alla fame, almeno in una parte dell'umanità.

Questo forse significa che l'ideologia si è posta al servizio d’interessi meramente economici, con i quali si gestisce il potere politico.

Ma, il cavallo che fa più paura è il quarto, quello giallastro-verdastro, che rappresenta la morte, quello che domina "sulla quarta parte della terra", quello che, in virtù del numero incredibile di seguaci, è in grado di infliggere qualunque pena: spada, fame, malattie, belve feroci.

Sembra qui di vedere un riferimento alle moltitudini d’origine asiatica.

L'autore dell'Apocalisse è molto scettico sulla possibilità di liberarsi da questi flagelli e fa invocare da parte delle anime cristiane già morte la giustizia inflessibile ovvero la vendetta terribile del "Signore" santo e verace (6,10), che qui si deve presumere sia il Cristo in persona.

Forse anche quest’aspetto alquanto truce del messia redivivo può aver indotto molti padri orientali della chiesa cristiana a dubitare dell'effettiva ortodossia di questo testo, che certo in questi passi è profondamente semita: diversamente dai padri occidentali, che sin dall'inizio non hanno avuto dubbi nel riconoscerlo come testo canonico.

Tuttavia, il Signore-Cristo dice di pazientare ancora, poiché prima si deve raggiungere un numero non meglio precisato di martiri (6,11).

Il sesto sigillo, in tal senso, inaugura l'apocalisse vera e propria, perché sanziona la ribellione della natura alle forze malvagie dell'umanità.

Cioè proprio nel momento in cui sembrava essere arrivato il peggio per l'uomo, ecco che si scatenano imponenti catastrofi naturali, nei cui confronti l'uomo è del tutto impotente.

Questo incredibile cataclisma obbliga tutti gli uomini, di qualunque rango o estrazione sociale, a rifugiarsi, al pari d’uomini primitivi, presso spelonche e tra le rocce dei monti (6,15).

All'apertura del 7° sigillo non si salverà nessuno. Infatti, sarà talmente grande la paura di morire che l'odio reciproco prevarrà su tutto e gli uomini si uccideranno proprio allo scopo di poter vivere.

Le riserve di viveri saranno talmente scarse che l'unico modo di sopravvivere sarà quello di distruggersi a vicenda.

Cioè invece di trovare un modo razionale di affrontare i cataclismi naturali, gli uomini preferiranno, vittime del loro individualismo e schiavi della logica della forza, di annientarsi a vicenda.

Non solo, ma -dice l'autore dell'Apocalisse- "il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli, non si ravvidero dalle opere delle loro mani, non cessò di prestar culto ai demoni e agli idoli d'oro, d'argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; non rinunciò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie"(9,20s.).

L'autore dell'Apocalisse esclude categoricamente la possibilità di una qualche forma di vera giustizia umana sulla terra.

Gli uomini tendono inevitabilmente a farsi ingannare dalle apparenze, specie se queste sono un simulacro, una mimesi della vera giustizia.

L'Apocalisse, in tal senso, rappresenta la disperazione di una rivoluzione fallita e, nel contempo, l'ansia portata all'estremo di veder crollare l'impero romano o per cause endogene (la corruzione), o per cause esogene (pressioni barbariche), o in forza di sconvolgimenti naturali o in virtù di una speranza impossibile: il ritorno in vita del Cristo in veste gloriosa, da trionfatore, affinché gli apostoli possano dare un senso al mistero della tomba vuota.

Se l'Apocalisse è stata scritta da Giovanni, doveva appartenere agli scritti giovanili, che lo stesso Giovanni nella fase matura ha superato col quarto vangelo e con le lettere.

Probabilmente la prima redazione dell'Apocalisse è stata scritta sotto Nerone, prima della morte di Pietro e Paolo, al fine di trovare un riscatto teorico, morale, ai cristiani di origine ebraica.

La seconda redazione invece è forse stata scritta sotto il regno di Vespasiano o nei primi anni di Domiziano, o comunque dopo la catastrofe del 70. Questa versione doveva servire per riscattare i cristiani in senso lato, che non facevano più dell'ebraismo un elemento di distinzione.

 

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