La decadenza dell'eloquenza
di
Bianca Misitano
"Come e perchè nell'età imperiale l'eloquenza perde
definitivamente il suo ruolo centrale nella politica romana. Fra stravolgimenti
politici, sociali e culturali."
Il
genere della retorica nasce in Grecia come principale e importantissimo mezzo sia di diffusione di idee, ma ancor più come strumento di
persuasione. Essa è figlia di una particolare situazione politica che concede
ad ogni cittadino la possibilità di parteciparvi attivamente, permettendogli di
esprimere le proprie opinioni e motivazioni, di argomentare e di discutere. Se chiunque, quindi, aveva la possibilità di parlare davanti al
popolo riunito in assemblea, che fosse la bulè o l’ekklesìa greca o il Senato
romano, era di primaria importanza riuscire a convincere gli altri della
validità delle proprie idee e delle proprie proposte politiche. L’arte
oratoria nasce essenzialmente a questo scopo e ad esso
resterà per sempre indissolubilmente legata. Di conseguenza, dunque,
l’importanza dell’eloquenza nella vita politica non può che crescere col tempo
in maniera esponenziale, tanto che spesso il successo politico dipende quasi
esclusivamente dalla propria capacità di parlare bene e convincere i presenti.
Inevitabilmente, allora, la tecnica oratoria viene a costituire molto presto
parte integrante della formazione del giovane cittadino, fra le scuole più
rinomate, infatti, ci sono quelle dei famosi oratori e proprio questi ultimi
sono spesso gli uomini più in vista della società. Ma
se l’arte del parlare nasce in Grecia, essa trova a Roma ampio spazio e terreno
fertile su cui svilupparsi appieno. La vita politica romana in età repubblicana
si svolge principalmente nel Senato, che è composto da
due fazioni in eterna “lotta” fra loro, i populares, cioè coloro che difendono
gli interessi delle classi più basse della società, e gli optimates, che invece
perorano la causa dei ricchi aristocratici. Il loro successo o insuccesso era
essenzialmente determinato dall’abilità dei loro oratori, che più erano bravi,
più riuscivano a far conquistare alla propria fazione decisivi consensi presso
il popolo o il Senato. Un discorso pronunciato con particolare fervore poteva
inoltre ridare animo ad un esercito infiacchito, aizzare le ire dei cittadini
o, al contrario, placarle, poteva indurre i senatori a dichiarare la guerra o
sottoscrivere la pace. E’ per questo che nelle opere dei grandi storiografi
latini, come Sallustio e Livio, ampio spazio viene
dato ai discorsi pronunciati dai grandi personaggi del passato, a costo anche
di inventarseli spesso di sana pianta. Ed è per la stessa ragione che molto
successo riscuotono a Roma i trattati dedicati
unicamente alla retorica. E’ il caso, ad esempio, del De oratore di Cicerone,
il più illustre e famoso retore di tutta la storia romana. E’ lui innanzitutto a tratteggiare la figura del perfetto oratore,
che non è solo colui che padroneggia perfettamente la tecnica retorica, ma
diventa anche un modello di cittadino e di uomo, un esempio per l’intera
comunità. E’ una ripresa del tema catoniano del “vir bonus dicendi peritus”,
dove il “vir bonus” è il cittadino onesto, impegnato
politicamente, che mira al bene della patria. Cicerone svolge in modo più
approfondito il concetto, descrivendo l’oratore come un uomo colto, grazie ad
una vasta istruzione, dalla perfetta integrità morale, dedito più di ogni altra cosa alla vita politica. Più in generale, ciò
rispecchia il caratteristico prototipo di qualunque tipo di intellettuale
romano, il cui scopo più nobile è quello di dedicarsi anima e corpo a difendere
la causa della patria, esprimendo giudizi, prendendo decisioni, proponendo
soluzioni ai problemi politici. E’ proprio questo ideale
di uomo, colto, fortemente impegnato in politica e libero di esprimere i propri
pensieri, che con l’avvenire dell’età imperiale entrerà in crisi.
La
vita politica in età repubblicana è dinamica, viva, fatta di idee
contrastanti in continuo scontro fra loro. E’ un clima, quindi, in cui è facile
che nascano nuovi pensieri, nuovi modi di leggere la
realtà e persino, volendo parlare di letteratura, nuovi modi di esprimersi. E’
un mondo in cui le nuove idee non vanno ancora incontro a censura, possono sì
essere incensate o denigrate, ma non vengono comunque
mai fatte sparire dalla circolazione o condannate. Quest’ultimo modo di agire
sarà invece caratteristico dell’età imperiale. Se, infatti, tralasciamo l’età di Augusto, che fu il momento di massimo splendore per la
classicità con autori quali Virgilio, Orazio, Ovidio e Livio, grazie anche al
famoso circolo di Mecenate, il collaboratore di Augusto che offriva
“protezione” a molti intellettuali, l’età imperiale si caratterizza per la
grande invadenza del potere del princeps sull’attività intellettuale. L’
“invadenza” si trasforma spesso in aperta censura, con la messa al bando delle
opere che potevano avere caratteri “sovversivi”, e la condanna, sia all’esilio che finanche a morte dei relativi autori. Ciò perché adesso
il solo volere che conta è quello dell’imperatore e di conseguenza il ruolo
dell’intellettuale viene declassato da quello di
eminente uomo dedito alla politica, a semplice “voce” della propaganda
imperiale. Per quanto riguarda la retorica, essa forse è il “genere letterario”
che più risente di questa profonda rivoluzione della sistema
politico romano. Come detto all’inizio, la retorica è strettamente
connessa ad una situazione politica di relativa libertà e democrazia, in cui le
voci e le opinioni sono molteplici e differenti. E’ ovvio che queste
condizioni, con l’avvento del potere imperiale, non esistono più, come non esiste più, di fatto, una vita politica. L’azione di governo infatti, inizia e si conclude con la pedissequa esecuzione
dei comandi dell’imperatore. Questa nuova situazione comporta una crisi del
vecchio ideale di cittadino. Se prima infatti il
compito fondamentale di ogni “vir bonus” era quello di intervenire nella vita
politica apportando il proprio personale contributo, adesso il nuovo esempio di
uomo non è più questo tipo di cittadino, ma il semplice suddito, funzionario di
stato, che si dedica ad eseguire gli ordini dell’imperatore con straordinaria
diligenza. Tutti gli autori di questo periodo, infatti, esalteranno questo nuovo modello, da Plinio il Giovane a Tacito. Per
quest’ultimo, in particolare maniera, è inutile cercare di
andare contro il governo dell’imperatore, molto più produttivo è invece
allinearsi ai suoi voleri nel superiore e comune intento di fare il bene della
res publica. In questo clima certo la retorica non può prosperare per il
semplice fatto che non sussiste più il suo principale motivo di
esistenza: l’esposizione di idee, soprattutto politiche. Sotto il pugno
di ferro esercitato dal potere del princeps di
politica non ce n’è più e le idee latitano. Adesso l’arte oratoria è utilizzata
solo nei discorsi epidittici, ossia quei discorsi
preparati ad arte in occasione di un evento o di una festività particolare,
oppure con fini essenzialmente encomiastici per celebrare le doti
dell’imperatore di turno. Non a caso uno dei più significativi
esempi di arte oratoria che noi possediamo di quel periodo, è proprio il
Panegirico di Traiano di Plinio il Giovane. Intrappolata in questa situazione,
l’arte oratoria non può che finire presto schiava di sé
stessa, essa non è più un mezzo di espressione, ma un semplice sfoggio di
cultura. Lo scopo non è più esporre un’idea, qualunque essa sia e convincere
l’uditorio, ma ormai è solo il raggiungimento di una forma perfetta, dal
linguaggio aulico e prezioso. La parola smette di essere un mezzo, per
diventare il fine stesso dell’oratoria. Chiaro fautore di questa
idea di retorica è Frontone dalle cui opere si evince proprio la
concezione dell’oratoria come semplice e sterile esercizio di stile. La
retorica, infine, non fu certo favorita nemmeno dall’improvvisa ripresa della
lingua greca, a seguito di nuova esplosione culturale di Atene
avvenuta nel II secolo ed a causa della quale la maggior parte degli autori
latini cominciarono a scrivere in greco.
In
conclusione, la principale causa della decadenza dell’oratoria fu il passaggio
dalla repubblica romana all’impero, che eliminò gran parte delle opportunità di
nascita di idee realmente innovative e soffocò la vita
politica. Il declino dell’eloquenza rappresenta anche il declino di molti
antichi valori, che vengono inevitabilmente sostituiti
da altri più “consoni” alla nuova epoca che vede l’imperatore stagliarsi come
unico governante dell’intera romanità. La forza della parola ha ceduto al
potere.
(articolo pubblicato anche su SignaInferre)