La Fiera cittadina nel Medioevo     di Enrico Pantalone

C’era un bellissimo brano musicale sul finire degli anni ’70 dell’ottimo ricercatore musicale che risponde al nome di Angelo Branduardi dal titolo “Alla Fiera dell’Est” in cu egli descriveva a tempo di melodia medievale tutto ciò che in quel ritrovo si poteva comperare, tranne due cose: la Morte e la Fede Cristiana.
La Fiera era realmente un gigantesco mercato che di solito si svolgeva in una grande città o in un borgo conosciuto per essere un centro di smistamento commerciale ed economico ed essa non aveva nulla a che vedere con il mercato locale che si poteva trovare ovunque, per questo risultava così attraente da richiamare moltitudini di gente proveniente anche da nazioni vicine.
Come paragone esse s’avvicinavano molto alle nostre attuali Fiere Campionarie, infatti, le transazioni al minuto erano decisamente poche, le derrate alimentari o quelle relative a capi di vestiario erano trattate in stock interi, vendute al miglior offerente, ma si privilegiavano le pubbliche relazioni, si cercava di acquisire clienti più che a vendere.                             
Infatti, la maggior parte dei “venditori” o dei “propagandisti” sono professionisti, mercanti che conoscono perfettamente gli ingranaggi economici e non hanno nulla del mercante loro antenato che piazzava la sua merce al dettaglio normalmente nel suo territorio che conosceva bene e fra le cose rispettava dal punto di vista etico: guadagno si, ma con giudizio, era stato spesso povero anche lui e conosceva la fame, preferiva vendere bene a qualche signore, ma non speculava sul contadino o sull’artigiano locale.
Viceversa, alle Fiere, le categorie più povere non potevano far altro che guardare le merci pregiate o gli alimenti più strani, impossibilitati ad acquistare partite così grandi e costose.
La Fiera diventa così un centro, spesso internazionale, di scambio, una peculiarità tutta Europea, sconosciuta al di fuori d’essa, perfino lungo le meravigliose carovaniere orientali: il mercantilismo nascente (siamo intorno al XI-XII secolo) comune al nord Italia come alle Fiandre, come alla zona renana, come a quella dello Champagne o delle cittadine sul Mare del Nord esige delle regole ben precise da seguire e spesso la disputa è trattato di giurisprudenza prima che economico.
Del resto non in tutte le città pur economicamente importanti esistevano simili esposizioni grandiose, normalmente era un alto signore locale, duca, principe, conte che designava quali caratteristiche peculiari avrebbero dovuto avere gli agglomerati per poter mantenere stabilmente una fiera annuale: Milano e Venezia ne furono prive per il limitato spazio di cui disponevano entro le mura per esempio e così anche in varie località fiamminghe, per contro la campagna orientale francese ne fu colma e diventò il primo e più importante paese per questo tipo d’occasione di scambio merce.
Intendiamoci, Milano e Venezia, per restare a casa nostra, non avevano nessun grande interesse ad un mercato “universale” annuale, esse già da tempo erano indipendenti economicamente da permettersi il lusso di non considerare attrattivo un sistema che garantiva in maniera parziale ed una sola volta all’anno degli introiti, per contro, le città francesi sentivano di più questa necessità, giunta come sappiamo fino ai nostri giorni.
La fiera in genere per funzionare egregiamente doveva essere in qualche modo un crocevia tra zone che potevano fornire merci di tipo diverso provenienti da lavorazioni e culture differenti, per questo generalmente si trovavano lungo il Reno, il grande fiume che divide le regioni francesi da quelle tedesche: strategicamente perfette, esse potevano ricevere merci da ogni punto cardinale facendole ruotare a seconda delle esigenze, da nord si ricevevano panni che dovevano essere inoltrati verso l’Italia e poi verso il Levante, per contro dal sud arrivavano spezie, tela grezza e cotone oltre ovviamente alle pietre preziose mandate in terra fiamminga per essere rilavorate ed a loro volta prendevano strade ancor più verso nord, nei territori britannici ed in quelli scandinavi.
I fondachi presenti nelle città di fiera erano sempre ben forniti e quasi al limite della loro capienza, ma lo stock non diventava quasi mai obsoleto e la rotazione avveniva naturalmente grazie alla dovizia di chi era preposto al governo d’essi.
Le Fiere furono anche importanti perché permisero l’evoluzione del sistema creditizio per ovviare all’oramai esautorato pagamento in contanti, i grossi mercanti, gente pratica si rifiutava di girare con il sacchetto di fiorini d’oro e preferiva la pagare con l’antenata della nostra carta di credito, grazie alla presenza di numerose banche che si garantivano a vicenda per le transazioni.
Così di denaro ne girava poco, solo lo stretto necessario per pagare i tributi, l’imposta dovuta alla comunità cittadina, la Fiera assumeva quindi un aspetto certamente moderno che aveva un impatto pesante ma concreto sulla vita economica del territorio che l’ospitava. 
Per quanto riguardava il nostro paese, le grandi Fiere duravano come si diceva precedentemente, molto meno rispetto a quelle del Europa settentrionale e dello Champagne, mediamente si svolgevano nei termini quasi canonici di un paio di settimane ed erano praticamente monopolio delle città settentrionali, inesistenti per contro al centro-sud.
La base d’ogni grande Fiera era ovviamente lo statuto, un atto giuridico che faceva da compromesso tra l’ordinamento giuridico e quello economico-sociale estremamente importante perché evitava dispute tra città contigue: tutto veniva effettuato sotto draconiane misure di sicurezza ed amministrative, non v’era quindi possibilità d’accedere se non attraverso le strutture pubbliche che detenevano il potere.                                 
In Lombardia v’erano quelle di Milano, Bergamo, Crema, Mantova, in Piemonte quelle d’Asti, Vercelli, in Emilia e Romagna quelle di Bologna, Piacenza e Ferrara, in Alto Adige quella di Bolzano e unica nel sud, quella di Bari (ovviamente, visto l’importanza economica come porto adriatico); più famose e più lunghe quelle francesi di Saint Denis, Parigi, Nimes, Ginevra, Lione e Troyes, in Germania ad Amburgo, Lubecca e Lipsia, in Inghilterra a Londra, Cambridge, Chester: come si vede città importanti ieri come lo sono oggi dal punto di vista commerciale, evidentemente la tradizione non è certamente cosa da poco in questo tipo di transazioni e di propaganda del proprio prodotto.
Nel territorio francofono esistevano peraltro dei giudici eletti (maitre de foire) che avevano il delicato compito di controllare che i prodotti presentati (animali o derrate) seguissero l’ordine stabilito e la regolamentazione vigente che per esempio imponeva limitazioni all’esposizione per quasi tutti i prodotti tranne gli animali e spezie provenienti dall’oriente che potevano essere mostrati per tutto il periodo d’apertura della fiera, per le altre esisteva un calendario speciale.
Come si diceva poco più sopra la parte giuridica era d’estrema importanza perché essa proteggeva e forniva dei privilegi a chi s’apprestava ad esporre e vendere il proprio manufatto, dato che questi “mercanti” avevano necessariamente bisogno del permesso vidimato dal signore del luogo o dall’organizzazione amministrativa cittadina, egli una volta accettato diventava intoccabile, sotto la diretta protezione di chi gli aveva fornito il lasciapassare, e questo significava gettare un colpo di spugna anche su tutte le eventuali malefatte commesse fuori dalle Mura della città ospitante, compreso quella relativa all’usura, proibita canonicamente.
Queste grandi fiere erano il cuore pulsante dell’economia di mercato che stava avviandosi prepotentemente a sostituire quella più antica basata sul commercio al dettaglio con il passaggio diretto dal produttore al cliente nei piccoli mercati di provincia: ora le transazioni spostavano ingenti capitali, si doveva gestire dei flussi monetari di dimensioni notevoli e questo contribuì a creare i primi sodalizi, le prime società comuni per far fronte ad impegni, crediti e vendite, l’occidente era lanciato così nella sua grande avventura che lo portò nei secoli successivi a dominare sull’intero mondo, la crescita degli affari aumentava proporzionalmente in maniera abbastanza precisa tutti gli anni ed ad ogni espansione territoriale (si pensi all’est europeo da parte germanica) si guadagnava un’altra fetta di mercato.
Nemmeno le guerre lunghe e dure, scalfivano il commercio e le Fiere, che però cambiarono poi fisionomia per adeguarsi alle nuove realtà, le imprenditorie mercantili erano progressiste per natura e sperimentavano sempre nuove vie, ed è per questo che risultarono sempre vincenti e grandi protagonisti della vita sociale dei paesi occidentali.
Ora, siamo intorno alla metà del 14° secolo, grosse organizzazioni compravano e vendevano a credito, sotto la tutela di una grande banca italiana o fiamminga: s’apriva quindi una nuova epoca che vedrà la conquista dei mercati d’oltremare prima e d’oltreoceano poi.

Articolo pubblicato anche sul sito “Due Passi nel Mistero”  dell’amica Marisa Uberti

 

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