La possibilità di legiferare da parte del “populus” e la tesi di Rogerio a proposito  di Enrico Pantalone

 

I semi gettati in precedenza incominciano a dare i loro frutti e l’idea del “populus” fu importante per definire esattamente una teoria dell’ordinamento giuridico.

Sicuramente si può affermare, senza ombra di dubbio, che i glossatori erano a conoscenza del concetto di popolo come struttura organizzata ed unitaria.

A tal proposito ci viene in aiuto, ancora, un trattato della più volte citata Quaestiones de iuris subtilitatibus:

universitas, id edt populus, hoc habet officium singulis scilicet hominibus quasi membris providere. Hinc descendit hoc ut legem codat, conditam interpretetur et aperiat, quoniam lege prefinitur quod unusquisque segui vel quid debeat declinare .

In sintesi, abbiamo una compiuta definizione del sistema giuridico, sia nell’universitas (intesa come unità singola) sia come immancabile sorgente di norme, che impartiscono ai singoli soggetti dell’ordinamento il lecito e l’illecito, per ogni interpretazione della vita sociale.

Ancora dal trattato “De verbis quibusdam legalibus” possiamo leggere: “populus est collectio multorum ad iure vivendum, quae nisi iure vivat, non est populus”.

Ora si può evidentemente notare come il popolo viene evidenziato in forma chiara ed organica in quanto presenti l’ordinamento (collectio multorum), la norma (ad iure vivendum) e la condizione per arrivare all’ordinamento stesso (quae nisi iure vivet non est populus).

  Si apre il dibattito, appunto, sulle possibilità di legiferare da parte del popolo nei confronti del diritto, chiamiamolo così, istituzionalizzato.

Rogerio da glossatore perfetto chiama in causa due possibilità: che sia il popolo a creare una nuova legge andando contro una norma già stabilita dal diritto e quindi in piena consapevolezza di infrangerla, togliendola definitivamente dal novero dell’ordinamento giuridico esistente; che, invece, il popolo crei una nuova legge senza conoscere l’esistenza di una precedente ed in questo caso, quindi, non esiste intenzionalità nell’andare contro il diritto imperiale e vigente al momento.

La seconda possibilità deve mantenersi in vita perché non soggetta al “iudicium populi” come, invece, era stato il caso della prima, che anzi viene per così dire mandata in esilio.

Rogerio termina la sua allocuzione in questa maniera: “quod autem de populo dicimus, id de imperatore, cui et in quae per legem omnem suam populus contulit honorem et potestatem, dictum intelligas”.

Così all’imperatore, vengono quindi posti dei limiti come in origine li aveva solo il popolo: pertanto, si riproponeva una problematica sugli ordinamenti dei poteri che andava indottrinata.

La “Quaestiones de iuris subtilitatibus” fu redatta probabilmente dal Piacentino o dal Rogerio stesso, o in ogni modo da giuristi che, come abbiamo visto, rappresentavano la scuola che si contrapponeva al potere illimitato dell’imperatore romano-germanico (e siamo nel pieno del dodicesimo secolo!).

In tutta l’opera, come del resto abbiamo già visto, si possono trovare innumerevoli elementi di disputa e contrarietà nei confronti del potere temporale, che precisano la posizione estremamente razionale che si poteva ottenere leggendo le glosse dei secoli passati.

I problemi e le idee affioravano senza soluzione di continuità verso il centro della questione che era, ovviamente, la sovranità di diritto dell’imperatore verso le cittadinanze del settentrione italiano.

Si osserva che esiste un diritto comune al quale si deve obbedire, come più volte illustrate in precedenza: “omnes qui sub imperio Romano sunt”, ma è altresì vero che ogni cittadinanza può darsi delle leggi “motu proprio”, pur andando contro la norma imperiale.

La tesi dibattuta si anima sorprendentemente sull’atteggiamento che assume, in difesa del nostrum ius, la classe dei glossatori di Bologna favorevole all’imperatore facendo, come proprio, il diritto romano.

I contrari alla tesi imperiale, però, invocano a chiare lettere l’esistenza d’ordinamenti non soggetti al dominio temporale, come stava a dimostrare il frammento “omnes populi” di Gaio.

Quindi, il dibattito viene portato dai glossatori bolognesi sulla strada non direttamente indicante una risposta all’”omnes populi”, introducendo nel discorso il sistema di leggi barbariche a cui, essi dicono, si rifanno tutte le pretese richieste dai sostenitori degli ordinamenti particolari.

 

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