La Religione tra Grecia e Roma

di Enrico Pantalone

 

Uno degli aspetti più interessanti nel passaggio o nel connubio tra civiltà greca e romana è sicuramente quello concernente la religione, poiché entrambe le società sostanzialmente avevano impostato le loro istituzioni su una spiritualità che potremmo definire di “stato” cioè con l’umanizzazione delle divinità olimpiche, care a entrambe.
Crescendo la personalità individuale umana negli dei, era inevitabile per essi cambiare anche la loro funzione e adeguarsi disciplinatamente alla società, così i loro gaudenti spiriti spesso dovevano essere spesso repressi o comunque modificati.
Questo in parte era dovuto al prevalere delle classi inferiori che costrette al buio sociale fino all’epoca delle polis, trovavano il modo d’emergere maggiormente, fino a influire sulle decisioni generali politiche e spirituali, infatti, né la Grecia né Roma cedono alle religioni mistiche tipiche di altri popoli, esse preferirono affidarsi a religioni concrete che spiegassero convenientemente l’aldilà come una sorta di continuazione della vita terrena.
Così le divinità diventavano più moralmente corrette, non erano più indifferenti, cercavano di comprendere l’uomo e le sue ragioni, nonché le sue esigenze: in poche parole abbandonavano l’Olimpo per scendere sull’Acropoli o sul Palatino, in qualche modo dovevano legare la loro vita a quella dello spirito umano, la religione diventava così un fatto etico grazie alle nuove istituzioni sociali delle due grandi civiltà mediterranee.

Assistiamo dunque anche a una gerarchia semplificata delle divinità, in ottemperanza alle istituzioni che tra Grecia e Roma si vengono a formare in questi secoli.
La religione quindi assumeva una certa forma d’egemonia socio-culturale anche nei confronti di chi era conquistato, il culto locale “doveva” fondersi con quello del vincitore, l’unità religiosa appariva certamente più importante che quella politica considerati i vantaggi che derivavano dall’integrazione spirituale.
La Grecia e Roma, l’occidente dunque, apparivano già incamminati verso una via religiosa sicuramente più moderna rispetto a quella di altre civiltà, meno spiritualità, più pragmatismo che sostenesse l’impalcatura istituzionale proposta: così le divinità a loro volta “dovevano” sostenere la stessa politica e le stesse rivendicazioni economiche e sociali degli umani.
Si parla quindi di comunità religiosa in senso molto più ampio rispetto al passato, di una collettivizzazione razionale delle risorse spirituali che vedono una società divina con le sue “scale di potere e di proponimenti” ovunque, a Sparta, come ad Atene, come a Roma, importante nucleo per la creazione di una società umana che potesse protrarsi nel tempo, in questo senso il successivo cristianesimo trovò un terreno piuttosto fertile perché sembrava quasi tutto già “preparato” e solo da “ordinare” in maniera più sistematica.

Tratto comune a tutte le religioni delle società antiche era il culto della morte ed anche a Roma essa era temuta, ma anche rispettata in maniera sacrale.

La morte poteva colpire tanto i giovani quanto i vecchi, nella società quindi si costruiva un rapporto particolare a questo proposito nonostante la speranza di vita fosse decisamente superiore rispetto ad altre civiltà e territori, infatti la media di 50/60 anni era cosa comune e francamente molto elevata , se pensiamo che ancora intorno al 1200/1300 in Italia non s’arrivava a tale livello.
Nonostante le molteplici malattie che colpivano periodicamente l’Urbe (o forse proprio per questo), la natalità era molto superiore alla media dell’epoca ed i figli servivano a rimpiazzare coloro che morivano, il fanciullo sin dall’infanzia cresceva con innanzi a sé tutte le problematiche relative alla morte che poteva evidentemente coglierlo in qualunque momento, ma normalmente non ne aveva paura, specie se confrontiamo sempre il periodo romano con quello medievale italiano.

Il concetto di far rivivere attraverso vari aspetti il defunto era un tratto tipicamente conosciuto nelle tradizioni antiche religiose e portava con sé implicazioni spirituali notevoli.
Non avendo appunto una vita ultraterrena che noi oggi immaginiamo simile alla nostra terrena, l'espressione della morte di un membro nella famiglia presso i romani s'esplicava soprattutto con iscrizioni lapidarie accessibili a tutta le gente, in maniera che fosse sempre vivo non solo il ricordo della persona, ma anche ciò che egli aveva fatto nella vita di tutti i giorni.

Per i romani comunque la morte non era un fatto oscuro e morboso, era una parte della vita e lo vediamo proprio da ciò che essi hanno lasciato dal punto di vista artistico e monumentale: l’interpretazione del funerale era un momento di alta eticità e gli elogi scritti e letti spesso da celebri oratori ne comprovano l’importanza sociale.

La morte nelle civiltà antiche era accettata sicuramente in maniera diversa dalla persona comune, le aspettative di vita erano basse normalmente, per cui sin da piccoli s'imparava a non temere il peggio, tra malattie e carestie (non parlo solo di Roma ovviamente) riuscivano a sopravvivere solamente i più forti, per gli altri il destino era segnato: ecco quindi che la morte diventa una seconda vita in altro territorio, non spirituale, ma quasi una trasposizione reale.

Quasi tutte le civiltà mediterranee dell’età del ferro lasciavano ampio spazio al culto delle proprie origini, degli antenati, cioè in poche parole all’orgoglio d’appartenere all’etnia del proprio gruppo, questo portava a costruire monumenti e templi in cui si potesse onorare e rispettare i propri antenati.
In generale i luoghi del culto erano di natura funeraria, così da regalare all’officiante il modo di entrare “in contatto” spirituale con il proprio avo venerato, ma ovviamente non era sempre così, certo è che l’architettura e le decorazioni spesso hanno tratto in inganno lo studioso o l’archeologo moderno, dando l’impressione che l’espressione della manifestazione esteriore sia stata forse un po’ troppo costruita a posteriori.
Questo è il punto in questione, le costruzioni adibite al culto degli antenati possono essere realmente considerate dei luoghi di culto “religiosi e spirituali” oppure come delle semplici manifestazioni di orgoglio della comunità di riferimento ?
In realtà sembra tuttavia difficile rispondere ad una domanda del genere anche perché pur simili le manifestazioni di culto potevano avere scopi diversi, i romani e gli italici avevano uno spirito maggiore rispetto agli ateniesi in questo campo, mentre gli spartani assomigliavano più ai primi per il modo di concepire questi riti, però vediamo come Omero (primo fra tutti) fa discendere Odisseo nell’Ade anche con lo scopo (non secondario) di rendere omaggio ai suoi amici morti in combattimento.
Insomma, anche nel culto degli antenati di queste civiltà sembravano prevalere, nella complessità dell’argomento, motivazioni sociologiche interessanti primarie probabilmente rispetto a quelle propriamente spirituali.

La processione era una cerimonia religiosa dal tono solenne che generalmente terminava davanti ad un altare o in un luogo sacro nell’ambito cittadino, in uso sia tra i greci (soprattutto in onore di Zeus) che tra i romani, dove prendeva il nome di Pompa.
Per i greci era una forma di presentazione sacrale senz’altro pubblica e diretta sostanzialmente alla divinità ma era sicuramente meno solenne rispetto a quella dei romani che a loro volta la suddividevano come di consueto distinguendola ulteriormente da quella possibile di tipo privato.
Una manifestazione pubblica romana aveva luogo in concomitanza con un Trionfo, per una vittoria sul nemico ed era celebrata nei riti che tutti noi conosciamo abbondantemente finendo sempre con l’apparizione del comandante vittorioso fino al Campidoglio, un’altra era quella che accompagnava le immagini degli dei al Circo con grande utilizzo di fanciulli e fanciulle (purché con i genitori ancora viventi).
Tra le varie manifestazioni di tipo privato per contro, si possono segnalare quelle relative al matrimonio con grande utilizzo anche qui di fanciulli e fanciulle, una cerimonia molto gaia e sorprendentemente seguita dalla gente e per contro importante era anche quella dedicata al culto dei morti in cui venivano trasportate le immagini o i simboli dei propri antenati con l’accompagnamento del suono di flauti lungo tutto il percorso.

Nella processione dell'antica Grecia la solennità nei riti era certamente enorme, perché l'atto oltre ad essere pubblico e seguito quasi dall'intera popolazione aveva tra i magistrati cittadini i suoi principali protagonisti, essi davano le disposizioni affinché tutto avvenisse secondo i ritmi e le incombenze prestabilite dal sistema vigente, nulla era lasciato al caso, esecuzioni di bestie comprese, ahimè destinate al rituale macello propiziatorio.
Una processione del tutto particolare in Grecia era quella concernente l’Efebia, la preparazione giovanile all'età adulta che constava di numerose prove sia militari sia religiose, nelle prime si doveva restare almeno un anno in un territorio di confine insieme a veterani di guerra o comunque militari di professione per conoscere e aiutare, nelle seconde si doveva condurre una processione attraverso tutti i santuari del territorio dopo aver prestato un giuramento solenne in quello di Aglaura, nell'Acropoli.

A differenza di ciò che noi possiamo immaginare le bambole sin dai tempi remoti non erano solamente un gioco, ma assumevano anche un aspetto tipicamente religioso, tanto che in Grecia e a Roma esse erano elemento votivo, si offrivano alle dee come Afrodite o Artemide o ai Lari tutelari della famiglia prima di sposarsi in una sorta di passaggio dalla gioiosa fanciullezza ai doveri sociale che la donna andava ad assumere contraendo il matrimonio.
Il rituale legato alla sepoltura faceva sì che le bambine fossero inumate con accanto alla propria bambola preferita, rituale prima pagano poi divenuto anche cristiano e durato almeno sino al medioevo.
Molti antichi vedevano nella bambola un oggetto sacro, o meglio magico e ciò sarebbe dimostrato dai molti colori che si usavano per dipingere la figura, spesso dotata anche di arti movibili, non era quindi solamente un giocattolo, ma assumeva senza’altro un valore religioso e sociale, istruendo (specie tra greci e romani) la fanciulla ai suoi successivi importanti doveri, così fin da piccole esse potevano conoscere i rituali legati alla spiritualità famigliare riproducendo nel loro piccolo le cerimonie che poi sarebbero andate evidentemente ad officiare da adulte sposate.

La prostituzione sacra, altro aspetto da non dimenticare, era prassi abbastanza comune in tutta l’area che faceva capo al Mar Egeo e al Mediterraneo orientale e solitamente consisteva nella vendita di prestazioni sessuali da parte di chi serviva nel tempio preposto per favorire particolari avvenimenti naturali o bloccarne altri, per ragioni di fertilità famigliari oppure al solo scopo di compiacere la divinità.
Le giovani che servivano nei templi non erano ovviamente tutte sacerdotesse o preposte, ma anche semplici inservienti, esistevano dei mercati appositi dove procurarsi la “merce vergine” perché onestamente di questo si trattava, la società del tempo obbligava di fatto la donna a compiere questi atti, teniamo presente della poca libertà d’azione che essa aveva al tempo.
Al contrario, questo tipo di “filosofia sacra” non si sviluppò per nulla o quasi sul territorio italico, non v’è menzione di prostituzione nei templi, probabilmente perché la maggior libertà di cui godeva in generale la donna riuscì ad evitare questo carattere “perverso” della società religiosa, né popoli latini, né etruschi, né celti, utilizzavano questo “sistema”, uniche eccezioni le terre in cui vivevano le popolazioni d’origine greca nel sud dell’odierna Italia, ma restarono comunque di livello molto minore rispetto a quelle dei cugini dell’Egeo.

Nella Roma repubblicana delle grandi guerre puniche spesso le effettuazioni di riti religiosi, poco religiosi e molto più magico-esoterici, portavano all’eccitazione della folla popolare (specie se le notizie militari non erano buone) ed al susseguente formarsi di spontanei scontri tra i vari gruppi sociali, il che significava anche gruppi di potere che ne approfittavano per far prevalere o per esercitare pressione sulle istituzioni.
La religione romana era uno strumento delicatissimo, proprio per la mancanza di reali certezze riguardo alle divinità, ripartite spesso proprio tra questi gruppi di potere per il loro uso e consumo politico, una cosa era la manifestazione spirituale all’interno di una casa o della famiglia, per la sua tutela, una cosa era chiedere di far vincere una battaglia, nel primo caso la tradizione teneva sempre banco, nel secondo molto meno, specie se le cose non andavano bene.

Conosciamo tutti la data del 300 aC, anno in cui con la promulgazione della legge detta Ogulnia (dai tribuni plebei Ogulni) si permetteva ai plebei di fatto l’accesso alle cariche religiose più importanti, quelle degli auguri e dei pontefici, chiudendo un cerchio iniziato numerosi decenni prima con l’inserimento nell’ambito sacerdotale di alcuni elementi provenienti dalle loro file (cinque per l’esattezza su dieci) che comunque dovevano sempre riportare al pontefice preposto. 
L’apertura più politica che religiosa senz’altro era dovuta alle mutate esigenze socio-culturali inarrestabili con l’accrescimento della potenza romana e quindi l’evento fu veramente importante per la gente comune: accedere ad alte cariche significava avere maggiore considerazione nell’eterna lotta contro il patriziato, perché ora gli eletti dei primi potevano decidere autonomamente un’impostazione rituale senza dover sottostare all’influenza o alla benevolenza di sacerdote dei secondi.

Cicerone tra l’altro si cimentò anche nel cercare di definire la religione come attività spirituale in un momento certamente di crisi dovuta ai fatti politici che si susseguivano incessantemente a Roma.
Prima di tutto egli cambio l’etimologia della parola che fino ad allora aveva più o meno il senso d’obbligazione (verso le divinità) con una più consona al pratico spirito romano come “relegere”, il che permetteva di fare una distinzione netta tra superstizione e religione in senso proprio.

La chiave per lui quindi era la rilettura del rito spirituale, senza richiesta di beneficio per i propri cari, ma al solo fine di praticare il culto divino come atto d’omaggio alla divinità.
Cicerone era contro ogni aberrazione religiosa e la superstizione per lui senz’altro da combattere, il punto di studio è se egli intendesse aberrazione ogni atto contrario al culto che noi potremmo definire “ufficiale” oppure solo nei confronti di riti particolarmente strani o derivati da quelli orientali, in pratica egli stesso non sembra dare una risposta a ciò propone.

La religione assumeva anche aspetti interessanti nel teatro tardo antico romano e altomedievale per la commistione decisa e drammatica d’aspetto pagano e cristiano

insieme, legati entrambi all’origine del rito con cui s’eseguivano le opere in pubblico ed il paradosso sembra essere l’assidua, a tratti asfissiante, presenza didattica della chiesa nonostante le apologie su quest’arte fatta da diversi autori, Tertulliano in testa e da altrettanti “padri spirituali” come Agostino e Gerolamo.
In verità forse è proprio questo il segreto del successo del teatro di questo periodo, la violenta drammatizzazione delle opere portate in pubblico serviva da un lato alla chiesa per ammonire i gaudenti e dall’altro per armonizzare i testi che diventano in qualche modo liturgici elaborandone in gran parte dalla tradizione popolare certamente di stampo “pagano”.
Insomma dalla commedia e dalla tragedia il teatro si evolveva verso la rappresentazione moderna per mezzo (o merito secondo i casi) della chiesa, ciò è paradossale se pensiamo che ancora durante il Concilio di Cartagine nel 419 la rappresentazione teatrale domenicale stessa venne condannata duramente tanto d’arrivare alla scomunica di qualunque adepto che v’avesse partecipato.

La religione in Grecia e a Roma fu certamente innovativa andando a soppiantare quella statica a base esoterica e mistica ancora presente in diverse parti del vecchio ecumene fissata su parametri che non poteva certo rappresentare bene le istanze sociali e culturali della civiltà ellenico-latina che si stava costruendo con fondamenta così stabili che permise la costruzione della civiltà occidentale moderna di cui gli elementi spirituali e religiosi sono parte indubbiamente importante.

 

 

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