La Svizzera e l'Italia
post-unitaria di Enrico Pantalone
Dall'unità
dell'Italia ad oggi i rapporti italo-svizzeri sono sempre stati complessi,
spesso al limite dello scontro nel periodo che va dal 1870 al 1920, ne
testimonia il fatto che entrambe le nazioni hanno costruito, sempre nello
stesso periodo più o meno segretamente, lungo tutto la lunghezza del rispettivo
confine alpino postazioni militari in alta montagna (che noi italiani chiamiamo
Vallo Alpino) con il compito di sovrintendere alla sicurezza dei passaggi delle
truppe interne e tecnicamente a bloccare eventuali invasioni.
Jean-Jacques Langendorf, noto storico svizzero, la scorsa
estate presentò a Milano i suoi studi sull'argomento, molto interessanti, da
cui ne usciva un quadro certamente intrigante riguardo ai rapporti tra le due
nazioni confinanti, confermati poi anche da Sergio Romano nello stesso meeting.
Per esempio si è saputo che lo Stato Maggiore Italiano
durante la prima guerra mondiale fu costretto a tenere numerose divisioni nel territorio
circostante il confine con il Ticino perché si paventava un'invasione
preventiva dell'Esercito Svizzero diretto alla conquista di Milano, dovuta
all'idea errata (imperante nelle menti dei generali italiani) che lo Stato
Maggiore Svizzero fosse allineato con quello Austriaco, quando invece la libera
lettura successiva degli scambi epistolari tra le varie nazioni in conflitto, faceva
chiaramente intendere il contrario: cioè che l'appoggio elvetico (pur nella
neutralità) fosse indirizzato verso la Francia ed i suoi alleati.
Il
primo grosso problema militare si verificò immediatamente dopo l’entrata nella
Triplice Alleanza dell’Italia datato 1882, fattore che portò la Svizzera ad
avvicinarsi alla Francia, quasi in sfregio agli accordi sulla neutralità derivanti
dall’oramai vetusto Congresso di Vienna del 1815.
In
realtà la Svizzera non aveva nessuna intenzione di permettere ai francesi di
transitare nel Cantone di Ginevra per unirsi alle sue truppe e poi scatenare un
attacco sul versante italiano, ma la Francia premeva indubbiamente molto
incisivamente sul governo di Berna e gli svizzeri si sentivano circondati ad
ovest, a nord, a sud ed a est.
Sospettavano
poi che l’Italia avesse preparato un piano d’invasione da sud per la conquista
dei passi e delle vie di comunicazioni dirette in Germania ed Austria, in
pratica la conquista del Canton Ticino e del Canton Grigioni con i due passi
del San Gottardo e del San Bernardino, cosa peraltro decisamente difficile
visto la conformazione del territorio che lambiva i confini e che avrebbe
impantanato un inefficiente esercito italiano post-unitario.
Così,
con il sostegno francese ad occidente (se pur fuori dai confini) gli svizzeri
presero a costruire a partire dal 1890 una serie incredibile di fortificazioni
alpine, ancora oggi ben conservate e visitabili, poste lungo tutto il confine
meridionale con l’Italia dal Vallese ai Grigioni.
Il
San Gottardo ed il traforo connesso alla sua ferrovia furono praticamente
militarizzati con ben tre linee di difesa, praticamente inespugnabile se non a
prezzo di sacrifici umani fuori da qualsiasi logica.
Guardiamo un attimo
il Cantone più vicino a noi culturalmente e linguisticamente per comprendere
meglio le fasi che avvicinarono i due paesi al primo conflitto mondiale.
Non dobbiamo
dimenticare che negli ultimi 25 anni del diciannovesimo secolo il Ticino ed in
genere le terre di lingua italiana della Confederazione (Grigioni fino al San
Bernardino) furono pervase da fermenti rivoluzionari e sociali molto intensi
dovuti alla lotta intestina tra radicali (liberali) e moderati (conservatori)
sfociati nella tremenda ribellione del 1890 con la presa di potere violenta da
parte radicale ed il conseguente intervento delle truppe federali di Berna per ridare
pace e tranquillità al cantone e ristabilire l’ordine avviando fasi di riforme
socio-politiche ed un governo unitario dello stesso.
La doppia politica
di confine nei confronti dell’Italia poteva anche essere intesa inizialmente
come una conseguenza diretta di queste vicende interne, si sapeva che i
conservatori ticinesi parteggiavano per una politica filo-austriaca (perciò
anche filo-italiana) mentre i liberali per una politica filo-francese e
sostanzialmente quest’ultimi avendo più voti governarono (d’accordo anche con i
socialisti, partito emergente in quel periodo) di fatto gli eventi fino alla
fine della guerra mondiale con un occhio di riguardo ovviamente verso l’Intesa
nel momento cruciale del conflitto pur nella neutralità ribadita fermamente.
Dato
che questo territorio di lingua italiana sembrava destinato a possibili scenari
di combattimenti dopo l'entrata dell'Italia nella Triplice Alleanza, la stessa
capitale federale Berna sollecitò l'ammordenamento delle strutture fisse
difensive ferme sostanzialmente al campo trincerato di Bellinzona, costruito
antecedentemente all'unità d'Italia, il quale era dotato, però di cannoni
obsoleti, visto l'evoluzione decisa che la stessa arma subì negli ultimi
decenni del secolo XIX.
Un'altra via su cui si lavorò molto era quella del San
Gottardo, l'apertura dell'omonima galleria imponeva uno sforzo suppletivo per
evitare che potesse cadere in mano italiana nel caso di un'invasione: lo stesso
Stato Maggiore Italiano prevedeva nell'ultimo decennio del secolo XIX un piano
d'attacco per la presa di questo importantissimo snodo ferroviario oltre al
Sempione che avrebbe permesso di riunire velocemente le nostre armate a quelle
germaniche.
L'ingegneria militare elvetica lavorò quindi proprio per
impedire ogni possibilità d'accesso alla Svizzera Interna, Airolo divenne la
città simbolo della difesa ad oltranza di questa orgogliosa nazione ed insieme
a nuove fortificazioni con armi modernissime si pensò d'utilizzare una
gigantesco cancello o sbarramento in acciaio che chiudesse l'accesso alla
galleria: il Ticino si sarebbe così sacrificato per l'intera Confederazione
rimanendo praticamente isolato e nella mani dell'esercito italiano invasore, ma
salvando il resto della nazione.
Con
la fine della Prima Guerra Mondiale il Vallo Alpino e tutte le difese fisse sia
italiane che svizzere divennero obsolete ovviamente, ma ancora oggi sono
ammirabili e soprattutto visitabili, luoghi di grande interesse, di cultura,
pieni di valori legati alla tradizione e meta d’appassionati di trekking e di
mountain bike: un modo per unire ancora di più i due popoli confinanti,