L’avventuriero nel medioevo   di Enrico Pantalone

 

L’avventuriero era una figura molto comune durante quasi tutto il medioevo nell’intero territorio dell’ex-Impero Romano e zone limitrofe mediterranee, che diede origine alla fioritura successiva di rappresentazioni simboliche d’uomini lugubri, senza scrupoli, privi d'ogni dignità morale ed etica: detto in parole povere, presentati come degli esseri incapaci di vivere nella normale quotidianità.
La realtà fu diversa perché spesso si trattava di persone che non potendo più mantenersi attraverso il normale lavoro, si trovavano nelle condizioni di dover sopperire attraverso canali diversi.

Successivamente, nel basso medioevo, questi individui trovarono una “pace sociale”nella configurazione del soldato di ventura o del comandante di queste truppe, in qualche maniera riuscendo a nobilitare la propria azione.
La sociologia è di grande aiuto nello studiare la personalità di questi uomini, a loro modo portatori di “giustizia” o d’una certa etica nel combattimento, perché ovviamente il menar tenzone era lo scopo principale della gente che intraprendeva la carriera d’avventuriero.
Iniziamo a scorrere mediante la nostra macchina del tempo, il formarsi attraverso i secoli della figura e della personalità di questa gente e possiamo senz’altro datare il loro inizio o la loro prima grossa diffusione nel territorio intorno al VI secolo AD, cioè al tempo di Giustiniano e della conquista dei Goti prima e dei longobardi, in special modo nelle province imperiali.

Proprio nell’alto medioevo uno dei casi tipici, ad esempio, era quello di una numerosa famiglia contadina o della piccola proprietà terriera nella quale l'ultimo (o gli ultimi) figlio maschio, non potendo normalmente contare sul lavoro dei propri campi, già ampiamente in mano ai fratelli maggiori, doveva lasciare la casa natia ed il borgo natio alla ricerca di soluzioni diverse.
Passava così molto spesso dalla richiesta d'elemosina presso le chiese ed i conventi all'ingrossamento delle file dei mercenari od a prestare manodopera presso altri contadini per la vendemmia e per la mietitura, cosa che l’indispettiva, lo faceva sentire una specie di rifiuto e provocava in lui la reazione facilmente prevedibile.
Si trattava quindi d’espedienti per vivere alla giornata, che ovviamente influivano sul carattere e ne determinavano le scelte spesso negative.
Sicuramente influiva anche il fatto concernente il territorio ove aveva origine la famiglia, con ogni probabilità dalle parti bizantine esistevano minori possibilità che si creassero figure del genere perché la ricchezza generale era maggiore che in occidente e perché si tendeva ad assorbire queste figure all’interno dell’esercito, che in buona parte recuperava i reprobi grazie anche alla severa disciplina ed alle spedizioni nelle zone di confine dove essi avevano modo di sfogare i propri istinti negli scontri continui che impegnavano le pattuglie.

Gli avventurieri segnarono un'epoca e non tenerne conto sarebbe oggi cosa assai grave.
In genere poi, la guerra produceva un aggravamento della situazione contingente ed un dissesto economico pesante.
Così, mentre un viaggiatore o un mercante regolarmente munito di lasciapassare o salvacondotto poteva marcare speranza di non avere problemi, chi n’era sprovvisto (e se non lo possedesse di suo, indubbiamente lo trovava difficilmente) era quasi obbligato a seguire vie diverse.
Non dobbiamo dimenticare poi le rappresaglie, tipiche di quel mondo oppure le misure di ritorsione limitativa che portavano la gente meno fortunata ad assumere posizioni d'eguale natura.

Ad ogni modo l’avventuriero che noi conosciamo meglio, è sicuramente quello “nostrano”, quell’occidentale, sviluppatosi di pari passo con la creazione del Sacro Romano Impero e con le conquiste normanne: sicuramente una creazione franco-tedesca, nazione trainante della politica europea nel periodo, tipica d’una certa mentalità basata sul vassallaggio e sulla religione che c’entra però fino ad un certo punto.

Prendiamo per esempio la religiosissima Spagna impegnata nella riconquista della penisola iberica con dispensa Papale, che dava modo d’evitare così l’impegno gravoso della Crociata (non a caso gli iberici non parteciparono mai ufficialmente ad una di esse): un solo personaggio è realmente riconducibile ad una sorta di personificazione d’avventuriero, Ruggero di Flor e la sua famigerata compagnia catalana che mise a ferro e fuoco la Grecia e Bisanzio per lungo tempo: ma fu un caso abbastanza isolato.

Per converso assurge ad altro livello la figura del Cid, sorta di primogenitura dell’Hidalgo con la sua concezione tragica della vita, la sua forza morale ed etica, aristocratica e stoica allo stesso momento.
I normanni particolarmente caratterizzarono invece la nostra raffigurazione “contemporanea” dell’avventuriero ereditando di fatto dai franchi una certa dose di spregiudicatezza ed indubbiamente anche di capacità militare personale notevole, dote indispensabile per avventurarsi in imprese certo non facili.

Consideriamo che l’undicesimo secolo in Francia fu un tempo di grandi carestie, epidemie sul territorio molto violente e portatrici di morte, siccità estrema che oltre ad espandere in larga misura l’epidemia stessa che privava molti uomini del minimo necessario per vivere: ecco quindi che l’avventura diventa uno scopo primario per molti, una necessità in terra transalpina; l’epopea dei trovatori è ben nota, credo, a tutti.

La pre-crociata di Pietro l’Eremita divenne quasi un’apoteosi della leggenda relativa agli avventurieri, migliaia di persone attraversarono l’Europa orientale per riversarsi sul Corno d’Oro; tra loro, nobili decaduti, cialtroni religiosi e predicatori mai autorizzati dal Papato tra cui Benedetto Senz’Averi, il cui nome indica senza ombra di dubbio il carattere dei personaggi che parteciparono alla fiera, perché d’Impresa Militare proprio non si può parlare. Quello che fecero al loro passaggio fu quanto di peggio ci si potesse aspettare da un essere umano, ma ciò che interessa a noi, non è il loro modo d’agire, bensì perché agirono in questo modo.

Essi portavano il peso di tutti i loro predecessori dediti a quest’attività, non avevano certamente il loro spirito d’intraprendenza e nemmeno quel senso di coraggio e virtù che spesso nel passato aveva caratterizzato anche azioni piuttosto “violente”.

Nella prima vera Crociata, a fianco di nobili realmente animati da spirito religioso e cavalleresco nonché ottimi militari come Goffredo di Buglione, Baldovino di Fiandra o Raimondo di Tolosa, vi furono degli aristocratici normanni scontenti del loro piccolo “podere casalingo” come Ugo, conte di Vermandois, Roberto l’Irascibile e Beomondo di Taranto andati in Terrasanta solo per curare i propri interessi personali e se possibile ampliarli a dismisura.

Non è certo nostra intenzione parlare delle Crociate, indubbiamente l’avventuriero un po’ naif dei secoli precedenti, un po’ eroe, un po’ cialtrone, anche simpatico, da questo momento non esiste più, ora anch’egli è diventato un pragmatico organizzatore di ruberie e conquiste basate sulla slealtà e sulla non curanza delle principali regole etiche: una macchina perfetta da profitto. 
Poi le leggende, un certo tipo di storia contemporanea, spesso romanzata oltre misura, hanno accentuato certi caratteri del personaggio che indubbiamente vanno tutti a suo discapito: a noi forse piace immaginare sempre l’avventuriero “anarchico” (avulso dai giochi di potere) e solitario che aiuta la povera gente, combatte per la Chiesa e si scontra con i potenti che depreda dai loro averi…..purtroppo così storicamente non è mai stato.

 

L’articolo è pubblicato anche nel sito dell’amica Marisa Uberti, www.duepassinelmistero.com

 

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