L'OINOCHOE DI TRAGLIATELLA E
IL “MUNDUS” ETRUSCO-ROMANO: CHIAVI ESOTERICHE DEL MISTERO DEI LABIRINTI
MEDIEVALI ?
di Ignazio Burgio
(tratto dal sito dell’Autore www.cataniacultura.com)
Uno
dei più famosi è certamente quello leggendario dell'isola di Creta, prigione
del mostruoso e antropofago Minotauro, dalla figura umana ma con la testa di
toro, ucciso dall'ateniese Teseo. Ma quello del labirinto è un'idea molto
antica e diffusa, come claustrofobico simbolo di luogo chiuso, costituito da
grotte, mura o vegetazione, in cui è facile smarrire la via d'uscita. Anche le
sue raffigurazioni presenti in tutto il mondo, persino in America, Africa e
Asia sono spesso molto antiche, risalgono anche alla preistoria, sotto forma di
graffiti rupestri come nella “Domus de Jana” di Luzzanas in Sardegna, o di
tracciati di pietre in stile megalitico come a St. Agnes nelle Isole Scilly.
In età medievale numerose chiese e cattedrali europee si dotarono di
rappresentazioni di labirinti, per lo più sul pavimento della navata centrale.
Al pari dei labirinti antichi anche quelli medievali tuttavia presentano ancora
molti aspetti enigmatici, e sono tutt'ora oggetto di contrastanti
interpretazioni.
Qui di seguito si cercherà di dimostrare che questo simbolo nelle sue versioni
medievali è riconducibile alla cerimonia di fondazione delle città
etrusco-romane – strettamente collegata ai punti cardinali ed ai solstizi –
forse acquisita e cristianizzata nel medioevo dai monaci cistercensi, infaticabili
fondatori e costruttori di abbazie, castelli, chiese e cattedrali.
L'otto e il dodici. La caratteristica più curiosa dei labirinti antichi
è costituita dal fatto che la maggior parte di queste rappresentazioni arcaiche
hanno caratteristiche molto simili tra loro, anche se distanti nel tempo e
nello spazio geografico. Sia i labirinti presenti nel Mediterraneo, come quelli
scandinavi, indiani, e persino quelli ritrovati in America sono costituiti per
lo più da otto linee concentriche formanti un unico corridoio (unicursale) che
si ripiega sette volte, con un ingresso/uscita alla base ed un “punto cieco” al
centro del disegno, dal quale è necessario rifare all'inverso tutta la strada
per recuperare l'uscita. Raramente invece di otto sono costituite da dodici
linee, come il tracciato esistente nell'Isola di Gotland in Svezia, o nel
graffito di Sibbo in Finlandia. Può variare anche la forma delle linee,
generalmente circolari, ma a volte anche rette, come nel Palazzo miceneo di
Nestore a Pilo, nelle monete cretesi del periodo ellenistico, o in un graffito
ritrovato a Pompei; ma anche in un frammento di roccia proveniente da Oraibi in
Arizona! Da una parte all'altra dell'Atlantico può cambiare la forma delle
linee, ma non il numero di esse (sempre otto) e la stessa stilizzazione quasi
“ad albero”.
Alcuni hanno visto in questo simbolo la rappresentazione del cervello umano “in
sezione”, rifacendosi anche al lontano cannibalismo rituale praticato nella
preistoria un po' dappertutto nel mondo. I ricercatori accademici – tra cui gli
iconologi, gli studiosi del significato dei simboli – sono invece convinti che
il significato del labirinto sia collegato ad antichi culti della fertilità
agricola. Ma il ricorrente numero otto (o più raramente dodici) delle linee fa
in realtà sospettare la loro connessione con l'astronomia antica: in un
precedente articolo (Gli otto angoli del cielo. Origine, significato e
storia degli enigmatici simboli artistici e architettonici ad otto elementi)
si è già fatto notare come molti simbolismi arcaici (specie architettonici)
siano da ricondurre al preciso orientamento con le otto direzioni astronomiche
stagionali, ovvero i quattro punti cardinali, più le direzioni intermedie che
si riferiscono all'alba e al tramonto nei giorni dei solstizi.
In età medievale numerose chiese e cattedrali europee si dotarono di
rappresentazioni di labirinti, per lo più sul pavimento della navata centrale.
Anche qui alcuni (come quello di San Vitale a Ravenna) sono costituiti da otto
linee a spirali concentriche. Altri invece da dodici. Uno dei più famosi di
questo tipo è quello della Cattedrale di Chartres in Francia: perfettamente
circolare, presenta dodici linee nere concentriche (compresi la corona raggiata
esterna e il contorno della rosa centrale a sei petali), e dodici corridoi
bianchi (compresa la medesima rosa interna) realizzati con 365 pietre di colore
chiaro.
Altri labirinti del medesimo tipo di Chartres sono presenti anche in alcune
chiese italiane. Sulla facciata esterna della Cattedrale di Lucca, una lastra
di marmo (che forse in origine aveva una collocazione diversa, non escluso il
pavimento della chiesa medesima) ne reca inciso uno di piccole dimensioni (50
cm. di raggio), mentre a Pavia sul pavimento della Basilica di San Michele
Maggiore è visibile parte di un mosaico raffigurante un labirinto corredato
dalle personificazioni dei dodici mesi, e dal Re Anno seduto in trono. Nel 1580
durante dei lavori di ristrutturazione l'altare della chiesa venne rimosso
dalla sua sede e spostato in avanti, finendo in tal modo per ricoprire gran
parte del labirinto. Ricostruito virtualmente in anni recenti sulla base della
parte visibile, appare chiaramente che la sua tipologia è identica a quella dei
labirinti di Chartres, Lucca e di altri (come quello della Chiesa di San Pietro
a Pontremoli in Toscana).
Altra caratteristica comune dei labirinti di Chartres, Lucca, Pavia, ecc. è il
loro riferimento alla leggenda di Teseo e del Minotauro. Al centro del
labirinto della cattedrale francese fino alla fine del '700 vi era un
medaglione in bronzo raffigurante Teseo che uccide il mostro cretese. Poi in
età napoleonica venne rimosso per utilizzarlo come materiale di fusione per i
cannoni. Sul mosaico della Basilica di Pavia è riprodotto un Minotauro i cui
elementi chimerici sono invertiti: la testa è umana ed il corpo invece taurino,
quasi come un centauro. Infine accanto al labirinto della Cattedrale di Lucca
vi è una iscrizione in latino che fa riferimento a Teseo e al filo di Arianna: “Hic
quem creticus edit Dedalus est laberinthus de quo nullus vadere quivit qui fuit
intus ni Theseus gratis Ariadne stamine vintus” (Questo è il labirinto
costruito dal cretese Dedalo dal quale nessuno che vi entrò potè uscire tranne
Teseo grazie al filo d'Arianna). Per un buon numero di studiosi dunque, anche
in età medievale il frequente accostamento figurativo tra i labirinti e la
leggenda di Cnosso non sarebbe altro che un'allegoria della Resurrezione, dove
il Minotauro sarebbe il simbolo del Male, e la figura di Teseo, il Cristo che
trionfa. In realtà la simbologia del labirinto è più complessa di quanto possa
sembrare.
Qui di seguito si cercherà di dimostrare che questo simbolo nelle sue versioni
medievali è riconducibile alla cerimonia di fondazione delle città
etrusco-romane – strettamente collegata ai punti cardinali ed ai solstizi –
forse acquisita e cristianizzata nel medioevo dai monaci cistercensi,
infaticabili fondatori e costruttori di abbazie, castelli, chiese e cattedrali.
Un'anfora misteriosa, una danza misteriosa. Una delle più curiose
raffigurazioni del simbolo del labirinto è quella presente in una brocca per il
vino nota come “Oinochoe di Tragliatella”, rinvenuta nel 1878 in una tomba
etrusca nei pressi dell'antica Cere, l'odierna Cerveteri, e attualmente esposta
nel Palazzo dei Conservatori a Roma.
Essa presenta parecchie figure di uomini, donne e animali. Alcune di queste
sono misteriose e incomprensibili, come la scimmia (o presunta tale) in sella
dietro ad un uomo a cavallo. Altre sono piuttosto ambigue, al pari delle poche
iscrizioni (in lingua etrusca) che hanno diviso gli studiosi. Ad esempio vi è
rappresentata una figura femminile che riceve, o forse porge, un oggetto
sferico da (o a) un uomo rivestito solo di un perizoma: si tratta della
preferenza data da Paride ad Afrodite nella famosa gara di bellezza con la
mela, genesi di tutta l'epica troiana, secondo l'interpretazione di una parte
dei ricercatori ? Oppure (secondo altri studiosi) di Arianna che consegna il
gomitolo di lana a Teseo prima del suo ingresso nel labirinto cretese ?
Ma il fregio figurativo che ha catturato maggiormente l'interesse degli
studiosi è costituito da un gruppo di sette fanti che si muovono a passo di
danza e di due cavalieri (uno dei quali ha appunto la scimmia seduta dietro)
che escono appunto da un labirinto. Quest'ultimo è di tipo cretese, identico a
quelli presenti nelle monete di Cnosso e di tante altre parti del mondo come si
è visto sopra, presenta otto linee a spirale e sette corridoi su uno dei quali
è scritta da destra a sinistra la parola “Truia”. Gli studiosi ritengono
che si tratti della testimonianza più antica della cerimonia detta del Troiae
lusus (ludo troiano) descritta anche da Virgilio nel V libro dell'Eneide,
in occasione delle onoranze funebri in onore del padre di Enea, Anchise (cfr.
Maria Rita Albanesi, Il fregio dell'Oinochoe di Tragliatella, in: www.atopon.it).
Sulla base di figure come queste, ed anche a motivo del fatto che l'anfora di
Tragliatella sia stata ritrovata in una necropoli, ci si è fatta l'idea che
tutte le raffigurazioni in essa contenute siano strettamente correlate ai culti
funerari etruschi, e alle credenze di morte e rinascita in stretta analogia con
i riti agrari e astronomico-stagionali. Anche la figura del labirinto sarebbe
dunque un'immagine dell'oltretomba e del mondo degli inferi (come ad es. la
figura del labirinto ritrovato a Cuma, all'imbocco dell'”ingresso della'Ade”),
e la parola Truia inscritta al suo interno sarebbe strettamente
collegata con il Troiae Lusus.
Originario dell'Etruria questo era un rito eseguito da uomini a cavallo e a cui
potevano partecipare soltanto gli “iniziati”. Le occasioni in cui si svolgeva
erano non solo riti funebri ma anche fondazioni di nuove città. In quest'ultimo
caso, la finalità, secondo l'interpretazione tradizionale era l'auspicio che le
mura sorte sul solco tracciato dall'aratro rimanessero inviolate, proprio come
quelle imprendibili della Troia omerica, rappresentate appunto sotto forma di
labirinto.
In realtà è molto probabile che il Troiae lusus fosse almeno in origine
un rito tipicamente funebre. Se lo si praticava anche in occasione della
complessa cerimonia di fondazione di una nuova città era perchè nel corso di
essa – come si vedrà tra breve – veniva coinvolto anche il mondo degli Inferi,
e le anime dei trapassati. Ma non solo, anche le divinità celesti, gli
orientamenti astronomici ed il ciclo annuale del sole – secondo le simboliche
credenze di morte e rinascita astronomico-naturale – si ritrovavano in questo
rito come armonicamente mescolati in una potente sintesi rappresentata
dall'importante elemento (labirintico) al centro di ogni città etrusca e
romana: il mundus-umbilicus.
I gemelli romani ed i sacerdoti etruschi. Nel corso delle cerimonie
etrusche per la fondazione di una nuova città, seguite poi anche dai Romani,
veniva data una fondamentale importanza all'orientamento con i punti cardinali
ed i punti intermedi corrispondenti all'alba e al tramonto del sole nei
solstizi.
Tutta la cerimonia è stata studiata ed in maniera molto verosimile ricostruita
nei dettagli dagli archeologi sulla base oltre che delle fonti (per es. Ennio,
Livio, ecc. nel caso della fondazione di Roma) anche dei reperti ritrovati in
antichi siti etruschi, come Marzabotto, Misanello e Meggiaro-Este, e descritta
in pregevoli articoli di archeo-astronomia (p. es. Antonio Gottarelli, Templum
solare e culti di fondazione. Marzabotto, Roma, Este... vedi bibliografia).
Il sacerdote augure etrusco con il capo velato ed il tradizionale “lituus”, il
bastone ricurvo, si sistemava prima dell'alba su di una posizione elevata, con
le spalle in direzione del tramonto del solstizio d'estate (Nord-Ovest), e
rivolto verso la direzione dell'alba del solstizio invernale (Sud-Est)
attendeva il sorgere dell'astro diurno. Questo non perchè non conoscesse il
punto esatto dell'orizzonte (anche nei tempi più antichi circolavano tavole,
libri e calendari più o meno riservati, alcuni dei quali sono giunti fino a
noi), ma perchè l'alba e il tramonto costituivano due momenti propizi per
trarre gli auspici, nell'attimo in cui il sole (levandosi dall'oscurità degli
inferi, o al contrario tornandovi) sembrava “toccare” l'orizzonte terrestre,
unendo così idealmente Cielo, superficie terrena e Ade.
Avendo a disposizione un altare con le offerte per i numi celesti, l'augure
(elemento molto importante ai fini del nostro discorso) scavava sul posto anche
una buca (chiamata “mundus”) in cui riponeva altre offerte per gli dei
inferi. Il “pozzo” sacro, il sacerdote-intermediario e l'altare costituivano
una “via di collegamento” fra il Cielo, la superficie terrestre, e le
profondità degli inferi, volta a trarre i migliori auspici per un'impresa così
importante come la fondazione di una nuova città. Poi attendendo l'alba,
abbracciava con lo sguardo rivolto ad est e sud-est (le direzioni più propizie)
il territorio che aveva davanti a sé considerandolo come un “templum”
uno spazio sacro, e chiedendo ai numi dei segni propizi (che come sappiamo nel
caso di Romolo e Remo furono stormi di uccelli). Una volta sorto il sole in
direzione sud-est (Solstizio d'Inverno, 21 dicembre), veniva idealmente
tracciata una diagonale tra i due punti sud-est e nord-ovest e lungo quest'asse
veniva scelto il punto centrale attorno al quale sarebbe sorta la nuova città.
Terminava a questo punto la fase della cerimonia detta “auguratio”
(volta soprattutto, come si è già detto, ad iniziare la fondazione sotto i
migliori auspici) e iniziava la vera e propria fase di realizzazione (“inauguratio”).
Il sacerdote si spostava sul punto centrale prima individuato e scavava
un'altra buca simile alla prima, e anche in essa poneva non solo delle offerte,
ma anche un cippo di pietra simbolico. Questa nuova buca poteva anche essere
denominata “mundus” come la prima, ma in genere prendeva il nome di “umbilicus”:
essa tuttavia assumeva la stessa funzione religiosa della precedente, ovvero di
asse verticale di comunicazione fra Cielo, Terra e Inferi, e come osservano gli
etruscologi, era in un certo senso la raffigurazione della città che si stava
per edificare. Su questo “mundus”, o meglio ancora “umbilicus”,
dentro la quale i neo-cittadini più importanti ponevano anche un po' di terra
della loro città di origine, sarebbe stata poi costruita la piazza del Foro, e
sopra di esso sarebbe passato l'incrocio delle due principali vie delle città:
il “cardo” (in direzione nord-sud) e il “decumano” (est-ovest). Fra le rovine
della Marzabotto etrusca è stato infatti ritrovato al di sotto dell'incrocio
delle due vie principali un cippo interrato, a sua volta perfettamente in asse
con altri due cippi lungo la diagonale solstiziale nord-ovest - sud-est
(tramonto del solstizio d'estate e alba del solstizio d'inverno) in corrispondenza
dei quali vi sono i resti di are e templi, a confermare l'antico concetto di
sacralità di quegli orientamenti.
Nel rituale di fondazione di Roma, ad opera (secondo la tradizione latina) di
Romolo, Plutarco scrive: “…venne scavata una fossa circolare intorno
all'attuale Comizio, nella quale furono deposte offerte votive di tutto ciò che
risultava adatto secondo le consuetudini e necessario secondo natura. Infine
ogni abitante portò una piccola porzione della propria terra d'origine e la
gettò nella fossa, mescolandola insieme con le altre. Chiamano questa fossa con
lo stesso nome con cui indicano il cielo: mundus”. (Vita di Romolo, 11,
1-2). Nel caso di Roma il mundus è stato identificato nel Foro romano, e
secondo la tradizione religiosa antica esso veniva aperto per tre giorni l'anno
per fare in modo che le anime dei defunti accedessero al mondo dei vivi.
“Tuttavia questa cavità era in rapporto non soltanto con ciò che stava sotto
terra ma anche con ciò che stava sopra, ossia il cielo, la dimora degli dèi,
essendo dunque un mezzo di comunicazione "in verticale", sia verso
gli dèi celesti sia verso quelli infernali. La sua creazione al momento della
fondazione della città indica perciò la necessità che una comunità di futuri
cittadini ha di essere messa in rapporto con il mondo divino nella sua
totalità.” (R. La Marra, Roma, creatura leggendaria).
Ricoperta la buca centrale, il sacerdote etrusco sulla base di essa e
aiutandosi con l'ombra di uno gnomone individuava le otto direzioni
astronomiche principali, i quattro punti cardinali, più i punti di alba e
tramonto del sole nei solstizi, ed anche su questi punti venivano scavate
altrettante buche e interrati dei cippi, come dimostrano ad es. i recenti
ritrovamenti degli scavi eseguiti sia a Marzabotto, come anche a Meggiaro
d'Este. Nel caso di quest'ultima, a detta degli archeologi, sembra che il punto
di inizio del rito non sia stato a Nord-Ovest, bensì a Nord-Est (forse per le
caratteristiche del paesaggio) da dove l'augure avrebbe guardato verso
Sud-Ovest, ovvero il tramonto del solstizio invernale (a conferma ancora una
volta del fondamentale valore degli assi solstiziali): ma gli archeologi hanno
anche trovato in corrispondenza dei cippi di nord-est, est e sud-est (cioè i
punti di alba equinoziale e solstiziale) altre tre buche con offerte votive,
forse come opera di riparazione rituale per l'anomalo orientamento (Gottanelli,
p. 70).
La città etrusco-romana tuttavia non era destinata ad avere una forma
circolare, come si potrebbe immaginare dall'orientamento degli otto punti
astronomici (o “otto angoli del cielo”). Bensì quadrata. La forma circolare è
infatti nella simbologia antica un attributo del Cielo, mentre quella della
Terra è appunto quadrata. Ecco quindi che i cippi interrati scoperti a
Marzabotto, a Meggiaro, o anche nell'antica Bantia (l'odierna Banzi, in
Basilicata, quindi in un contesto italico non etrusco) formano un perimetro
quadrato, e la Roma arcaica fondata da Romolo secondo le fonti era una “Roma
quadrata”. Un particolare significativo è indicato da un affresco romano
esistente nella Domus Augusti sul Palatino raffigurante il betilo di Apollo
(una sorta di obelisco) al centro della Roma quadrata, lontano ricordo secondo
gli studiosi dello gnomone solare utilizzato dai sacerdoti per individuare con
precisione i punti cardinali e solstiziali. Sempre nell'affresco al monumento è
appoggiata una lancia, molto probabilmente quella scagliata da Romolo dal punto
augurale originario (a nord-ovest) in direzione del sole che si levava a
sud-est, non solo per prendere ritualmente possesso dell'area della città, ma
anche per segnare fisicamente la diagonale solstiziale lungo la quale si
sarebbe fissato il "punto umbilicus" (quello dove ricadeva il
giavellotto) (Gottanelli, pagg. 64 - 65). Da tutto quanto si è detto, si
dovrebbe dedurre tra l'altro che la vera data della fondazione di Roma, secondo
la tradizione fissata al 21 aprile del 753 a. C. (suggerita allo scrittore
latino Varrone dall'astrologo Lucio Tarunzio Firmano, deriso tra l'altro anche
dallo stesso Cicerone) dovrebbe in realtà essere posticipata al 21 dicembre.
Il perimetro delle mura tracciato con un aratro doveva dunque avere forma
quadrata, sia che fosse una città etrusca o latina. Il solco tracciato
dall'aratro, le cui zolle venivano accuratamente rivolte verso l'interno, aveva
dunque un valore sacro come il mundus-umbilicus centrale di cui il
perimetro della città era l'estensione. La leggendaria uccisione da parte di
Romolo del fratello Remo che aveva violato il perimetro, è dunque strettamente
in connessione con questa inviolabilità sacrale, sancita anche dal cosiddetto “pomerium”
(post-murum), lo spazio fra le mura e l'aperta campagna che non poteva essere
occupato da nulla.
A questo punto appare quindi molto più chiara la correlazione della danza sacra
sia con la fondazione di una città che con i riti funebri. Il pozzo centrale di
una città costituiva un canale di comunicazione fra i tre mondi, il Cielo, la
Terra e gli Inferi, fra gli dei, gli uomini ed i trapassati che vivevano sottoterra,
nella loro città (necropoli, appunto, “città dei morti”). Quest'ultima,
fisicamente e figurativamente, poteva apparire come un vero dedalo, e dunque il
simbolo del labirinto poteva adeguatamente raffigurarla. Ai trapassati e alle
divinità sotterranee in genere veniva offerta dunque la danza rituale del “Troiae
Lusus” come auspicio per la perenne protezione della nuova città.
Il mundus-umbilicus univa la terra col cielo, era il punto centrale del
macrocosmo ideale costituito dalle coordinate astronomiche stagionali
individuate sull'orizzonte, nonché del ciclo diurno del sole in verticale
(alba, mezzogiorno, tramonto), che si riflettevano sulla pianta topografica
della città dei vivi, divisa fra le due vie principali, il cardo e il decumano,
orientate coi punti cardinali. Dunque la riproduzione simbolica degli otto
punti celesti dell'orizzonte (cardinali e solstiziali) potrebbe costituire la
spiegazione delle otto spire concentriche che ricorrono costantemente fra i
labirinti antichi in tutto il mondo. Non è escluso nemmeno che il simbolo in
origine avesse una funzione di meridiana solare, analogamente ai “cronografi”
circolari in ceramica o in pietra uno dei quali appartenente al IV sec. a. C.
venne scoperto sul Monte Bibele vicino Bologna (in area celtica, ma confinante
col territorio etrusco). E se si considera che gli antichi assegnavano ad ogni
settore del cielo un valore propizio (come l'oriente) o nefasto (come il
tramonto) così anche le tre dimensioni verticali metafisiche – Cielo-dei,
Terra-mortali, Inferi-trapassati – erano rappresentate “in piano” nel medesimo
simbolo del labirinto-orizzonte: ad Est il mondo degli dei superiori, al Sud
quello degli uomini e della natura, ad Ovest il mondo dei trapassati. E alla
luce di queste considerazioni, anche i fregi più enigmatici e apparentemente
scollegati dell'anfora di Tragliatella potrebbero trovare la loro corretta
interpretazione nella stretta analogia fra ciclo stagionale/vita umana di
nascita-morte-rinascita seguita praticamente da tutte le religioni antiche: la
capra che nella scena successiva diviene un ariete, rappresentazione delle due
costellazioni del Capricorno (Solstizio d'Inverno) e dell'Ariete (Equinozio di
Primavera) e simboli della morte e della rinascita; le scene di accoppiamento,
nell'arte antica tradizionali immagini di fecondità e concepimento; l'essere
dall'apparenza di scimmia che in realtà potrebbe essere un embrione portato
fuori dal labirinto dell'Oltretomba verso una nuova rinascita. "Il centro
del labirinto si ricollega al tema tradizionale del centro quale simbolo di
origine, di punto di partenza e di ritorno di tutte le cose o anche di
Principio primo, fulcro della realtà sensibile e transeunte; esso sembra
racchiudere il mistero della vita oltre la morte, o meglio della vita scaturita
dalla morte, fonte di ricchezza per chi sappia penetrarlo. La sequenza
vita-morte-rinascita rappresenta il paradigma fondante di tutte le
manifestazioni della natura, delle stesse divinità ed anche dell’esistenza
individuale" (M. R. Albanesi, Il fregio dell'Oinochoe di Tragliatella).
Rimane naturalmente da capire quali significati vennero conservati, variati o
aggiunti dalla mentalità cristiana nei labirinti delle chiese medievali.
Chiese terrene, città celesti. La cultura e la religiosità etrusca rivestirono
notevole importanza anche dopo la conquista romana, fino al tardo impero. Anche
se la lingua andò definitivamente persa già nell'ultimo secolo prima di Cristo
(sopravvisse solo la caratteristica “c” aspirata dei toscani), la Tuscia rimase
la terra dell'Aruspicina e della magia divinatoria fino alla fine dell'età
antica: dallo storico Zosimo veniamo a sapere che nel V secolo d. C., nel pieno
delle invasioni dei Germani, alcuni aruspici tentarono di fermare i Goti che
assediavano la città umbra di Narni, cercando di scatenare contro di loro una
pioggia di fulmini pronunziando le segrete formule della loro religione (R.
Staccioli, Gli Etruschi, p. 51). Non è improbabile che tali forme
magico-rituali ormai isolate dalla vecchia teologia pagana fossero ancora in
auge presso non pochi aristocratici tradizionalisti (più o meno cristianizzati)
anche dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, perlomeno fino alla riconquista
bizantina dell'Italia con Giustiniano, o addirittura fino all'invasione
Longobarda (Mazzarino, L'Impero romano, p. 778). In ogni caso si può
dire con sicurezza che i classici latini che trattavano della fondazione di
Roma sopravvissero oltre che nelle biblioteche dell'Impero Bizantino anche in
quelle delle maggiori chiese e cattedrali, specialmente a Roma. E' vero che nei
monasteri dell'ordine di San Benedetto, di cui i cistercensi sono una
ramificazione, inizialmente non vi fu alcuna attività di copia e raccolta dei
testi antichi, come sottolineano gli studiosi di paleografia. Fu solo nell'VIII
sec. (il secolo di Carlo Martello, Pipino e di suo figlio Carlo) che in Italia
i monasteri, ad es., di Nonantola e Montecassino iniziarono quella loro
magnifica attività archivistica che li avrebbe resi famosi nel mondo culturale
medievale. D'altra parte tuttavia è stato ormai accertato dagli storici (come
l'Eschapasse) che i Benedettini sin dalle loro origini ripresero molte idee
dall'antica architettura romana per la progettazione e costruzione dei loro
edifici sacri.
Forse dunque non è una semplice coincidenza che vi siano alcune analogie fra la
cerimonia etrusco-romana di fondazione di una nuova città e quella, ovviamente
molto più cristianizzata, della fondazione di una cattedrale o di una abbazia
da parte dei monaci cistercensi. A partire dal momento dell'alba per
individuare esattamente l'est (durante gli equinozi ovviamente), l'abate o il
vescovo, seguito dai monaci in processione che recitavano preghiere e
benedizioni, procedeva a misurare con un bastone il perimetro della nuova
struttura, progettata seguendo una precisa simbologia numerica fondata sui
numeri 3, 4 e 12, e i loro multipli. Quindi si dirigeva verso il punto esatto
in cui doveva sorgere l'altare, perfettamente orientato verso oriente, e vi
piantava una croce. Infine veniva scelto anche il luogo dove doveva essere
collocata la fontana, che in tutte le planimetrie risulta al centro dell'intera
struttura monastica, anche se non al centro del chiostro. Facendo centro sulla
fontana, con un compasso si può disegnare un cerchio perfettamente inscritto
nel quadrato dell'intera planimetria monastica. “La Chiesa cistercense spicca
per il rigore del suo reticolo e per la costruzione modulare che pertanto
sviluppa una visione sintetica. Il rapporto costruttivo è quello armonico del
quadrato 1:1 oppure 1:2, che regola non solo la divisione in pianta, ma anche
quella dell'alzato in consonanza con i rapporti numerici della Gerusalemme
Celeste descritta nel Libro dell'Apocalisse. (…) La chiesa di un'abbazia era
costruita generalmente su rapporti costanti, aritmetico-geometrici, basati sul
numero tre e sul quattro. La forma base, lo abbiamo già rimarcato più volte, è
il modulo 'ad quadratum' che viene usato piccolo nella crociera delle navate
laterali, nelle cappelle del transetto e, grande, nella navata centrale, nel
coro e nell'incrocio della navata con il transetto. In molte chiese abbaziali
ritroviamo anche il doppio quadrato cioè il rettangolo 1 x 2 che si ottiene
unendo le due crociere delle navate laterali, corrispondenti ad un lato della
crociera della navata centrale. L'abside della chiesa pure corrisponde ad un
rettangolo, che è un quadrato doppio (dove l'abside presente abbia quella forma
naturalmente)” (Marisa Uberti, L'architettura cistercense, in:
www.DuePassiNelMistero.com).
Nella visione religiosa e trascendente dell'ordine benedettino-cistercense,
ogni abbazia o cattedrale da loro edificata doveva riflettere simbolicamente la
nuova Gerusalemme celeste, di forma quadrata, come descritta nell'Apocalisse di
San Giovanni. Fondamentali dunque, come si è detto, sono gli aspetti
numerico-simbolici: “Il quadrato è una delle figure geometriche più frequente e
più universalmente usato nel linguaggio dei simboli insieme al centro, al
cerchio e alla croce. è il simbolo della terra, in opposizione al cielo, ma
anche, ad un altro livello, è il simbolo dell’universo creato, cielo e terra,
in opposizione all’increato e al creatore. Il quadrato implica un’idea di
stabilizzazione nella perfezione, come nella Gerusalemme Celeste. Villard de
Honnecourt, che nel secolo XIII compose una raccolta di numerosi disegni
stilizzati, ci dà la pianta di una chiesa cistercense del XII secolo, tracciata
ad quadratum. La pianta della Chiesa cistercense tramandataci da Villard de
Honnecourt ha dodici misure uguali (il modulo) nel senso della lunghezza e otto
nel senso della larghezza” (Goffredo Viti, La Gerusalemme celeste..., p.
8). Nell'iconografia della città celeste è presente anche la fonte di acqua
pura e cristallina che sgorga dal trono di Dio. Non vi è nessun tempio, poiché
la presenza di Dio e dell'Agnello, cioè Gesù, sono essi stessi il Tempio della
città.
Questo modello filosofico-architettonico seguito dai cistercensi si impose
concettualmente nel campo di tutta l'architettura sacra del basso medioevo, e
questo può anche servire a risolvere quello che per gli storici
dell'architettura medievale costituisce un piccolo enigma, ovvero la preferenza
della pietra al mattone nel corso del Basso Medioevo. Dalla fine dell'età
romana fino all'XI secolo, le chiese in stile romanico vennero costruite
soprattutto in mattoni e tufo, utilizzando spesso i materiali ricavati dagli
antichi edifici romani in rovina. Ma dal 1100 in poi la scelta cadde sui conci
squadrati di pietra, all'infuori di alcune zone dove la pietra era rara. (Gwilym
Peredur Jones, Le costruzioni in pietra nell'Europa medievale, p. 564).
In alcuni casi, la scelta era comprensibile: ad es. la prima cattedrale di
Catania – quella costruita dai Normanni alla fine dell'XI secolo e distrutta
dal terremoto del 1693 – aveva anche funzione di fortezza (ecclesia munita),
e dunque la preferenza della pietra rispetto al mattone aveva una sua esigenza
strategica. Ma moltissime altre chiese d'Italia e d'Europa non rivestirono mai
alcuna funzione strategico-militare. Dunque la preferenza data alla pietra può
forse venir spiegata con motivi culturali e religiosi, ovvero come analogia con
la città celeste, di pietra appunto, o con il tempio di Salomone, anch'esso di
pietra. Del resto, nel Vangelo non dice Gesù rivolto a Pietro “su questa pietra
edificherò la mia Chiesa” ?
La corrispondenza simbolica fra le chiese del basso medioevo e la Gerusalemme
celeste, fra terra e cielo, garantita anche dal perfetto allineamento
astronomico est-ovest, può dunque svelare i molteplici significati
dell'iconografia del labirinto medievale, riconducibili sia ai simbolismi
dell'Apocalisse giovannea, sia a quelli del mondo antico.
Il labirinto all'interno delle chiese sarebbe anch'esso un mundus-umbilicus
simbolo dell'intero edificio religioso, e quest'ultimo a sua volta figura della
nuova città celeste. E proprio come il mundus etrusco-romano, è anche
asse di collegamento fra Terra e Cielo. Le sue dodici (come le costellazioni,
gli Apostoli e le porte della nuova Gerusalemme) spire concentriche ordinate in
forma di croce sono non soltanto simboli biblici, ma anche coordinate
astronomico-celesti. Ma il labirinto posto al centro della navata è allo stesso
tempo anche il ricettacolo della fonte viva di Grazia che scaturisce dalla
Gerusalemme celeste, e che viene poi riversata orizzontalmente nel mondo
cristiano tramite la Chiesa e le chiese fisiche. Insomma quasi come una sorta
di talismano cristianizzato.
Tuttavia nella visione cristiana dei cistercensi esisteva una peculiare
differenza tra il mundus-umbilicus delle città etrusco-romane e la
figura circolare al centro della Chiesa. La comunicazione verticale doveva
arrestarsi alla superficie terrestre: vi doveva essere trasmissione spirituale
solo tra Cielo e Terra, e la dimensione sotterranea, quella infernale, doveva
essere categoricamente esclusa. Anche perché per il Cristianesimo le anime
salvate dei defunti migrano in Cielo, e negli abissi sotterranei piombano solo
quelle dannate, da cui ci si deve ugualmente guardare. Dunque ecco che l'erede
cristiano-medievale del mundus-umbilicus etrusco-romano, il
cerchio-pozzo al centro delle chiese doveva contenere una sorta di sbarramento
simbolico contro il Male che poteva sempre emergere dal basso. Il motivo della
scelta del simbolo classico del labirinto (piuttosto che ad es. quello di una
semplice grata) sta specialmente proprio in questo, poiché nella mitologia
classica costituiva anche una prigione da cui era impossibile evadere per il
mostruoso e malvagio Minotauro, simbolo del Male anche in età medievale: basti
dire che anche Dante nella Divina Commedia lo relega nel settimo cerchio
infernale.
Nel linguaggio simbolico dei cistercensi (o degli altri architetti costruttori
di Chiese, molto vicini ad essi) la raffigurazione del labirinto al centro
delle cattedrali medievali aveva dunque anche una sorta di funzione
talismanico-spirituale di difesa nei confronti della minaccia infernale sulla
superficie terrestre, sul mondo umano. E' curioso ad esempio come lo schizzo di
un labirinto di tipo Chartres disegnato su un foglio da taccuino del già citato
Villard de Honnecurt , uno dei più rinomati architetti del XIII secolo, si
trovi accanto ad altre figure spregevoli: mosche, cavallette, un gatto in posa
aggressiva e persino un coniglio che divora i propri escrementi (come è solito
fare per digerire meglio, come sanno bene i naturalisti). Ovvero come se anche
il disegno del labirinto avesse le medesime connotazioni negative. Così allora
come la chiesa-edificio era simbolo della Gerusalemme Celeste dalla cui Fonte
spirituale riceveva la Grazia che dispensava a sua volta a tutti i cristiani,
il labirinto-mundus, simbolo a sua volta della chiesa al cui centro era posto,
sbarrava la via al Male infernale, simboleggiato appunto dal Minotauro. Citando
di nuovo il passo evangelico precedente, “su questa pietra edificherò la mia
Chiesa e le porte dell'inferno non prevarranno su di essa”.
Il labirinto atipico di Alatri. Tutto quanto detto sin qui potrebbe
trovare conferma indiretta anche da un altro labirinto cristiano che si trova
ad Alatri, in provincia di Frosinone. Alla fine del 1996 in un cunicolo
seminascosto dell'Oratorio di San Francesco venne scoperto su di una parete
l'affresco di un labirinto costituito da dodici spire concentriche.
Caratteristica unica al mondo, al centro di esso vi è un busto di Gesù vestito
di abiti sontuosi. La sua mano sinistra, il cui anulare reca un anello, regge
un libro chiuso: un modello iconografico che si impose a partire dal VII secolo
sulle precedenti raffigurazioni di Cristo, angeli e santi con libri normalmente
aperti (Armando Petrucci, La concezione cristiana del libro fra VI e VII
secolo, p. 12). La destra invece stringe un'altra mano che “emerge” dal
corridoio più interno del labirinto.
Giancarlo Pavat che ha dedicato molti studi a questo affresco ha scoperto che
ha caratteristiche molto simili ai labirinti di tipo Chartres di cui riflette
il percorso unicursale dei corridoi interni. Tuttavia rimane pur sempre un
modello di labirinto atipico rispetto a tutti gli altri medievali, se non altro
perchè è l'unico esempio al mondo (perlomeno fino alla notizia di un altro
labirinto analogo in Svezia) contenente al suo interno l'immagine del
Salvatore. Il suo significato non sarebbe dunque analogo al mundus
romano, bensì quella di una raffigurazione allegorica diretta della Gerusalemme
Celeste, sede regale di Cristo Re abbigliato come un sovrano con tanto di
anello. Il percorso unicursale all'interno di questo labirinto atipico ha
allora proprio quel significato che molti studiosi di simbolismi medievali
hanno attribuito a tutti gli altri labirinti, riprodotti sul pavimento delle
chiese, ovvero quello della metafora della vita del cristiano che attraverso le
difficoltà e le insidie del mondo terreno giunge alla sua méta celeste aiutato
ed infine accolto dalla mano del Redentore.
Se il labirinto di Alatri risulta un esempio unico nel suo genere probabilmente
è perchè è atipico non soltanto nell'iconografia, ma anche dal punto di vista
concettuale. Il labirinto medievale – si è detto – era uno sbarramento
simbolico dai pericoli del sottosuolo infernale, e di qui dunque la sua
collocazione sul pavimento delle chiese. Allora, nonostante tutte le buone
intenzioni teologiche, un labirinto posto in verticale, e simbolo della Città
celeste (invece che dei meandri di Cnosso) con al centro il Cristo Re in luogo
del Minotauro-demonio, non solo potrebbe essere stato considerato
controtendenza ma anche un po' blasfemo.
Tuttavia la verità potrebbe anche essere diversa. Sempre Giancarlo Pavat ad
esempio estende a tutti i labirinti di tipo Chartres in Europa
l'interpretazione del labirinto medievale come pellegrinaggio non solo
metaforico ma anche reale: “Tutto ciò sembra avvalorare l'ipotesi avanzata da
diversi autori che questo simbolo sia stato posto lungo determinati tragitti,
vie di pellegrinaggio o percorsi iniziatici ed esoterici, o comunque in siti
considerati particolarmente sacri: Chartres, Lucca, Pontremoli, San Michele
Maggiore a Pavia forse pure Aulla, Piacenza e Cremona, per non parlare di Santa
Maria in Aquiro, che accoglieva i pellegrini in visita alla capitale della
Cristianità ed alle Tombe degli Apostoli e dei primi Martiri. Alatri poi è un
luogo immerso nel trascendente sin dai tempi dei primi mitici fondatori.
Sacralità che traspare dalle sue pietre consunte dai millenni, dai simboli
apotropaici, dalle proporzioni auree delle sue architetture. E dopotutto, la
città non dista poi molto da una strada usata pure dai pellegrini, la
cosiddetta “Francigena del sud”, la via che seguendo il tracciato dell'antica
consolare romana lungo la Valle Latina,conduceva ai porti d'imbarco del
Mezzogiorno e che, come appreso nel capitolo 2, venne percorsa anche dalla
colonna degli Armati Franco-Normanni durante la cosiddetta “Prima Crociata”
(Giancarlo Pavat, Nel segno di Valcento, pp. 348 – 349). I numerosi
simboli templari (croci inscritte in cerchi, spirali, triplici cinte, rose
esalobate, ecc.) presenti accanto al “Cristo nel labirinto”, potrebbero allora
dare una conferma in più a questa tesi. Recentemente inoltre sempre Giancarlo
Pavat ha avuto notizia di un altro affresco simile in Svezia (a Grinstad, nella
chiesa di Sant'Erik): forse punto di partenza di una via di pellegrinaggio
dalla Scandinavia fino ad Alatri e a Roma?
Qualunque sia, la risposta al mistero del Labirinto di Alatri, e del simbolo
del labirinto in genere, potrà essere data non solo da nuovi studi e ricerche,
ma soprattutto cercando di immergersi quanto più possibile nella mentalità e
nella visione metafisica dell'uomo antico e medievale, cosa molto ardua a noi
uomini del terzo millennio ormai troppo impregnati di un modo di pensare laico
e tecnologico.
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in: Libri e lettori nel Medioevo, a cura di Guglielmo Cavallo, Laterza)
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degli enigmatici simboli artistici e architettonici ad otto elementi. Leggi l'articolo.