L' Epica
di
Bianca Misitano
"Il
genere letterario più antico."
Molte
volte i poemi di Omero o di Virgilio, vengono
considerati solo per la loro pregevolezza artistica, che, sebbene sia notevole,
non è il solo elemento che fa dell’epica un genere così fondamentale per le
antiche civiltà. Il compito primario, infatti, di questo genere letterario era
essenzialmente un compito civile, ossia quello di fornire alla comunità gli
esempi giusti da seguire, allo scopo di realizzare il bene della propria
patria. E’ per questo che i temi ricorrenti dell’epica
saranno le gesta degli eroi in guerra, gesta che esaltano valori come il
coraggio, la lealtà, la forza d’animo, lo spirito di sacrificio. Sono tutte
qualità, queste, indispensabili per la creazione di un popolo coeso e con un
forte senso dello stato, prerogative senza le quali una qualsiasi civiltà che
ambisca a crescere e prosperare, non può sperare di raggiungere i propri
obiettivi. I poemi epici, per il loro carattere “popolare” ed ispirato spesso
al mito, sono il veicolo ideale per diffondere ed affermare queste idee nella
mente dei cittadini, per far sì che essi perseguano un certo tipo di modello.
Per
capire a fondo questo meccanismo, è fondamentale sapere da
cosa i grandi poemi epici prendessero le mosse. Il sopraccitato
“carattere popolare”, infatti, non consiste solo nel fatto che gli episodi si
svolgano su un asse narrativo capace di coinvolgere il
pubblico, ma soprattutto nel fatto che i vari episodi fossero inizialmente
canti tramandati oralmente e quindi oltre che radicati, anche probabilmente
originati dalla coscienza popolare. Rivelatore di questo processo può essere la
norma, comune a tutti i poemi epici, di tingere di un’aura mitologica gli
eventi del passato, spesso di un passato relativamente
remoto e che quindi si presta in maniera migliore a questa procedura. E’ una
procedura, infatti, che avviene naturalmente quando le
storie vengono tramandate di bocca in bocca, data dal fatto che ogni
“narratore” mette del suo, personalizza il racconto usando la fantasia e
trasfigura gli eventi secondo le proprie inclinazioni. I poeti epici, come
Omero (o chi per lui), raramente, quindi, inventano per
intero vicende e personaggi, più spesso invece il loro lavoro consiste
nel raccogliere, riordinare, dare loro un aspetto unitario ed infine mettere
per iscritto questi antichi canti popolari.
Ritornando
quindi alla loro funzione civile, non è un caso che i racconti epici nascano all’interno di società dalla forte impronta
militare. I due poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea,
rappresentano infatti lo specchio sia di ciò che era la società greca all’epoca
della loro messa per iscritto, ossia circa l’VIII secolo a.C., sia di quello
che era stata la civiltà micenea da cui, peraltro, l’ordinamento sociale della
Grecia arcaica derivava. Si tratta di due situazioni sostanzialmente simili in
cui a dominare è un’aristocrazia guerriera che detiene anche la maggior parte
delle terre coltivabili. Questa aristocrazia è anche la principale protagonista
dei poemi epici e questo perchè, sostanzialmente, lo Stato si
identifica con loro. Le grandi masse dei guerrieri che compongono le
falangi, ossia gli schieramenti di fanteria degli eserciti ellenici, spesso
fanno solo da sfondo alle vicende dei ricchi cavalieri, poiché la loro posizione
sociale è nettamente inferiore.
Di
quali ideali, quindi, si fanno portatori i poemi epici? Di quale concezione di
Stato? Sicuramente, quando si parla di poemi omerici, ci si riferisce ad una
sfera culturale e di pensiero appartenente ad un’elite privilegiata, quella
stessa elite in cui, come detto prima, lo Stato viene
personificato. Riguardo queste idee è indicativo il fatto che non di rado, gli
episodi più esplicitamente didascalici, siano strutturati secondo uno schema
che vede il “buon esempio” identificato con il principe e quello “cattivo”
invece identificato con un personaggio appartenente al popolo, o comunque ad una categoria sociale inferiore. Questi
componimenti, quindi, sono il frutto di una commistione di racconti popolari ed
ideali aristocratici, e sebbene questi ultimi verranno
presto scalzati dalle nuove istanze di natura egalitaria e democratica,
all’epoca sono ben vivi nella mentalità e negli ideali dei cittadini. Il senso
di un governo aristocratico, ossia idealmente dominato dagli aristoi, cioè i “migliori”, era da lungo tempo radicato nella
coscienza comune e quindi era naturale che questi fossero i valori che si
tendeva a veicolare tramite gli antichi canti. Il ricordo di un secolare
passato di cui le gesta dei nobili erano passate alla storia, poi, si prestava
particolarmente a questo tipo di fine.
Spesso
però, ad essere al centro dei racconti epici, non sono solo le gesta in guerra
degli aristoi, ma anche le peripezie di un ben
specificato eroe, sempre sistemate attorno ad un lungo ed avventuroso viaggio
che il protagonista compie. Qui il carattere più o meno
“corale” dei componimenti che trattano vicende di guerra, si smorza e
l’attenzione si concentra sulla figura di un unico eroe. E’ questo sicuramente
il caso dell’Odissea, ma prima di essa esiste un altro
rappresentante, sebbene misconosciuto, di questo genere, ossia il poema
mesopotamico che va sotto il nome di Gilgamesh. E’ proprio il Gilgamesh a
detenere il titolo di più antico poema epico, generalmente attribuito alle
opere omeriche, poiché la sua redazione unitaria è di circa
quattro secoli più vecchia di esse. Anche qui,
però, lo schema fondamentale non cambia, sebbene ovviamente l’opera si
riferisca ad una civiltà ben più antica e molto diversa rispetto a quella della
Grecia arcaica. Il protagonista è sempre un ricco aristocratico, in questo caso
Gilgamesh è un leggendario re della famosa città babilonese di
Uruk, erede di una dinastia di discendenza divina, proprio come l’iliaco
Achille. Il poter proclamarsi appartenente ad una gens che vanti origini mitiche, sembra, quindi, essere un primo punto di
incontro fra queste due, ma non solo fra di esse, grandi civiltà. Una prima
parte del poema sembra avere la classica struttura delle canzoni epiche, in
quanto narra le gesta eroiche del re Gilgamesh, che nella Foresta dei Cedri,
abbatte, assieme al suo fidato amico Enkidu, il mostro Khubaba ed in seguito
sconfigge il temibile Toro Celeste , flagello inviato
al popolo di Uruk dalla dea Ishtar, irata. La soluzione adottata dal poema babilonese,
però, per mutuare i valori tipici di una civiltà non è solamente quella di
celebrare le grandi imprese del suo protagonista aristocratico, ma di porre la
narrazione sotto una luce più filosofica. Gilgamesh è sì il classico re
coraggioso e dalle spiccate doti guerriere, ma è anche oppressivo e dispotico
verso i suoi sudditi. E’ proprio per creare una sua “controparte” che lo
limiti, gli Annunaki, gli dei del cielo, decidono di creare Enkidu, che poi
diverrà l’inseparabile compagno di avventure del re. Ed è proprio la morte di quest’ultimo che innescherà in
Gilgamesh la volontà di ricercare la “vita”, partendo per un viaggio che lo
porterà fin nel giardino del dio Sole, in cui il suo antico antenato,
Utnapishtim, abita dopo essersi guadagnato la vita eterna. Da qui, quindi,
inizia la parte più “metafisica” del racconto, lontana dalla narrazione degli
eroismi dei poemi omerici e dalla prima parte del Gilgamesh stesso. Il poema si
conclude con la narrazione da parte di Utnapishtim del
diluvio universale e dei “consigli” che egli dà a Gilgamesh, che esprimono il
vero significato del poema e quindi anche i valori a cui è ispirato. Queste le
parole di Utnapishtim: “Perché, o Gilgamesh, vuoi
prolungare il tuo dolore? / […] proprio tu Gilgamesh, ti sei ridotto come un
vagabondo! / Eppure per te un trono è stato deciso nell’assemblea degli dei / mentre per il vagabondo è destinata feccia
invece di ambrosia. / […] Perché ti sei agitato tanto?
Che cosa hai ottenuto? / Ti sei indebolito con tutti i
tuoi affanni / hai soltanto riempito il cuore di angoscia.
/ Hai soltanto avvicinato il giorno lontano della verità.”
Utnapishtim
quindi sprona Gilgamesh a riprendere il posto a cui è destinato, ad assolvere
il compito che gli dei celesti hanno stabilito per lui: regnare su Uruk.
Il
senso del poema viene quindi, definitivamente esplicitato esprimendo una
concezione della società non molto lontana, per alcuni aspetti, da quella omerica. L’identità dell’individuo, infatti, si
realizza totalmente solo esercitando il proprio ruolo che ad esso
è assegnato in società. Così come Ettore scende in campo come condottiero dei
troiani perché sa che è quello il suo compito primario, così Gilgamesh deve
regnare su Uruk perché è il suo destino. Entrambi, infatti, cadrebbero
nel disprezzo degli altri e nel disonore se non lo facessero ed emblematica, a
questo proposito è la risposta di Ettore alla moglie Andromaca nel famoso
dialogo. Alla donna, che lo esorta a rinunciare alla battaglia, il guerriero
risponde: “ma dei troiani io temo / fortemente lo
spregio, / e delle altere / troiane donne, se guerrier codardo / mi tenessi in
disparte, e della pugna / evitassi i cimenti.” Ecco quindi sintetizzato,
ovviamente con le dovute differenze fra l’una e l’altra mentalità, ciò che per
molte civiltà antiche era il concetto di onore:
svolgere fino in fondo la propria azione nella collettività. L’uomo quindi può
essere considerato un “vir bonus”, per dirlo alla latina, solo in quanto è
riconosciuto tale dalla società. Ma, tornando a Gilgamesh, il suo “ritorno alla
civiltà” ha un ulteriore significato, molto più
apertamente didascalico. Il re di Uruk, infatti, si
propone di migliorare il suo modo di regnare, mettendo da parte i comportamenti
dispotici e lo fa esprimendo la volontà di condividere con gli anziani della
città l’ultimo regalo di Utnapishtim: la pianta dell’irrequietezza, una
speciale erba che, se mangiata, fa ritornare giovani.
Da
come si evince, quindi, persino i poemi epici di più remota antichità, come
questo, assolvono tutti la medesima funzione: proporre
gli esempi che la società deve seguire, rispecchiare le convenzioni di una
determinata civiltà, proporre un passato mitico che possa esercitare la giusta
influenza sui cittadini.
Anche
a Roma, la funzione dei racconti epici non si distaccherà molto da quella che
questi avevano presso le altre civiltà. Basterà
prendere ad esempio il poema latino più celebre: l’Eneide
di Virgilio.
L’eroe
troiano Enea rappresenta in realtà il tipico uomo romano. Le sue prerogative
sono quelle più strettamente legate alla tradizione: rispetto degli dei, della famiglia, della patria. L’opera virgiliana
mira soprattutto a riportare in auge i vecchi valori della romanità, tramite il
più classico dei sistemi. La sua opera, fra tutte le canzoni epiche antiche che
conosciamo, è forse quella più apertamente didascalica. L’attingere a vecchi
episodi tramandati oralmente di generazione in generazione è un aspetto
minoritario del poema, che è per molte parti costruito
“a tavolino”. E’ quindi il lato moraleggiante a farla da padrone indiscusso,
proprio perché il programma dell’autore è quello di riportare in auge il mos
maiorum. Enea è il vir bonus, è tutto ciò che un buon romano dovrebbe essere,
rimanda alle immagini, onnipresenti nella coscienza dei latini, di quegli antichi
antenati che costruirono la gloria di Roma. Il sacrificio per la patria è il suo fine ultimo, così come dovrebbe esserlo per ogni
abitante di Roma.
Lo
scopo fondamentale del genere epico, viene, quindi, in quest’opera,
ulteriormente messo in evidenza. L’Eneide propone un
esempio talmente forte che è impossibile non prenderlo in considerazione e che
riesce ad essere valido sia per quel che riguarda l’imperatore che l’uomo del
popolo. Enea rappresenta il carattere “universale” degli ideali romani, la
conferma di come i mores maiorum non fossero presenti
solo nella mentalità di alcuni aristocratici. Nell’Eneide,
infatti, non troviamo rispecchiato un determinato sistema sociale che possa
corrispondere al periodo in cui l’opera venne stilata, come negli altri casi,
per il semplice fatto che all’epoca di Virgilio la società romana stava subendo
il più clamoroso cambiamento della sua storia: la fondazione dell’impero.
Virgilio non ha quindi riferimenti precisi a cui rifarsi e non gli rimane che
celebrare quei valori antichi che potevano ancora giocare il loro ruolo
all’interno della vita romana. Assistiamo quindi all’esaltazione di valori non
direttamente collegabili ad una particolare organizzazione statale,
ma appartenenti da tempo alla coscienza della popolazione, insiti nella
mentalità latina, indipendentemente dal sistema sociale vigente. Se l’ordine di idee illustrato nei poemi omerici verrà presto sconvolto
dalle nuove istanze democratiche, il mos maiorum a cui Virgilio si rifà vive
già da molti secoli e continuerà a farlo per altrettanto tempo, senza
apparentemente farsi scalfire dai cambiamenti politici.
Il
genere epico, quindi, contiene in sé stesso molto di
più che delle semplici storie di eroi antichi. Questi eroi non sono solo il
frutto della fantasia popolare, ma sono la riproduzione, l’ “umanizzazione”
di interi sistemi di valori. Da essi oggi possiamo
ricavare quasi la stessa mole di informazioni che ci mette a disposizione
un’opera storiografica o etnografica antica. Le convenzioni, i riti, gli usi, l’organizzazione
sociale, sebbene spesso enfatizzati dal carattere mitico del racconto, vengono messe in luce in caratteri chiari, così come il
sistema di ideali a cui fanno riferimento. Anzi, quest’ultimo viene fuori in
maniera ancora maggiore, poiché, come si è illustrato, questo è il fine
fondamentale di tali opere.
Oggi,
quindi, bisognerebbe approfondire lo studio di questi antichi poemi, non tanto
dal punto di vista letterario, quanto per il fatto che ci rendono in grado di
conoscere una civiltà più di quanto ci potremmo aspettare da essi.
(pubblicato anche su SignaInferre)