LINGUISTICA SEMITICA E FILOLOGIA EBRAICA    di Elisa Caimi

 

Lo studio dei testi antichi non e’ sempre di facile comprensione. E’ importante che la linguistica (studio delle parole) sia usata di pari passo in rapporto alla filologia (studio del testo propriamente detto).

Per quanto riguarda gli studi semitici i rapporti tra filologia e linguistica spesso sono stati disastrosi, fumosi e alquanto complicati. Per comprendere questo Garbini riporta la storia della cattedra di semitica all’università di Roma.

Dal 1876 al 1950, l’insegnamento era detto “Ebraico e lingue semitiche comparate”, insegnamento che pero’ doveva essere piu’ filologico. L’unica eccezione a livello linguistico e’ data da un articolo di Guidi nel 1882, che poteva essere sicuramente interpretato come lavoro linguistico.

 

Nel 1954, l’insegnamento viene chiamato “Filologia semitica”, ma Moscati, primo titolare, scrisse per lo piu’ lavori di linguistica.

 

Questo fa comprendere come il confine tra linguistica e filologia non sempre e’ stato chiaro e netto, ha dato adito a numerosi fraintendimenti (soprattutto per quanto riguarda l’ebraico, che non solo e’ la lingua dell’Antico Testamento ma e’ anche la lingua letteraria di cesura tra il siriaco e le lingue epigrafiche del nord).

 

Nel primo insegnamento, “Ebraico e lingue semitiche comparate”, doveva esserci lo studio dell’Antico Testamento con riferimenti alla linguistica. Ma questa operazione fu fatta per tutte le lingue semitiche tranne che per l’Ebraico. Gli studiosi, infatti (Guidi e Levi Della Vida) forse stettero lontani dall’Ebraico per motivi ideologici.

Quando l’insegnamento diviene “Filologia semitica”, fu per vicinanza alla terminologia anglosassone (che creo’ confusione in quanto linguistica e filologia in Inghilterra erano pressappoco la stessa cosa).

In questo periodo Barr scrive una critica ai teologi, che volevano studiare la Bibbia senza approccio  filologico, inventandosi una linguistica tutta loro.

 

Tutta questa premessa il Garbini la fa per dimostrare come furono fatte numerose opere per la letteratura siriaca, araba, etiopica (giunte facilmente fino a noi); come qualcosa si tento’ di fare per le letterature babilonesi (non molto studiate se non dal Furlani); ma come si sia fatto poco niente sotto l’aspetto filologico e linguistico dell’Ebraico.

 

Dopo il Guidi ci fu una cesura piu’ netta tra linguistica e filologia. L’insegnamento della “lingua e letteratura Ebraica” fu staccato dalla branca della “Filologia semitica”.

Nonostante questo i rapporti difficoltosi tra le due discipline (linguistica e filologia) restano invariati.

 

Lo possiamo notare dall’Ugaritico e i vari studi connessi ad esso: i vari testi sono stati sempre tradotti ciascuno con un’interpretazione diversa, dimostrandoci come sappiamo ben poco sulla decifrazione di quella lingua.

Altro esempio e’ l’iscrizione di Baalam di Deir’Alla in Transgiordania: Molti filologi semitisti dicevano fosse aramaica, e nonostante la traduzione filologica quasi perfetta di due studiosi francesi, la linguistica ha rivelato che di influssi aramaico c’e’ ben poco.

 

L’Ebraico resta tutt’ora il caso piu’ complesso in assoluto. L’ebraico che studiamo oggi non e’ certo l’ebraico arcaico che parlava Isaia o il Yahwista. E’ un tipo di ebraico con pronuncia safardita, di una delle tante tradizioni bibliche medievali (la tradizione Tiberiense).

La Bibbia fu trasmessa oralmente in svariati modi, dando luogo a tradizioni sempre differenti, diverse a loro volta da quelle di eta’ ellenistica o Romana.

L’Ebraico che noi leggiamo non era letto allo stesso modo dagli antichi, che leggevano le vocali mancanti in maniera del tutto differente...

Questo crea problemi per la comprensione del testo stesso: alle vocali era dato il compito di distinguere genere, numero, nomi, pronomi , verbi... e se sono interpretate o lette in maniera diversa, questo da luogo alla nascita di tradizioni diverse con interpretazione diversa (e quindi questo preclude la conoscenza base di quell’ebraico del tempo di Isaia e del Yahwista).

Se tutti allora avevano una tradizione propria della Bibbia, dobbiamo ammettere a malincuore che l’ebraico antico non esisteva piu’.

 

Secondo l’opinione del Garbini, l’ebraico antico fu completamente soppiantato dall’Aramaico dopo la caduta di Gerusalemme. Si perde cosi’ il senso di questa lingua antica, fissata in pochi testi senza l’indicazione delle vocali. Questo da adito a fraintendimenti nell’interpretazione (a volte involontari a volte no).

 

Vediamo ad esempio alcune parole che hanno, con una lettura vocalica diversa, interpretazione diversa: la parola berah, che indicava “due ore e mezzo di cammino”, una distanza di circa 11 km, fu ridotta a un km e mezzo (miglio romano) e fu trasformata in kibrah (parola che noi oggi troviamo nei dizionari).

Siloh era una parola interpretata come “messia”, “capo”.. ma si tratta semplicemente del sintagma “di lui”.

Nel passo di Salomone e’ stato volutamente censurato un “boschetto sacro”(dove si svolgevano riti di prostituzione sacra) che doveva trovarsi davanti al tempio di Salomone e cosi’.. fu miracolosamente spostato davanti al “palazzo” di Salomone.

La parola balsamon di origine sudarabica, e’ attestata come basam in ebraico.. ma nei dizionari la troviamo come besem o bosem. Poiche’ la parola “balsamo” nel Cantico dei Cantici era utilizzata per indicare il sesso (specialmente femminile), ha ricevuto dai masoreti di Tiberiade il senso di condanna morale, boset, ossia “vergogna”.

 

La grammatica ebraica e’ un vero problema: mentre abbiamo per latino, sanscrito e greco conoscenze grammaticali che ci possono aiutare con precisione nell’interpretazione dei testi (e per babilonese ed egiziano gia’ sappiamo qualcosa di piu’..) per l’Ebraico non sappiamo nulla, abbiamo solo spunti che partono dal testo biblico, dal quale tentiamo di trarre una grammatica (avendo diverse interpretazioni non e’ affatto semplice).

Oggigiornoil testo di Tiberiade e’ quello universalmente riconosciutoe studiato, senza pero’ possibilita’ di modificarne l’interpretazione. Altre versioni sono state distrutte.

 

Da alcuni studi condotti da Garbini notiamo come a livello linguistico e poi anche filologico ci siano ancora oggi forti discrepanze e interrogativi circa la versione Tiberina.

Ad esempio, sotto l’aspetto linguistico ricordiamo l’episodio biblico di Elia (egli stermina i sacerdoti di Baal e la regina Iezabel gli dice che lo avrebbe ucciso, dandogli pero’ l’opportunita’ di scappare). Nella nostra versione manca pero’ una frase che Iezabel pronuncia, ossia : “Se tu sei Elia, io sono Iezabel”. Analizzando linguisticamente i nomi, Elia significa “Yahwhe e’ il mio Dio”, e Iezabel sta a significare “Il principe (Baal) e’ un falco” (nota che ci fa capire quanto Baal doveva essere aggresivo). Dicendo quella frase si voleva semplicemente far capire come la vittoria di Yahwhe contro Baal non sarebbe stata senza risposta.

 

Altro esempio e’ dato dalle parole tohu e bohu.. che sono parole nella Genesi indicate come “vuoto”, “desolato”.. ma che per gli arabi, in relazione al deserto, significava semplicemente “essere bello”.

A livello filologico non possiamo evitare di fare paragoni tra la Genesi e la cosmogonia fenicia:

in quest’ultima compare il vento che nella Genesi diviene “vento di Dio”. Le parole tohu e bohu che nella cosmogonia fenicia significano in ordine “spelendente” e “desiderio” nella versione biblica vengono accorpate per assonanza con il significato di “vuoto” e “desolato”, poiche’ la parola “desiderio” si sarebbe legato all’immagine di una forza creatrice impersonale, cosa che non poteva avvere corrispondenze con Dio.

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