Una visita a Pompei di Bianca Misitano

 

 

Mi reco a Pompei che è un 22 di Aprile. Sono in Campania da meno di 24 ore ed ho preso alloggio, io e la mia famiglia, sulla costiera amalfitana. Non nego che se faccio questa breve vacanza, non è tanto per vedere il mare e godere della sua aria, visto che già ci abito praticamente sopra. No, era Pompei che attendevo.

E’ 22 Aprile e mi viene da pensare che se Pompei non fosse come “congelata” ma ancora viva e funzionante, forse oggi si sarebbe reduci da qualche festeggiamento in onore dell’anniversario della fondazione di Roma, che cade il 21. Magari il sacerdote avrebbe sacrificato agli dei, nell’anfiteatro ci sarebbero stati dei giochi di gladiatori e nel teatro qualche commedia alla moda. Oggi di tutto ciò sono rimaste solo le strade, gli edifici semicrollati, gli affreschi sbiaditi, i macabri calchi in gesso di qualche sfortunato pompeiano morto il giorno dell’eruzione. Ma anche così Pompei conserva il suo splendore di antica cittadina ricca e residenziale, anche così Pompei rappresenta quanto di più vicino abbiamo oggi al mondo del I secolo della nostra era, anche così, o forse proprio perché è così, è capace di fare sognare.

La mattina non è delle migliori: sulla costiera la pioggia ci ha fatto compagnia, ma lì non piove più, anche se non deve avere smesso da molto, lo testimoniano il cielo plumbeo e la presenza di grigie pozzanghere, che rendono tutto più irreale.

Sosto un po’ in quella specie di strano limbo che è l’ingresso: allunghi un braccio e sei nel 79, allunghi l’altro e ti ritrovi nell’asfaltato 2008.

Una guida turistica ci vede e ci abborda, si offre di accompagnarci. Ci pensiamo su, non sappiamo cosa fare, ma decidiamo di assoldarlo, nella speranza che non sia un ciarlatano. Non sappiamo ancora che si rivelerà una decisione preziosa: cortese, preparato, acuto, chiaro e mai superficiale, il destino ci ha inviato il più efficiente e classico dei ciceroni. La presenza del destino, qui, d’altronde, si avverte forte e chiara: in questo luogo vige un grandioso e millenario patto fra Pompei e la sorte. Non si spiega altrimenti, infatti, come una catastrofe dai caratteri apocalittici per chi la subì, sarebbe diventata, molti secoli più tardi, una finestra di valore inestimabile su quel mondo latino scomparso da tempo, ma mai dimenticato da chi venne dopo, noi compresi. Senza questo sito, lo stato dell’attuale archeologia sarebbe indubbiamente diverso, senza trascurare l’emozione di aggirarsi fra le vie e le case del tempo, a conferma che, sì, se non ci credete, Roma e il suo impero sono esistiti per davvero.

Mi viene da pensare, infatti, che tutto quello che ho passato a studiare in questi ultimi anni, cosa che desidero molto continuare a fare, non è un imbroglio, non è una bugia, ma è tutto qui davanti a me. Mi chiedo come è possibile che gli antichi non riescano mai a deludermi, me, che a disilludermi delle cose ci metto un attimo. Sono come un bambino che si ritrova davanti a Babbo Natale e che esclama: “Ci sei veramente!”, è proprio questo che vorrei dire.

Ogni volta dalle cose mi aspetto molto e ogni volta finisco sempre per cadere nella disillusione e per dirmi che forse, dovrei cominciare a non far più sogni di gloria. Solo oggi, solo a Pompei il “molto” che mi aspettavo, nella realtà si è tradotto in un “ancora di più” e mi dico che forse studio i Romani proprio perché la loro civiltà è talmente grande che possono essere gli unici a soddisfare le mie aspettative un po’ da megalomane.

Il momento è arrivato: la guida ci conduce all’ingresso che attraversa Porta Marina, mentre ci spiega che quello, ai tempi, era solo un ingresso secondario.

La salita è ripida e scopro che lo è perché in quella maniera si favoriva il deflusso delle acque di scarto. Mi immagino con leggero brivido la fogna a cielo aperto che doveva correre ai lati di quella strada.

Finalmente la pendenza si rifà pianeggiante ed ecco che, magicamente, mi trovo catapultata a Pompei, città commerciale e alquanto opulenta, un giorno qualunque, se non fosse per la tragedia incombente, dell’anno 832 ab Urbe condita, ossia dalla fondazione di Roma, o, se vogliamo contare alla nostra maniera, del 79 dopo Cristo.

Le strade sono quelle tipiche romane, viste in centinaia di foto, film, fumetti. Le lastre di basalto sono poggiate con incredibile precisione, a lasciare liberi solo pochi spazi fra l’una e l’altra, spazi disposti in maniera tale che l’acqua piovana defluisse ai lati.

Doveva esserci un bel traffico a Pompei, simile a quello delle città di oggi. Sì, perché i solchi dei carri sono netti e profondi, migliaia ne saranno passati di lì prima che tutto si spegnesse, quel giorno qualunque dell’anno 832 dalla fondazione di Roma.

La strada che percorriamo da quando siamo sbucati fuori da Porta Marina continua a scorrere mentre ai lati si aprono botteghe ed edifici di ogni genere.

(Larario di una Domus)

 

 

Osservo incuriosita i diretti antenati dei moderni fast food, con i caratteristici banconi “bucati” atti a contenere bevande e cibo, alla faccia di chi dice che il take-away sia un’invenzione moderna.

Penso che quelle vie dovessero essere affollate e rumorose, con i mercanti che provvedono alla loro merce, i cittadini indaffarati, drappelli di gente ferma a discutere e scambiare opinioni. Niente a che vedere con l’atteggiamento “contemplativo” che la cittadina ispira in chi oggi la visita e che ne fa, nonostante l’ammassarsi dei visitatori, una piccola oasi di tranquillità rispetto al mondo moderno. Fra le prime tappe che ci inducono a lasciare momentaneamente la via che stiamo percorrendo ci sono la Basilica ed il Foro e nessun trattato potrebbe riuscire a sintetizzare meglio di questa vista la reale e prominente importanza che la vita pubblica doveva avere nelle città latine. Sul Foro si affacciano tutti gli edifici pubblici, quelli che oggi sarebbero parte del palazzo del Comune, a partire da quelli degli uomini più importanti, chiamati a gestire le faccende della comunità. Lì è tutto aperto, è quasi un tutt’uno con lo spazio principale del Foro, quello è il cuore pulsante della città, un cuore pulsante che non si nasconde dietro mura imponenti. E’ tutto là, visibile. Completo il giro di questi luoghi, avendo forse realmente compreso per la prima volta, sebbene essa sia una nozione basilare per chi si interessa a Roma, quanto i Romani dessero importanza al loro essere cittadini e al loro diritto-dovere di occuparsi essi stessi del proprio corpo sociale.

In una centro urbano romano un solo altro tipo di luogo può rivaleggiare in importanza con il Foro: i templi.

(Tempio di Vespasiano Augusto Imperatore)

 

 

E’ alla volta di un tempio, quindi, che il nostro Cicerone ci conduce, di nuovo facendoci avventurare per le strade pompeiane, che i moderni hanno organizzato come si fa con tutte le città di oggi, ossia distinguendole secondo una toponomastica. Così la Via Marina, quella che prende le mosse proprio da Porta Marina, si dirige, e noi con lei, verso il Tempio di Apollo.

(Tempio di Apollo)

 

 

Oggi ha l’aspetto di un vasto spiazzo erboso, con resti di colonne, un altare e le scale che conducevano alla struttura vera e propria. Nonostante ciò, anche così sembra avere una sua logica e viene quasi da pensare che potesse essere così anche all’epoca. Ovviamente, quando Pompei era viva era ben diverso, con le colonne tutte intere che sorreggevano un tetto, le decorazioni della struttura, lo spiazzo erboso probabilmente lastricato di marmo. Però ci sono due cose che lì probabilmente sono rimaste intatte: due statue.

Sono i busti, posto uno di fronte all’altro, dei due gemelli figli di Zeus e Latona: Apollo e Diana.

(Busto di Diana, Tempio di Apollo)

 

 

La sacralità del loro aspetto colpisce ancora oggi, i due dei, sfidando i secoli e la tragedia del Vesuvio, popolano ancora questo posto, non se ne sono mai andati.

Proseguendo, all’incrocio fra Via del Foro e Via degli Augustali, c’è il Macellum, l’antico mercato. Curioso vedere come persino questo luogo sia affrescato. Gli affreschi a Pompei la fanno da padrone, ogni casa, ogni edificio sono invariabilmente dipinti con ogni genere di scena, da quelle mitologiche a paesaggi esotici o meno.

Ma c’è una presenza, nel Macellum, a rendere vagamente macabro lo scenario: contenuti in due teche di vetro, rapiscono lo sguardo due calchi in gesso di altrettante vittime della terribile eruzione.

I particolari anatomici sono perfetti, la cintura alla vita di uno dei due, a contraddistinguere la sua condizione di schiavo, è perfettamente visibile.

La chiarezza dei particolari è tale che se non fosse per il colore e la consistenza del materiale si direbbe di stare guardando un vero cadavere, vecchio solo di qualche ora.

Un luogo che mi sento ancora di voler ricordare è la celebre Casa del Fauno, con il suo celeberrimo mosaico.

L’esedra è infatti decorata da una magnifica opera d’arte raffigurante Alessandro e Dario durante la battaglia di Isso.

Sebbene quello presente a Pompei sia solo una copia, la sua magnificenza lascia a bocca aperta.

La precisione dei dettagli, l’atteggiamento dei due eroi, di Dario che fugge e Alessandro che lo insegue, risoluto, il particolare quasi fotografico di un cavaliere persiano che cade nel tentativo di difendere il suo re, rendono indimenticabile l’esperienza di trovarsi di fronte a questo mosaico. L’originale, conservato al museo di Napoli, non fa altro che confermare, amplificandola, la sensazione di trovarsi di fronte ad un capolavoro, davanti al quale qualsiasi parola sembra non bastare a spiegarne l’effetto sullo spettatore.

Ci sono molti altri luoghi e molti altri particolari che quel giorno ebbi la fortuna di visitare, ma, per amor di brevità e per la difficoltà che trovo a razionalizzare tale esperienza, vorrei chiudere qui questo mio resoconto, sulla sensazione di grandezza lasciata dal mosaico di Alessandro, stessa sensazione che emana da Pompei tutta.

Sebbene oggi le difficoltà di mantenere degnamente questo sito siano molte, purtroppo anche a causa di negligenza e di scarsa attenzione da parte di chi dovrebbe prendersene cura, Pompei rimane un luogo unico al mondo, che lascia il visitatore frastornato. Immergersi nelle sue strade e nei suoi edifici non assomiglia a nessun altra esperienza esistente, significa vivere ore uniche e straordinarie.

 

(le fotografie sono di Bianca Misitano, Storia e Società la ringrazia per averle gentilmente messe a disposizione insieme all’articolo)

 

 

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