Sparta: storia e istituzioni   Parte III

di Bianca Misitano

 

 

II. La società

 

La cittadinanza e i sissizi.

Al pari delle sue istituzioni politiche, altrettanta importanza hanno le istituzioni sociali spartane che non sono meno singolari del funzionamento dei suoi organi di governo.

Sì è già detto come la città e gli uomini che la costituivano fossero votati totalmente alla guerra e all’arte militare. Ciò si può evincere, più che dalla descrizione delle sue istituzioni di governo, da quella che riguarda il modo in cui era regolata la vita di uno Spartiate.

Innanzitutto è bene specificare che gli Spartiati erano i cittadini di pieno diritto. Erano quindi esclusi da tutto ciò sia i perieci che, ovviamente, gli iloti.

Ma a cosa era legata la cittadinanza? Quali elementi permettevano di divenire uno Spartiate? Spartiati erano innanzitutto gli uomini (le donne non erano considerate cittadine con pieni diritti) che avessero più di 30 anni.

Principalmente bisognava provenire da una famiglia di Spartiati e possedere un appezzamento di terreno. I terreni agricoli non erano coltivati, però, dai loro possessori, ma dagli iloti. Inoltre non ci si doveva impegnare in attività “disonorevoli” quali il commercio o l’artigianato. In sostanza, quindi, un cittadino non lavorava, visto che ai suoi campi provvedevano gli schiavi e che le altre attività gli erano precluse. Questo gli doveva consentire di dedicarsi alle attività politiche e di partecipare ai pasti comuni.

Nella realtà però essere uno Spartiate non era così semplice. Per quanto riguarda il possesso dei terreni, un cittadino non poteva possederne nessuno fuori da Sparta, così come i perieci, qualora avessero anch’essi dei terreni, non potevano averli all’interno della città. Inoltre il reddito di uno Spartiate doveva essere tale da potergli garantire di contribuire ai pasti in comune. Se infatti non aveva la possibilità di fare ciò, veniva estromesso da essi e quindi privato della cittadinanza. Inoltre doveva anche essere in grado di pagare il tributo allo Stato e di provvedere al proprio equipaggiamento militare. I cittadini erano infatti primariamente dei soldati, erano loro che costituivano l’esercito e che, quindi, garantivano la difesa della città.

Questo fatto di essere essenzialmente dei soldati, era definito anche dal fatto che gli Spartiati, non potendo possedere terre fuori dalla città erano strettamente legati a quello della loro polis. Difenderla significava anche difendere i loro possedimenti.

I diritti che si avevano ad essere uno Spartiate erano principalmente la possibilità di partecipare all’assemblea popolare, di cui si è già parlato, e ai sissizi. Questi erano i pranzi comunitari a cui tutti i cittadini, compresi i re, gli efori e tutti gli altri magistrati, erano tenuti a partecipare ed a contribuire. L’istituzione del sissizio, nelle fonti, è una delle riforme centrali della Rhetra, la costituzione creata da Licurgo. In proposito abbiamo una testimonianza di Plutarco ed una di Senofonte:


I pasti in comune i cretesi li chiamano “andreia”, gli spartani “phiditia”, o perché suscitano amicizia ed affetto o perché abituano alla frugalità e parsimonia. […]
Si riunivano in gruppi di quindici persone, poco più o poco meno. Ciascuno dei commensali portava ogni mese un medimno di farina, otto congi di vino, cinque mine di formaggio, due mine e mezzo di fichi e una modestissima somma di denaro per l’acquisto di altri alimenti. […]

Ai pasti in comune intervenivano anche i ragazzi, che vi erano condotti come a una scuola di frugalità.

(Plutarco, Vita di Licurgo, 12, 1-6.)


Trovatosi di fronte al fatto che gli Spartani, analogamente agli altri Greci, conducevano vita privata all’interno delle proprie dimore e giunto alla conclusione che tale abitudine offriva troppe occasioni di rilassatezza morale, Licurgo introdusse la norma dei pasti in comune sotto gli occhi di tutti, pensando così di ridurre al minimo la possibilità di trasgredire le prescrizioni. Egli prescrisse anche una quantità di cibo che non fosse né eccessiva né troppo scarsa per le esigenze dei commensali. […]
Com’è possibile dunque che durante tali pasti in comune qualcuno abbia l’occasione di rovinare sé stesso o la propria famiglia per ghiottoneria oppure per ubriachezza? […]
Sta di fatto che per consuetudine durante i pasti in comune si discorre di qualche bella impresa compiuta dai cittadini, con la conseguenza di non lasciare spazio all’insolenza e agli eccessi del vino, ai comportamenti indecenti e al turpiloquio.

(Senofonte, Costituzione dei Lacedemoni, V).


Da entrambe le nostre fonti emerge il fatto che questa istituzione fosse stata creata da Licurgo per promuovere fra gli Spartiati uno stile di vita frugale e misurato. E’ plausibile che i sissizi dovessero anche fare in modo che, attraverso una condotta di vita “modesta”, nessuno esibisse particolare ricchezza, incoraggiando così eventuali disuguaglianze sociali, che avrebbero potuto creare una frattura nella fondamentale unitarietà del corpo civile spartano.

Non dimentichiamo che i cittadini di Sparta definivano loro stessi omoioi, ossia “gli uguali”, proprio a sottolineare l’uniformità della loro compagine. D’altronde la necessità di restare uniti era per loro di primaria importanza, vista la situazione che vedeva il loro numero ristretto a dominare un’ampia regione ed un altrettanto ampio numero di iloti, senza contare che essi in quanto componenti dell’esercito dovevano affrontare anche guerre esterne e che, per un certo periodo di tempo, la supremazia di Sparta si estese anche al di fuori del Peloponneso. E’ evidente, quindi, che il mantenimento della concordia fra gli Spartiati fosse il presupposto indispensabile per assicurare la stabilità di una situazione che, altrimenti, sarebbe stata messa in grave pericolo. In linea di massima tutto l’ordinamento sociale spartano, comprendente le norme che scandivano la vita di ogni Spartiate, era orientato a sviluppare il cameratismo e l’unione degli uomini di Sparta. Nulla veniva lasciato al caso, tant’è che si pensava a plasmare la mentalità ed il carattere dei cittadini fin da bambini, con la creazione del particolarissimo sistema dell’agoghè, anche questo attribuito a Licurgo.


L’Agoghè
Siamo davanti all’unico caso del mondo ellenico in cui la polis si incarica e provvede totalmente all’educazione dei futuri cittadini, integrandoli fin da bambini nel corpo sociale ed addestrandoli già da allora a quella che sarà la loro principale attività una volta raggiunta la maggiore età: la guerra.

L’agoghè innanzitutto non avveniva in famiglia, né in scuole che assomigliavano a quelle del resto della Grecia, dove semplicemente esisteva un precettore incaricato di istruire gli allievi. L’educazione spartana aveva un sistema più totalizzante: dall’età di sette anni il bambino veniva portato via dalla famiglia e messo in istituti in cui avrebbe convissuto con i suoi compagni. Ne sarebbe uscito solo a ventuno anni. Si occupava della loro educazione il paidonomos, una figura che più che a quella del maestro somigliava molto di più ad un generale. Più che un’istruzione, i giovani spartani ricevevano, infatti, un addestramento militare. Poco spazio veniva lasciato alla cultura (si imparava appena a leggere e scrivere), mentre centrale era lo sviluppo di doti come la forza fisica, l’uso delle armi, il coraggio, il valore in battaglia, il senso della patria, la solidarietà fra concittadini, che poi erano anche commilitoni. Tutte le fonti mettono in evidenza come l’agoghè fosse una delle riforme centrali e più tenute in conto da Licurgo. In tema possediamo la chiara descrizione di Plutarco:


Licurgo non affidò i figli degli Spartiati a pedagoghi comprati e salariati. Nessuno poteva allevare o educare il figlio come voleva: appena i fanciulli raggiungevano i sette anni, egli li prendeva e li divideva in gruppi e, facendoli vivere e crescere in comune, li abituava ad essere compagni nei giochi e nelle attività serie. Come capo del gruppo, si sceglievano colui che si distingueva per intelligenza ed era più risoluto nel combattere; guardavano lui, obbedivano ai suoi ordini e ne sopportavano le punizioni, così l’educazione era un esercizio di obbedienza. (…)
A leggere e scrivere imparavano nei limiti dell’indispensabile; per il resto tutta la loro educazione era rivolta a obbedire disciplinatamente, a resistere alle fatiche e a vincere in battaglia. Col progredire dell’età, rendevano ancora più duro il loro addestramento: li rasavano a zero e li abituavano a camminare scalzi e a giocare nudi. (Vita di Licurgo, 16, 7-8; 10-11)


Il paidonomos, oltretutto, non era l’unico responsabile dell’educazione dei ragazzi, non potendo nei fatti gestirne tutti gli aspetti. Anche in questo caso, allora, l’elemento comunitario diveniva fondamentale. Infatti tutti i cittadini spartani erano in diritto di infliggere punizioni a qualunque giovane se lo fosse in quell’occasione meritato, insomma essi giocavano un ruolo non indifferente anche in quest’ambito. Così come gli schiavi non erano proprietà del padrone per il quale lavoravano la terra, ma dello Stato, così anche i ragazzi erano, in un certo qual modo, allievi non solo dei loro maestri ma della collettività intera. Ciò è confermato in maniera palese da Senofonte, che così scrive: “ Inoltre, poiché i fanciulli non restassero privi di guida in caso di assenza del paidonomos, Licurgo concesse ad ogni cittadino che di volta in volta si trovasse presente l’autorità di ordinare loro quanto ritenesse positivo e di punirli qualora commettessero qualche sbaglio”. (Costituzione dei Lacedemoni, II)

Le nostre fonti, poi, ci riferiscono anche dell’esistenza di una particolare prova di abilità che consisteva nella pratica del furto.

I giovani, infatti, venivano incoraggiati a rubare agli iloti quanto fosse loro necessario, come ad esempio del cibo, per esercitare e dimostrare la propria destrezza e la propria furbizia. Il compito veniva considerato compiuto solo se il ragazzo fosse riuscito a non farsi scoprire, per chi invece venisse colto in flagrante erano riservate punizioni e castighi. Agli iloti, inoltre, venivano inflitte dai fanciulli, sempre su incoraggiamento dei maestri, ogni genere di vessazione, ma ciò, stando a quanto dice Plutarco, avvenne solo in una fase più tarda della storia spartana. Si tratta della pratica della krypteia a cui sembra connesso anche il fatto che gli efori ogni anno dichiarassero formalmente guerra agli iloti, proprio per far sì che le violenze su di essi fossero in qualche maniera autorizzate.

Un altro aspetto importante dell’agoghè era l’abitudine di dividere i vari allievi in una sorta di “bande”, fra cui vigeva grandissima rivalità e che spesso davano vita a combattimenti, proprio per incoraggiare qualità come la forza e lo spirito di competizione. Su questo è utile citare Seonofonte: “Ciascuna delle schiere di giovani, separatamente, si sforza di fare sempre il proprio meglio, in modo che ognuno sia in grado di difendere con tutte le proprie forze la città in caso di bisogno. Pertanto i giovani sono costretti a tenere alto il proprio vigore fisico, in quanto lo spirito di rivalità li spinge a scontri di pugilato in tutti i luoghi dove vengano a contatto tra loro. (Costituzione dei Lacedemoni, IV)

Anche Plutarco fa riferimento ai “combattimenti e ai loro motteggi reciproci”, cui spesso assistevano gli anziani Spartiati.

 


La frugalità

Per avere il quadro completo della vita dei cittadini spartani, bisogna avere presente un altro elemento che, tradizionalmente, faceva parte anch’esso della Rhetra, la costituzione licurghea: l’esaltazione della frugalità e della parsimonia. A Sparta, a quanto ci dicono le nostre fonti, per garantire l’uguaglianza fra i cittadini, che, ricordiamo, si autodefinivano proprio homoioi, “uguali”, non era permesso possedere grandi ricchezze, ma anzi, dal quadro che possediamo, ci si doveva limitare a non molto più che lo stretto necessario, sia per quanto riguarda il proprio oikos, che il cibo che il vestiario. Famose sono le “monete di ferro” spartane, in contrasto con quelle di metalli ben più preziosi che circolavano nel resto della Grecia, di cui Plutarco ci informa, scrivendo così: “In primo luogo (Licurgo) dichiarò fuori corso qualsiasi moneta d’oro e d’argento e prescrisse di ricorrere soltanto a monete di ferro: a queste assegnò un valore piccolo in rapporto a un peso e a un volume grandi, così che per tenere in casa l’equivalente di dieci mine occorreva un vasto deposito e ci voleva una coppia di buoi per trasportarlo.” (Vita di Licurgo, 9, 2) Questa testimonianza è praticamente uguale a quella di Senofonte di cui riporta quasi le stesse parole.

Nella realtà la situazione e la vita economica della comunità spartana non doveva essere così omogenea né tantomeno “povera”.

Non si deve dimenticare che Sparta fu una delle due maggiori poleis della Grecia antica, a capo della lega del Peloponneso, e che soprattutto dopo la conclusione del conflitto che la vide vittoriosa su Atene, la sua influenza e importanza politica si fecero sempre più rilevanti.

Ma abbiamo testimonianze di una Sparta per alcuni versi diversa da quanto la tradizione afferma non solo per l’età classica e alla fine di essa, ma anche per i periodi antecedenti.

Grazie anche all’archeologia, si è potuto delineare un periodo, che si aggira attorno all’VIII e al VII secolo in cui Sparta è un vivace centro culturale ed in cui certo non manca la ricchezza.

E’ il periodo, questo, delle vittoriose guerre messeniche ed in cui, quindi, Sparta comincia ad acquistare la proprie dimensioni di città egemone, che si fanno rapidamente sempre più chiare e nette.

Le conseguenze di questa rapida crescita non possono che riflettersi anche sulla condizione economica spartana, che diviene sempre più prospera.

In questi secoli la poesia spartana raggiunge i massimi livelli con poeti come Alcmane e Tirteo, prima che quest’arte sparisca quasi totalmente dalla sua società.

Ma ben altri indizi testimoniano il momento particolarmente favorevole, come la crescita esponenziale delle importazioni da tutte le parti dell’Egeo non solo di prodotti indispensabili, ma anche e soprattutto di oggetti artistici e di pregio.

Nel tempio di Artemide Orthia, risalente a circa il 700 a.C. vi è una grande presenza di ricchi doni votivi, in materiali quali bronzo, avorio, oro.

Ma Sparta, in questo periodo, non solo importa oggetti artistici, ma esporta anche quelli di propria produzione. Le sue ceramiche, sebbene possano competere poco con quelle attiche o corinzie, sono state ritrovate non solo in varie parti della Grecia, ma anche fuori dall’Egeo, come in Italia, in Ungheria, in Africa.

Tutte queste testimonianze indicano una vitalità economica ben diversa dal quadro descritto dalle fonti per l’età classica, un’epoca in cui il commercio deve essere stato fiorente e questo, certamente, non ha potuto non avere ripercussioni sulla vita dei cittadini dell’antica Sparta.

Ma anche in epoca più vicina a quella cui le nostre fonti fanno riferimento l’economia spartana non deve essere stata esattamente come esse la dipingono. Per il solo fatto di essere a capo di un’organizzazione quale la lega peloponnesiaca, sarebbe un errore pensare a questa polis come ad un microcosmo chiuso in stesso.

I rapporti di Sparta con le altre poleis si saranno svolti in una qualche misura anche per mezzo del commercio, sebbene questa attività fosse delegata ai perieci. E’ probabile quindi che nella città non circolasse solo la valuta di ferro, ma anche monete d’oro provenienti da fuori da utilizzarsi anche, all’occasione, per retribuire i mercenari.

E non si deve dimenticare la nuova esplosione di ricchezza dopo la vittoria su Atene che chiuse la guerra del Peloponneso. Fu allora che Sparta si ritrovò ad essere la principale città dominante della Grecia e, grazie a questo presupposto, a poter disporre di nuove ed ingenti risorse, che, in parte, mineranno proprio la condizione di homoioi degli Spartiati e incoraggeranno il declino delle classiche istituzioni spartane.

Il proposito di Licurgo di creare una situazione in cui l’eguaglianza fra i cittadini si traducesse anche sul piano economico e non restasse confinato all’ideologia, risultò quindi nella realtà non sempre attuato.

 

(pubblicato anche su SIGNAINFERRE)

 

 

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